mercoledì 22 aprile 2015

Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro

Senza dubbio, dal punto di vista del convento, della ragione e della morale, la vita dell’abate era migliore, più giusta, più costante, più ordinata e più esemplare, era una vita di ordine e servizio rigoroso, un sacrificio continuo, uno sforzo sempre nuovo verso la chiarezza e la giustizia, era molto più pura e più buona che la vita di un artista, di un vagabondo e di un seduttore di donne. Ma da un punto di vista più alto, dal punto di vista di Dio, l’ordine e la disciplina di una vita esemplare, la rinuncia al mondo e alla felicità dei sensi, la lontananza dal fango e dal sangue, il ritiro nella filosofia e nella devozione, erano veramente meglio che la vita di Boccadoro? L’uomo era davvero creato per condurre una vita regolata, di cui ogni ora ed ogni azione fossero annunciate dalla campana che chiama alla preghiera? L’uomo era davvero creato per studiare Aristotele e Tomaso d’Aquino, per sapere il greco, per mortificare i propri sensi e per fuggire il mondo? Non era egli creato da Dio con sensi ed istinti, con oscurità sanguigne, con la capacità del peccato, del piacere, della disperazione? Intorno a queste domande si aggiravano i pensieri dell’abate quando erano vòlti all’amico.
Sì, e forse non era soltanto più ingenuo e più umano condurre una vita come quella di Boccadoro; in fin dei conti era forse anche più coraggioso e più grande affidarsi alla corrente crudele e tumultuosa, commetter peccati e prender su di sé le loro amare conseguenze, anziché condurre una vita pulita in disparte dal mondo, con le mani lavate, e formarsi un bel giardino di pensieri pieno d’armonia, e camminare senza peccato fra le sue aiuole ben protette. Era forse più difficile, più valoroso e più nobile camminare con le scarpe logore per i boschi e per le strade maestre, soffrire il sole e la pioggia, la fame e la miseria, giocare coi piaceri dei sensi e pagarli con le sofferenze. 
Hermann Hesse

Oggi mi sento di cominciare con una di quelle belle massime banali che tutti almeno una decina di volte nella vita si sono trovati a dire: gli opposti si attraggono. Questo è, brutalmente riassunto, uno dei temi di Narciso e Boccadoro.
Per Hesse esistono due grandi correnti nei quali si dividono le personalità più elevate: i figli della razionalità, del logos, della stabilità data dalla figura paterna, e gli artisti, i vagabondi, i figli dell’eros, che prendono la loro forza dalla Madre. È possibile una sintesi delle due nature? No. Per quanti sforzi si facciano per conciliarle ed equilibrare dentro di sé mente e istinto, ci sarà sempre un lato che domina sull’altro. La soluzione è una sola: cercare e saper riconoscere una natura affine e contraria alla propria, per trovare un’armonia che non sia precaria e permetta di raggiungere la pace interiore. Come il sole e la luna, il cielo e la terra, Narciso e Boccadoro si riconoscono come esseri superiori, opposti e complementari, e per quanto lontani e divisi dalla vita si attraggono l’un l’altro, in continua tensione verso la perfetta sintesi di spirito e carne, stabilità e ribellione.


Narciso è un monaco del monastero di Mariabronn, brillante, austero, glaciale. La sua disciplina e la cultura sterminata lo portano a diventare maestro giovanissimo, e proprio qui, in veste di guida e insegnante, conosce l’allievo Boccadoro. Qualcosa in questo ragazzo lo affascina; per la prima volta l’erudito si rende conto di avere di fronte un suo pari: proprio Narciso, che aveva sempre disprezzato gli uomini, si ritrova a fare i conti con un’anima superiore, così vicina alla sua. Boccadoro tenta in tutti i modi di emulare il maestro, ma Narciso lo dissuade: la sua vita è ben lontana dal monastero, la sua vocazione è un’altra. La ricerca della figura di quella madre sconosciuta, libera e ribelle, è il fuoco che anima Boccadoro. Con questa unica aspirazione parte pellegrino, senza una meta, seducendo donne e lasciandosi sedurre egli stesso, imparando i segreti dell’amore, diventando assassino e vagabondo, in un continuo oscillare tra voluttà e cupa disperazione. E proprio in un momento di sconforto scorge in una cappella la scultura di una Madonna, e comprende che l’arte è l’unico modo per rappresentare la Madre, sua madre. Ma la prima scultura, intensa e bellissima, è dedicata all’amico Narciso. Dopo anni di vagabondaggi, di fame e miseria, fa ritorno al convento di Mariabronn vecchio e stanco, in fin di vita, ma sereno, per la prima  volta. La grande Eva-Madre, lo scopo della sua vita, gli si è presentata nella mente, ma non può rappresentarla: il suo mistero è insondabile. 
E con le sue ultime parole mette in discussione le più salde convinzioni di Narciso, lo sdegnoso e irremovibile Narciso, fermo nella convinzione che la mortificazione della carne e l'esercizio dello spirito siano l'unico modo per raggiungere la verità. In un soffio, terribile e profetico, smuove alle radici la ferrea regola dell'amico, del suo opposto, del suo completamento.
“Ma come vuoi morire un giorno Narciso, se non hai una madre? Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire”.

Titolo originale: Narziss und Goldmund
Prima edizione: 1930
Arnoldo Mondadori Editore
Traduzione di Cristina Baseggio

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