mercoledì 20 maggio 2015

David Grossman, Col Corpo Capisco

Forse farò a Nili solo un elenco sommario delle varie storie, delle delusioni, dei tormenti. I dettagli, per fortuna, non li ricordo. Ricordo solo nomi e volti, e soprattutto le spalle che mi sono state voltate. È anche vero che ogni tanto faccio confusione tra ciò che è avvenuto veramente e ciò che ho inventato nei miei racconti. Ma per tre, quattro, o cinque anni, questo è certo, sono passata di mano in mano, sono stata ridotta in briciole, ho raschiato il fondo del barile, finché una volta ho sentito accanto a me una voce che diceva: forse basta così. E quando mi sono ribellata, quando ho scalciato e menato colpi con tutti i gomiti che nel frattempo mi erano spuntati, quella stessa voce ha detto: se dovevi provare qualcosa a qualcuno, ho l’impressione che tu l’abbia già fatto. Poi, con assoluta tranquillità, ha aggiunto: lo hai provato a tal punto da esserti quasi disintegrata. Io ho cominciato a ringhiare, via, vattene, sono infetta, ma lei ha riso, mi ha caricato sulle spalle come un sacco, o come un ferito, e mi ha trasportato attraverso grandi deserti, assorbendo in silenzio i veleni che spurgavano da me, e per l’intero tragitto ha continuato a ripetermi che tutto ciò era accaduto perché io ero un’ignorante e un’incompetente per quanto riguarda la vita di coppia, ero una specie di selvaggia allevata dai lupi; un poco alla volta, però, il piacere di una vita a due avrebbe smesso di farmi male.
Alla fine rinuncio a raccontare tutto questo. Mi pento della mia durezza di cuore, mi giro verso Nili, sciogliendomi dall’avvitamento che ho compiuto senza rendermene conto, poso i fogli, mi stiro. Basta, dico a me stessa, e poi anche a lei, basta adesso. Ma lei non domanda: basta cosa? 
David Grossman

Col corpo capisco è una raccolta di due racconti lunghi, due storie che avvengono unicamente nella mente dei protagonisti, e non si sa con certezza se abbiano un vero e proprio riscontro nella realtà della storia.
Il primo, Follia, si svolge in un’automobile. Shaul racconta per tutta la durata del viaggio alla cognata la totale certezza che la moglie lo tradisca. Non ha nessuna prova che ciò accada, ma lui sente, sa descrivere per filo e per segno l’eccitazione di lei che corre trafelata sulle scale per arrivare dall’amante, il percorrergli la spina dorsale con l’indice, il sorriso pieno di meraviglia quando sussurra “eccomi”, la richiesta di lui di cucinargli la minestra anche se occuperà tutta la durata del loro incontro, solo per ammirare i suoi movimenti mentre prepara qualcosa da mangiare, l’aura di amore che si percepisce, palpabile, durante i loro amplessi. E lui è sempre lì con loro. Shaul sa che tutto questo accade da dieci anni, ogni giorno, nello spazio di cinquanta minuti in cui la moglie sostiene di andare in piscina. E il suo è un dolore muto, una gelosia tanto radicata e profonda da arrivare ad essere ormai un’abitudine, qualcosa che fa parte delle loro esistenze. Ester, la cognata, che poi rappresenta me, rappresenta noi che leggiamo, si limita a fare qualche domanda, sempre quelle giuste, mentre nel frattempo nella sua testa si apre il mondo dei pensieri sulla sua vita, su quella relazione che doveva portare avanti ma non ne aveva avuto il coraggio, sul “perché si deve e perché è impossibile e perché non c’è vita senza e perché ci si lacera sempre nello stesso punto e si maledice l’attimo, si risorge e poi ancora, all’infinito.”

Col corpo capisco è il secondo racconto, che da il titolo alla raccolta. Nili è un’insegnante di yoga cui è affidato un ragazzino con il compito di “diventare un uomo”. Pare che lo scopo del padre sia affidare il figlio a quella che crede sia una sorta di prostituta, di modo che cominci ad entrare in confidenza con il corpo delle donne. Non sappiamo nulla del passato di Nili, e nemmeno di ciò che veramente accade in quella sala, quello che Grossman ci racconta è la sua abilità straordinaria nell’usare il suo corpo, nello sfiorare e risucchiare dall’altro la negatività per dare in cambio energia pura. All’improvviso ci rendiamo conto che quello che stiamo leggendo non è la storia vera e propria del rapporto tra Nili e Kobi, ma quello stesso rapporto filtrato dagli occhi della figlia, che vede la madre innamorarsi del ragazzino e poi rimanere distrutta da quella relazione. E il modo in cui racconta la storia della madre trasuda odio, pensieri taciuti e marciti, cose che non si dovrebbero vedere e cose che si è creduto di vedere, ma non sono mai accadute. 

Allora, partiamo dal presupposto che leggere Grossman non è mai facile, e come già immaginavo non lo è stato nemmeno questa volta. Quello che richiede è un processo di totale annullamento di sé per entrare letteralmente nello spirito e nella coscienza di un’altra persona (sì, parlo di persona e non di personaggio, ho una percezione talmente vivida e profonda di quegli uomini di cui ho letto da considerarli reali) operazione al termine del quale si rimane prosciugati, privi di forze e incapaci di distinguere per qualche ora la normalità dalla pazzia, cosa è reale da cosa non lo è; si rimane talmente lacerati dentro da provare una sensazione di vero e proprio disagio emotivo.

Credo sia per questo che le critiche sui romanzi di David Grossman si dividono equamente tra chi lo adora e chi non riesce a capirlo, e di conseguenza disprezza la sua scrittura. Non è da tutti abbassare le difese e a lasciarsi circondare da un’altra anima, che, come anche in Che tu sia per me il coltello, ha una personalità che rasenta la follia, una pazzia lucida che ci porta a dubitare di qualunque convinzione. 

Titolo originale: Baguf ani Mevina
Prima edizione: 2002
Arnoldo Mondadori Editore
Traduzione di Alessandra Shomroni

mercoledì 13 maggio 2015

David Foster Wallace, Brevi Interviste con Uomini Schifosi

Di vederti come una cosa, sono capaci di vederti come una cosa. Lo sai che vuol dire? È spaventoso, noi sappiamo quant'è spaventosa come idea, e che è sbagliato, e ci crediamo di sapere tutte queste cose sui diritti umani e la dignità umana e quant'è terribile privare qualcuno della propria umanità di quella che noi chiamiamo l’umanità di qualcuno, ma metti che succede a te, allora sì che lo sai per davvero. Adesso non è più solo un'idea o una causa da reazioni stereotipate. Aspetta che succeda a te e allora sì che assapori il Lato Oscuro. Non l'idea di oscurità, l'autentico Lato Oscuro. E adesso ne conosci il potere. Il potere assoluto. Perché se sei davvero capace di vedere un altro soltanto come una cosa allora sei capace di fargli qualsiasi cosa, non si accettano più scommesse, umanità e dignità e diritti e correttezza... non si accettano più scommesse. Io dico... e se lei dicesse che è come un rapido costoso giretto su un versante della condizione umana di cui tutti parlano come se lo conoscessero ma in realtà manco se lo immaginano, non per davvero, a meno di non esserci passati. E se tutto si riducesse al fatto che la sua visione del mondo si è ampliata, se ti dicessi questo? Che ne diresti? E di se stessa, di come considerava se stessa. Che adesso capiva di poter essere considerata come una cosa. Ti rendi conto di quanto questo le cambierebbe... strapperebbe, di quanto questo strapperebbe via? Di se stessa, di te, di quella che pensavi fosse te stessa? Strapperebbe via tutto quanto. E poi che resterebbe? 
David Foster Wallace
Avete presente quella scena del film Arancia Meccanica in cui Alexander è sottoposto alla cura Ludovico ed è legato ad una sedia con gli occhi sbarrati, costretto a vedere una serie di fotogrammi di violenza? Ecco, questa è l’immagine che descrive esattamente come ci si sente leggendo Brevi interviste, un misto di nausea e angoscia e “voglio scendere adesso e andarmene”, con la differenza che volontariamente si decide di prendere una corda, legarsi mani e piedi e inserirsi quell’aggeggio negli occhi per tenerli aperti (magari prima si inserisce l’aggeggio negli occhi, a mani legate risulterebbe alquanto difficile). 
Ma andarsene è impossibile. La cosa sconvolgente è che si prova un certo piacere perverso nel leggere le storie di questi uomini schifosi, momenti in cui abiezione, umiliazione e la più completa disumanità danno una sensazione di profondo appagamento e soddisfazione. E ti ritrovi a pensare “ma che sto dicendo, questa è pazzia.” E proprio qui sta l’arte di Wallace, nel prenderti e trascinarti dove vuole, dettando le regole, decidendo come si gioca e quanto si gioca, nell’afferrarti per i capelli e lasciarti a testa in giù per ore, costringendoti a guardare le cose da un altro punto di vista. A volte fa male, a volte è crudele, ma è tale la sensazione di catarsi da dimenticare tutta la violenza subita, da dimenticare qualunque cosa, da perdonare Wallace e gli uomini schifosi e te stesso per aver comprato il libro. E se prima ti chiedevi se per caso non fossi diventato pazzo, ti rendi conto, all’ultima riga dell’ultima pagina, di essere, forse, semplicemente più umano. 

È sempre un’impresa dover parlare di racconti. Ma per le Brevi interviste è un’impresa ancora più ardua, dato che non riuscirò mai a trasmettere attraverso questa mezza paginetta tutte le sensazioni che mi hanno attraversato nelle ultime due settimane, tutta la nausea e la successiva risalita, senza necessariamente fare un torto a Wallace. 
Dopo qualche riflessione ho deciso che la cosa più saggia era proprio quella di lasciarvi dei fotogrammi, di chiedervi cortesemente di legarvi mani e piedi e lasciarvi andare a questa mia versione-surrogato del romanzo di Wallace. 
Ecco, diciamo che il risultato sarà un po’ come guardare quattro schizzi di un bambino vicino a un quadro di Pollock.

Ragazzo nell’attimo di tuffarsi dal trampolino di una piscina, imprigionato in quell’attimo, come non esistesse tempo al di fuori di sé; Grande Amatore che ci spiega che andare con una donna con l’intento di provare piacere o procurarle piacere è esattamente la stessa cosa, mentre il grande segreto è farle capire che mai è stato con una tanto brava a fare sesso; persona depressa con l’ossessione che chi le ha davanti provi un misto di noia e pietà nei suoi confronti, ed è tanto opprimente, e i suoi problemi tanto futili da portare la sua terapeuta al suicidio; adulto ossessionato dal ricordo da bambino di suo padre che si masturbava davanti a lui (ma poi, era avvenuto veramente?); focomelico che sfoggia il proprio moncherino facendo leva sulla pietà per portarsi a letto le donne; un “sessuologo dei polli” che alla prima occhiata riesce a capire se una donna ci starà o no a essere legata, per finire a piangere al capezzale del letto raccontando il suo rapporto tormentato con la madre; il significato che assume la vita e la differenza tra essere umano e cosa quando si è violentati con una bottiglia di Jack Daniel’s, forse ad essere violentata è stata una ragazza di sedici anni, o la moglie del narratore… oppure il narratore stesso; quiz vari a risposta multipla, a volte a una sola risposta, a volte senza risposta; padre che disprezza il figlio malato di una malattia purulenta alla faccia per la malvagità profonda che vede in lui, ma tutti amano il ragazzo e non si capisce più se è il padre ad essere pazzo o il figlio effettivamente malvagio; figlio con una madre dall’infanzia repressa, con conseguente adolescenza repressa e maturità repressa, che decide di diventare un delinquente per sfogare attraverso di sé tutti i suoi (della madre) istinti repressi.

I personaggi di Wallace non amano, hanno un focus totalmente su di sé e non sanno donare nulla che non sia quanto c’è di peggio in loro al prossimo. E alla fine, dopo tutto questo campionario di mostri misogini e depravati, ci si rende conto che il segreto, senza specificare, il segreto di tutto, è l’amore.
E niente, speriamo che gli schizzi del bambino vi facciano venire voglia di andare al museo e vedere Pollock dal vivo.

Titolo originale: Brief Interviews with Hideous Men
Prima edizione: 1999
Giulio Einaudi Editore
Traduzione di Fernanda Pivano

mercoledì 6 maggio 2015

John Steinbeck, Uomini e Topi

La voce di George si fece più cupa. Ripeteva le parole, cadenzate, come le avesse pronunciate tante volte. “Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l'indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e d'un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l'indomani.”
Lennie era felice. “È così, è così. E adesso dimmi com'è per noi.”
George riprese. “Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all'osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c'è un altro posto dove andare. Ma se quegli altri li mettono in prigione, possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi invece è diverso.”
Lennie interruppe: "Noi invece è diverso! E perché? Perché... perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché."
Rise beato. “Va’ avanti, George.”
“Lo sai a memoria. Puoi dirlo da te.”
“No, tu. Hai dimenticato qualcosa. Dimmi come sarà un giorno.”
“Va bene. Un giorno… Avremo messo insieme i soldi e ci sarà una casetta con un pezzo di terreno e una mucca e i maiali e…”
E vivremo del grasso della terra,” urlò Lennie. “E avremo i conigli. Va’ avanti, George! Di’ quel che avremo nell’orto e i conigli nelle gabbie e la pioggia d’inverno e la stufa; di’ come sarà spessa la panna sul latte che non la potremo tagliare. Di’ tutto questo, George.” 
John Steinbeck

Ho scelto di leggere Uomini e topi, banalmente, per la simpatia che provo per i topi.
Quindi senza sapere nulla della trama, senza nemmeno leggere la quarta di copertina, mi sono avventurata in una storia che pensavo parlasse appunto, oltre agli uomini, anche dei miei amati roditori. Sono rimasta abbastanza scioccata quando il primo topo che compare fa capolino dalla tasca di Lennie, morto; e il secondo si ritrova la testa schiacciata tra l’indice e il pollice, sempre di Lennie (muore anche lui, ma forse era superfluo dirlo). Poi beh, mi sono abituata allo stile di Steinbeck, e mi ha sorpreso meno (per quanto l'abbia trovato orribile) quando è un cucciolo di cane a fare la fine dei primi due topini; e infine una donna, che si ritrova soffocata dalle grosse mani del protagonista.
Questo Lennie, che forse non conoscete, forse avete già avuto il piacere di incontrare, descritto semplicemente dalle sue azioni può sembrare un sadico, un maniaco, un personaggio malvagio. In realtà Lennie, che Steinbeck sa dipingere con tanta maestria senza dare giudizi morali, raccontando i fatti semplicemente come sono accaduti (non a caso il primo titolo conferito a Uomini e topi era proprio Something that happened), è un ritardato mentale, un uomo dalla forza immensa che la sua mente non riesce a controllare, minata com’è dai disturbi psichici. E fa quasi tenerezza quel suo “accarezzare troppo forte” che lo porta a far appassire ogni forma di vita che gli passa fra le mani, anche i topi, così morbidi, che continua a sfiorare per giorni dopo la loro morte. 
Il fedele compagno George, molto più scaltro e intelligente di lui, è la sua unica possibilità di sopravvivenza nella California degli anni ’30. Con George Lennie si ritrova a vagare da un ranch all’altro, lavorando a cottimo, nella speranza di realizzare il sogno di avere un appezzamento di terreno tutto per loro dove allevare dei conigli, per toccarne la morbida pelliccia. Ma l’ingenuità e la pazzia di Lennie lo portano a scontrarsi con il mondo reale, dove stringendo troppo forte i morbidi capelli biondi della moglie del figlio del padrone del ranch, alle urla di lei, rimane terrorizzato e d’istinto le tappa la bocca, ritrovandosi tra le mani un cadavere; e il sogno di un appezzamento di terreno, con i maiali e le mucche e i conigli, e la panna che non si riesce a tagliare, svanisce d’un tratto con un colpo di pistola alla nuca; una vita schiacciata tra l’indice e il pollice, come quella di un topo.

Steinbeck mette in scena (e mai vocabolo fu più appropriato, dato che leggendo Uomini e topi si ha spesso la sensazione di trovarsi nel bel mezzo di una pièce teatrale) un’America reduce della crisi economica post ’29, dove i migranti (i cosiddetti hobo) si trascinano da un ranch all’altro alla ricerca di un lavoro occasionale, nella speranza di mettere da parte qualche soldo per mettersi in proprio. Sotto una scrittura colloquiale, che talvolta sfocia nella volgarità, si disgrega totalmente quell’ideale di “sogno americano” che aveva fatto sognare un’Europa che guardava agli Stati Uniti come a una sorta di paradiso. Questa è l’altra faccia dell’America di Wall Street, ad essa opposta e speculare, regolata da una legge barbarica, quasi animalesca, per la quale chi lavora è costretto a spezzarsi la schiena coltivando campi, e chi non lavora muore, inesorabilmente. E Lennie, che nonostante la mole fisica rappresenta il debole, l’esiliato dal consorzio umano, è il primo a pagarne le conseguenze. Viene soppresso per il suo bene, da una mano amica, come lui soffocava i suoi amati animali per il troppo amore che voleva donare. Perché non c’è spazio per la fragilità, né per gli ingenui o per gli sciocchi; e chi sopravvive in questo “paradiso” non può permettersi di essere trascinato a fondo.

Titolo originale: Of Mice and Men
Prima edizione: 1937
Casa editrice: Bompiani
Traduzione di Cesare Pavese