mercoledì 1 aprile 2015

Vladimir Nabokov, Lolita

Da qualche parte, dietro la baracca di Bill, una radio accesa dopo il lavoro aveva cominciato a cantare di fato e di follia, e lei era lì, con la sua bellezza distrutta, le mani strette e le vene in rilievo, da adulta, e le braccia bianche con la pelle d'oca, e le orecchie appena concave, e le ascelle non rasate, era lì (la mia Lolita!), irrimediabilmente logora a diciassette anni, con quel bambino che già sognava, dentro di lei, di diventare un pezzo grosso e di andare in pensione intorno al 2020 – e la guardai, la guardai, e seppi con chiarezza, come so di dover morire, che l'amavo più di qualunque cosa avessi mai visto o immaginato sulla terra, più di qualunque cosa avessi sperato in un altro mondo. Di lei restava soltanto il fievole odor di viole, l'eco di foglia morta della ninfetta sulla quale mi ero rotolato un tempo, con grida così forti; un'eco sull'orlo di un precipizio fulvo, con un bosco lontano sotto il cielo bianco, e foglie marrone che soffocano il ruscello, e un solo ultimo grillo fra le erbacce secche... ma grazie a Dio io non veneravo soltanto quell'eco. Ciò che solevo vezzeggiare fra i tralci intricati del mio cuore, mon grand péché radieux, si era ridotto alla propria essenza; il vizio sterile ed egoista, quello lo cancellai e lo maledissi.
Vladimir Nabokov
“Io non sono né un lettore né uno scrittore di narrativa didattica, e, a dispetto delle affermazioni di Jhon Ray, Lolita non si porta dietro nessuna morale. Per me un’opera di narrativa esiste solo se mi procura quella che chiamerò francamente voluttà estetica, cioè il senso di essere in contatto, in qualche modo, in qualche luogo, con altri stati dell’essere dove l’arte (curiosità, tenerezza, bontà, estasi) è la norma.”
Vladimir Nabokov (che diciamocelo, non era poi un campione di modestia), era convinto che il suo Lolita fosse proprio questo, un’opera in grado di avvicinare il lettore all’arte. Per leggere e godersi questo romanzo senza rimanerne sconvolti bisogna per un attimo sospendere i giudizi morali: il rischio sarebbe concentrarsi solamente sulla perversione della storia, lasciandosi sfuggire tutta la bellezza che scaturisce dalle parole, dalla delicatezza (eh sì, sembra un ossimoro ma Nabokov sa parlare di incesto e pedofilia in modo delicato) e dallo stile, di una perfezione maniacale, di Lolita
Fortunatamente quando leggo un libro mi immergo totalmente in quella realtà come se non ne esistessero altre, elimino ogni tipo di preconcetto e mi lascio condurre, docile, dai personaggi; ma c’è stato un momento in cui ho pensato che se avessi avuto un approccio “normale” mi sarei sentita un mostro a provare compassione per Humbert (il pedofilo, per intenderci), un’antipatia naturale per la bambina e un’attrazione malsana per Quilty, il grande amore di Lolita, l’eccentrico commediografo con qualche turba sessuale (quando ho visto la Lolita di Kubrick mi ero innamorata di Peter Sellers, che incarnava questo personaggio. Per farvi capire quanto è potente).
Ma non bisogna spaventarsi. Come dice Nabokov stesso non c’è nessuna morale dietro Lolita, tutto quello che c’è da fare è abbandonarsi al piacere estetico, senza riserve.
E vi assicuro che se ne rimane totalmente appagati.

Lolita, o la confessione di un vedovo di razza bianca, sono le memorie di un tale Humbert Humbert, ritrovate in carcere il giorno della sua morte. La storia, che parte dall’infanzia dell’uomo, pare delle più classiche: il piccolo Humbert si innamora perdutamente di una coetanea, Annabel, di un amore totalizzante, fatto di impacciate carezze tra le acque della Costa Azzurra e di una incredibile affinità intellettuale (“In noi lo spirito e la carne si erano fusi con una perfezione che deve risultare incomprensibile ai rozzi, prosaici giovanotti di oggi, coi loro cervelli fatti in serie. Molto dopo la morte di Annabel sentivo i suoi pensieri scorrere tra i miei. Molto prima di incontrarci avevamo fatto gli stessi sogni”).
Ma come credo di avervi inavvertitamente anticipato, Annabel muore. Humbert cresce e diventa adulto, ma quel desiderio inappagato che cova dentro, e che non era riuscito a soddisfare tra i flutti del mare nei pomeriggi d’amore con la sua piccola compagna, non cresce. Quel desiderio si cristallizza, e lo spirito di Annabel prende forma nella ragazzina all’uscita da scuola, nella bambina che gli chiede timidamente di allacciargli le scarpe, nella ninfetta (neologismo di Nabokov) che gioca tra le siepi del parco.
Passando da una donna all’altra senza provare nessun tipo di amore o passione, Humbert si ritrova nella casa della vedova Haze, e qui la vede: Dolores, la capricciosa figlia dodicenne di Charlotte Haze, che in tutta la sua arroganza lo squadra dall’alto dei suoi occhiali scuri, sdraiata seminuda a prendere il sole.
Dolores (o Lolita, come affettuosamente la chiama) è l’esatta incarnazione di Annabel, o meglio, supera il suo prototipo. Quando Charlotte muore tutti i sogni di Humbert paiono realizzarsi: diventa il tutore della ragazzina, e per tenerla legata a sé, incostante e ribelle com’è, compie insieme a lei un viaggio per l’America in cerca di paesaggi e istanti da regalarle. Ma i pensieri di Lolita corrono altrove, e scoprirà soltanto alla fine il suo tutore, padre e amante, che la bella ninfa, in realtà, non era mai stata sua.

Volevo chiudere qui, poi mi è venuta in mente una cosa che ho pensato mi piacerebbe moltissimo leggere se incorressi per caso una recensione di Lolita. C’è un dettaglio (abbastanza insignificante a dir la verità) che ho trovato nel saggio A proposito di un libro intitolato Lolita, alla fine dell’edizione Adelphi, dove Nabokov racconta come sia nato il “brivido d’ispirazione” per la stesura del romanzo. Stava leggendo un giornale quando si è imbattuto in un articolo piuttosto singolare: uno scienziato dopo mesi di tentativi per insegnare a una scimmia a disegnare, aveva finalmente trovato un bozzetto a carboncino dove l’animale aveva tratteggiato le sbarre della sua gabbia. Non so perché ma questo aneddoto mi ha in qualche modo emozionato, la stessa emozione di quando la mia migliore amica delle elementari mi aveva detto che Harry Potter era nato dalla vista di un gregge di pecore.
Fa strani giri la mente, e chissà che razza di associazioni mentali deve aver fatto Nabokov per aver partorito poi Humbert Humbert, Charlotte Haze, Lolita (e il mio preferito, non mi stancherò mai di dirlo) Quilty, fatto sta che per una coincidenza incredibile proprio quel giorno la scimmia decise di disegnare (e non disegnò una banana, o la mano dello scienziato, o un suo simile, ma delle sbarre), proprio quel giorno lo scienziato rese pubblica la notizia e proprio quel giorno Nabokov comprò il giornale. La nascita di un libro è sempre frutto di una serie di cause contingenti incontrollabili, ma da questa apparente fragilità ha preso vita questo capolavoro.

Quindi in qualche modo mi sembrava giusto ricordare quello scienziato e quella scimmia, che inconsapevolmente sono stati determinanti perché io sia qui oggi a parlare di Lolita.


Titolo originale: Lolita
Prima edizione: 1955
Adelphi Edizioni
Traduzione di Giulia Arboria Mella

4 commenti:

  1. Ennesimo libro in attesa sugli scaffali, ma che sono molto curiosa di leggere, soprattutto dopo la lettura di queste tue impressioni.

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    1. Aaaah tiralo giù immediatamente dallo scaffale! Merita.

      PS: sono contenta per aver contribuito, almeno in parte, a destare il tuo interesse per Lolita ;)

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  2. Un libro bellissimo. Particolare, difficile, che fa male, ma un vero capolavoro!

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