mercoledì 29 aprile 2015

Fëdor Dostoevskij, Povera Gente

Ohibò, dopo questo non si potrà vivere tranquillamente nella propria intimità, nel proprio cantuccio, quale che sia; vivere, secondo il detto, senza agitare le acque, non urtando nessuno, conoscendo il timor di Dio e se stessi, in modo che non ti urtino, che non ti si introducano nella cuccia, non osservino come – per modo di dire – ti comporti nell’intimità della tua casa, se, per esempio, hai un bel panciotto, se hai quanto occorre per un po’ di biancheria, se hai gli stivali, e come sono suolati; che cosa mangi, che cosa bevi, che cosa copi. Ma che c’è poi di speciale, diletta, se, per non sciupare gli stivali, cammino in punta di piedi nel punto in cui la strada è pavimentata piuttosto male; perché scrivere del prossimo che qualche volta si trova in difficoltà, e che non beve il tè? Ma, proprio tutti devono bere assolutamente il tè? E forse io guardo in bocca alla gente per vedere che boccone mastica? Chi ho mai insultato in una tal maniera? No, diletta, perché offendere gli altri, se non ti danno noia? 
Fëdor Michajlovič Dostoevskij
Quella che ci viene raccontata in Povera Gente è la storia di un amore non corrisposto, narrato attraverso un fitto scambio di epistole; un sentimento che nasce nei sobborghi di Pietroburgo tra due amanti affacciati alle finestre di un medesimo cortile. 
Makar Djevuskin riempie l’oggetto della sua adorazione, Varvara, di regali e fiori, si priva dei pochi averi che ha a disposizione pur di renderla felice. Varvara, dal canto suo, lusingata dalle attenzioni dello spasimante, si limita ad un paio di parole dolci pur di tenerselo stretto.
Ma proprio quando sembra che tra i due possa finalmente nascere una relazione, la sorpresa: Varvara ha un altro pretendente, più bello, più ricco, ma infinitamente più rozzo e meno sensibile di Makar. Convinto che l’amore sia un sentimento puro e privo di interessi, e votato solo alla serenità di Varinka (come la chiama affettuosamente), Makar si prodiga affinché il matrimonio fra i due sia perfetto: si occupa delle commissioni, compra le stoffe ed esaudisce ogni capriccio della sua amata, sminuisce se stesso innalzando il suo rivale, per il solo piacere di renderla felice.
Da povera e indifesa che era, Varinka si trasforma in una creatura fredda e insensibile, piegata alla logica del guadagno. Sposa Bykov, l’"altro", il proprietario terriero, lasciando al malato e completamente distrutto Makar la sola consolazione di qualche lettera. E proprio queste lettere, che avevano innalzato l’uomo verso la felicità più grande, finiscono per rigettarlo in una pazzia disperata, nell’ingenua speranza che Varinka possa, un giorno, amarlo.

Dostoevskij ha un modo particolare di intendere i sentimenti. Mi manda in crisi leggere i suoi romanzi, dopo “un Dostoevskij” mi sento una persona diversa da come ero prima, tanta è la potenza delle sue parole. Ecco, in particolare Povera gente mi ha fatto sorgere dei dubbi sul significato della parola amare, o almeno, ho rimesso in discussione quella che per me è la concezione dell’amore. Nei suoi scritti (i primi che mi vengono in mente: Le notti bianche e L'eterno marito) emerge questa visione dell’amore come puro e disinteressato, una totale identità tra la felicità dell’altro e la propria felicità. Non importa che il mio compagno ami un’altra persona, se questo è ciò che desidera devo aiutarlo in tutti i modi a concretizzare il suo volere, anche se va contro il mio, anche se il solo pensiero mi distrugge, anche se so che sta sbagliando. Ma morirei piuttosto di veder realizzati i suoi sogni. Questo è l’amore dostoevskiano. 
Scrivere dei pensieri del genere è facilissimo. Quello che mi sconvolge e mi fa amare questo scrittore, follemente, è la totale coerenza della sua opera con il modo di vivere. Perché non è un’astrazione, una storia fittizia: Dostoevskij amava così. Un episodio mi aveva colpito parecchio studiando la sua biografia: verso i trentacinque anni Fëdor si innamora perdutamente di una donna, una certa Mar’ja Isaeva, che ricambia, ma allo stesso tempo prova dei sentimenti per un giovane, Vergunov. Beh, Dostoevskij ne diventa amico e fa di tutto perché tra i due possa funzionare, nonostante impazzisca all’idea di perderla: “Non bisogna dar l’impressione che si lavori per se stessi”, le scrive. Che dire, era un grande. E alla fine riesce pure a sposarla.

Acclamato dalla critica di Belinskij come “Il nuovo Gogol” (che per altro viene citato, uno dei racconti consigliati da Varinka a Makar è proprio Il Cappotto), e screditato dall’opposta fazione politica come un romanzo noioso, frutto di un accumulo di particolari uniformi, Povera Gente è un romanzo da leggere, se non altro per la curiosità di scoprire gli esordi letterari dello scrittore.
Primo romanzo di Dostoevskij, scritto all’età di soli 25 anni, conserva in sé il germe della polifonia, che si manifesterà in tutta la sua potenza nei grandi romanzi, da Delitto e castigo a I fratelli Karamazov. Ogni personaggio è autonomo, e porta con sé la propria visione del mondo, la propria idea, che scaturisce dal dialogo e dal confronto con gli altri protagonisti, in una sorta di concerto a più voci. 
Il bene e il male si intersecano, uniti indissolubilmente, e la stessa Varinka, ad una prima occhiata calcolatrice e spregiudicata, può essere compresa alla luce di un diario che spedisce a Makar, dove descrive un episodio tragico della sua infanzia che la rende forse più umana, forse più confusa di quello che in apparenza sembra essere.

Titolo originale: Bednye Lyudi (Бедные люди)
Prima edizione: 1845
Rizzoli Editore
Traduzione di Ebe Perego

mercoledì 22 aprile 2015

Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro

Senza dubbio, dal punto di vista del convento, della ragione e della morale, la vita dell’abate era migliore, più giusta, più costante, più ordinata e più esemplare, era una vita di ordine e servizio rigoroso, un sacrificio continuo, uno sforzo sempre nuovo verso la chiarezza e la giustizia, era molto più pura e più buona che la vita di un artista, di un vagabondo e di un seduttore di donne. Ma da un punto di vista più alto, dal punto di vista di Dio, l’ordine e la disciplina di una vita esemplare, la rinuncia al mondo e alla felicità dei sensi, la lontananza dal fango e dal sangue, il ritiro nella filosofia e nella devozione, erano veramente meglio che la vita di Boccadoro? L’uomo era davvero creato per condurre una vita regolata, di cui ogni ora ed ogni azione fossero annunciate dalla campana che chiama alla preghiera? L’uomo era davvero creato per studiare Aristotele e Tomaso d’Aquino, per sapere il greco, per mortificare i propri sensi e per fuggire il mondo? Non era egli creato da Dio con sensi ed istinti, con oscurità sanguigne, con la capacità del peccato, del piacere, della disperazione? Intorno a queste domande si aggiravano i pensieri dell’abate quando erano vòlti all’amico.
Sì, e forse non era soltanto più ingenuo e più umano condurre una vita come quella di Boccadoro; in fin dei conti era forse anche più coraggioso e più grande affidarsi alla corrente crudele e tumultuosa, commetter peccati e prender su di sé le loro amare conseguenze, anziché condurre una vita pulita in disparte dal mondo, con le mani lavate, e formarsi un bel giardino di pensieri pieno d’armonia, e camminare senza peccato fra le sue aiuole ben protette. Era forse più difficile, più valoroso e più nobile camminare con le scarpe logore per i boschi e per le strade maestre, soffrire il sole e la pioggia, la fame e la miseria, giocare coi piaceri dei sensi e pagarli con le sofferenze. 
Hermann Hesse

Oggi mi sento di cominciare con una di quelle belle massime banali che tutti almeno una decina di volte nella vita si sono trovati a dire: gli opposti si attraggono. Questo è, brutalmente riassunto, uno dei temi di Narciso e Boccadoro.
Per Hesse esistono due grandi correnti nei quali si dividono le personalità più elevate: i figli della razionalità, del logos, della stabilità data dalla figura paterna, e gli artisti, i vagabondi, i figli dell’eros, che prendono la loro forza dalla Madre. È possibile una sintesi delle due nature? No. Per quanti sforzi si facciano per conciliarle ed equilibrare dentro di sé mente e istinto, ci sarà sempre un lato che domina sull’altro. La soluzione è una sola: cercare e saper riconoscere una natura affine e contraria alla propria, per trovare un’armonia che non sia precaria e permetta di raggiungere la pace interiore. Come il sole e la luna, il cielo e la terra, Narciso e Boccadoro si riconoscono come esseri superiori, opposti e complementari, e per quanto lontani e divisi dalla vita si attraggono l’un l’altro, in continua tensione verso la perfetta sintesi di spirito e carne, stabilità e ribellione.


Narciso è un monaco del monastero di Mariabronn, brillante, austero, glaciale. La sua disciplina e la cultura sterminata lo portano a diventare maestro giovanissimo, e proprio qui, in veste di guida e insegnante, conosce l’allievo Boccadoro. Qualcosa in questo ragazzo lo affascina; per la prima volta l’erudito si rende conto di avere di fronte un suo pari: proprio Narciso, che aveva sempre disprezzato gli uomini, si ritrova a fare i conti con un’anima superiore, così vicina alla sua. Boccadoro tenta in tutti i modi di emulare il maestro, ma Narciso lo dissuade: la sua vita è ben lontana dal monastero, la sua vocazione è un’altra. La ricerca della figura di quella madre sconosciuta, libera e ribelle, è il fuoco che anima Boccadoro. Con questa unica aspirazione parte pellegrino, senza una meta, seducendo donne e lasciandosi sedurre egli stesso, imparando i segreti dell’amore, diventando assassino e vagabondo, in un continuo oscillare tra voluttà e cupa disperazione. E proprio in un momento di sconforto scorge in una cappella la scultura di una Madonna, e comprende che l’arte è l’unico modo per rappresentare la Madre, sua madre. Ma la prima scultura, intensa e bellissima, è dedicata all’amico Narciso. Dopo anni di vagabondaggi, di fame e miseria, fa ritorno al convento di Mariabronn vecchio e stanco, in fin di vita, ma sereno, per la prima  volta. La grande Eva-Madre, lo scopo della sua vita, gli si è presentata nella mente, ma non può rappresentarla: il suo mistero è insondabile. 
E con le sue ultime parole mette in discussione le più salde convinzioni di Narciso, lo sdegnoso e irremovibile Narciso, fermo nella convinzione che la mortificazione della carne e l'esercizio dello spirito siano l'unico modo per raggiungere la verità. In un soffio, terribile e profetico, smuove alle radici la ferrea regola dell'amico, del suo opposto, del suo completamento.
“Ma come vuoi morire un giorno Narciso, se non hai una madre? Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire”.

Titolo originale: Narziss und Goldmund
Prima edizione: 1930
Arnoldo Mondadori Editore
Traduzione di Cristina Baseggio

mercoledì 15 aprile 2015

Patrick Modiano, Nel Caffè della Gioventù Perduta

In fondo, la strada finiva contro il cielo, come se conducesse sull’orlo di una scogliera. Continuavo a camminare con quel senso di leggerezza che a volte ti coglie nei sogni. Non temi più niente, i pericoli sono tutti risibili. Se poi gira veramente male, basta risvegliarsi. Sei invincibile. Camminavo, impaziente di arrivare in cima, là dove c’erano soltanto il blu del cielo e del vuoto. Che parola potrebbe tradurre il mio stato d’animo? Il mio vocabolario è poverissimo. Ebbrezza? Estasi? Rapimento? In ogni caso, quella strada mi era familiare. Mi pareva di averla percorsa anche prima. Avrei presto raggiunto l’orlo della scogliera e mi sarei gettata nel vuoto. Che felicità volteggiare nell’aria e conoscere infine quella sensazione di leggerezza che cercavo da sempre. Conservo un ricordo così netto di quella mattina, della strada e del cielo, laggiù in fondo…
E poi la vita ha continuato il suo corso, con alti e bassi. 
Patrick Modiano

“Per l'arte della memoria con la quale ha evocato i destini umani più inafferrabili”. Questa la motivazione con cui Patrick Modiano, lo scorso anno, è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura. E non c’è parola più adatta per descrivere Louki, inafferrabile, tanto indefinita da essere insondabile perfino a se stessa. Questo suo essere sfuggente deriva dall’ossessione di Louki per la prospettiva nietzschiana dell’Eterno Ritorno, dal terrore dell’uguale, che la spinge a vivere costantemente al limite, incostante e incurante di se stessa e degli altri.
"Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!». Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina»?"
Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza
Non ha paura di provare, non ha paura del rischio, l’unico suo terrore è il costante ripetersi degli eventi. Per questo le esperienze con la cocaina, il matrimonio a vent’anni con un uomo che non ama, cui non smette di dare del lei, le nottate con l’amante nelle zone neutre di Parigi, le uniche in cui ha la possibilità di sentirsi libera. Il tempo trascorso al caffè Condé agli orari più disparati cercando di non attirare su di sé l’attenzione degli avventori del locale, cosciente del fascino che proprio questo suo non avere radici irradia, seduta in un tavolino in fondo, un libro in mano. Esperienze che Louki fa con leggerezza, alla costante ricerca di una novità che non involva in se stessa e si trasformi in quell’Eterno Ritorno che tanto teme.
Proprio questo rinnegare il ripetersi degli eventi la porta a cadere nella trappola tessuta dal demone di Nietzche. La fuga, l’espressione più oscura e torbida della libertà, diventa la sua gabbia, quelle briglie dalle quali per tutta la sua vita aveva cercato di divincolarsi disperatamente (“Non ero veramente me stessa se non nel momento in cui fuggivo”).  È proprio la fuga a diventare il suo Eterno Ritorno.
Questa tragica consapevolezza la porta a cercare di spezzare questo ciclo nell’unico modo in cui è certa non si possa tornare indietro, annientandosi, ma sconfiggendo il demone.

O, forse, è ancora il demone ad aver vinto su di lei.

Titolo originale: Dans le Café de la Jeunesse perdue
Prima edizione: 2007
Casa editrice Einaudi
Traduzione di Irene Babboni

mercoledì 8 aprile 2015

Alessandro Mari, L'Anonima Fine di Radice Quadrata

In estate ho conosciuto Alberto, un ragazzo di fuori venuto qui a godersi il mare, e ci siamo scritti parecchio. Intere nottate. Una cotta, le mie solite cotte “a scadenza”, ma quando rivedevo Alberto di giorno, in spiaggia o chissà, non trovavo più la persona delle nostre conversazioni notturne via sms. Così mi sono fatta quest’idea: quando ti scrivi con qualcuno, le parole sono abissali caverne dove l’eco è infinita, ma quando poi rivedi quel particolare qualcuno con cui ti sei scritta, dell’eco infinita può restare poco. Ho fatto confusione? Riprovo: scrivendo a qualcuno puoi toccare cose intime, ma quando ti ritrovi davanti quel particolare qualcuno, quella stessa intimità può impedirti di guardarlo o lasciarti guardare. Come aver fatto l’amore a parole senza manco un bacio. Sopravvivere alle superiori non è un gioco da ragazzi. 
Alessandro Mari

Alessandro Mari è la classica personalità che quando entra in una stanza non puoi fare a meno di non notare. Barba lunga, curata, tatuaggio sul petto che occhieggia dalla camicia un po’ aperta (“Perdonami, ti voglio fare una domanda indiscreta: cosa c’è scritto su quel tatuaggio?” “Non posso risponderti, mi piace pensare che solo chi mi sfila la camicia possa vederlo”. Al diavolo le mie domande indiscrete), si siede sul tavolo a gambe incrociate, prende il libro arrotolato tra le mani e brandendolo come un’arma comincia a parlare.
Come l’ho conosciuto? Mi ero messa in testa che volevo imparare a scrivere e ho deciso di frequentare un corso della scuola Holden di Torino, un corso “collaterale” (chiamiamolo così), a Milano. Ecco, grazie ad Alessandro ho imparato una delle cose che più mi sono servite per migliorarmi non solo nella scrittura, ma anche nella mia percezione del mondo: ciò che rende uno scritto o una personalità interessante è andare fuori tema. Dopo anni di liceo in cui era tutto un “Più di cinque non posso darti. Fuori tema”, ho finalmente superato il trauma e imparato a convivere con questa mia deformazione. Un po’ come Holden Caufield insomma. Se guardiamo qualcosa nel suo insieme tutti, con lievi differenze, siamo portati a descriverla nello stesso modo; ma se quella stessa cosa la osserviamo con attenzione, ognuno sarà catturato da un frammento diverso, da quel guizzo visibile a lui e a lui soltanto. Da lì, da quel guizzo ha inizio una storia. Mi ha divertito leggere i temi dei ragazzi del romanzo, dove ho ritrovato un po’ anche quelli di noi allievi. Quello della classica bambolina bella e superficiale su una modella che perde la gamba e scopre di avere un talento nel salto in lungo (gli si sarà rivoltato lo stomaco a doverlo scrivere), passando per il delfino che vuole creare un branco vegetariano, e per farlo uccide gli esemplari più forti prendendo con sé gli esclusi; fino a Radice Quadrata, che con cura maniacale raccoglie piccoli dettagli di uno sconosciuto (un casco, un abete natalizio riciclabile, un nome orientale) assemblandoli e riassemblandoli fino a creare una nuova vita, un nuovo universo. Questa, gli scritti di Radice Quadrata, sono a mio parere la parte più bella e suggestiva del romanzo: alla richiesta di dare vita a un racconto su un eroe il ragazzino trae ispirazione dalla storia di un uomo comune, facendola diventare straordinaria. Un po’ fuori tema forse, ma comunque straordinaria. Come la sua del resto.

Sofia e Radice Quadrata rappresentano concezioni della vita opposte e apparentemente inconciliabili: "Sofia sa molte cose ma di tutto sa poco e si annoia presto. Nuota in superficie. Radice Quadrata sa poche cose ma di quelle poche moltissimo. Nuota solo in apnea e non si muove lungo la spiaggia”. Nonostante questa disparità di fondo, i due ragazzi fanno parte dello stesso mondo scolastico, e qui si ritrovano, vicini e irraggiungibili, a dover fare i conti con un tema cui dovranno lavorare insieme: la descrizione di un eroe.
La loro conoscenza non sembra partire con i migliori auspici. “Sei una radice quadrata senza numero dentro!” urla il ragazzo a Sofia come fosse il peggior insulto sulla terra, e Sofia, che mai si fa mancare l’ultima parola, gli affibbia con scherno il soprannome di Radice Quadrata, ferita, in cuor suo, da quest’offesa di cui non capisce appieno il significato. Pian piano la diffidenza lascia spazio a una curiosità morbosa della ragazza nei confronti di questo personaggio così misterioso, sul perché appunti ogni singolo accadimento su decine di quadernetti o trascorra i pomeriggi nella cantina di uno sconosciuto, rubando oggetti che non gli appartengono. Lo scoprirà ben presto, guidata dal suo istinto da detective; ma proprio nel momento in cui i loro universi paiono avvicinarsi il caso si frapporrà tragicamente tra loro, lasciando tra i due un forte, indelebile legame.

Ritornando alle considerazioni della serie “dettagli insignificanti che non calcola nessuno”, sono rimasta colpita da una parte che di solito nei libri leggo per farmi quattro risate, e invece qui, per la prima volta, mi ha fatto riflettere: i ringraziamenti. Non so sinceramente perché mi piaccia tanto leggerli, fatto sta che ogni volta mi ritrovo a spulciare tra una lista infinita di nomi che non conosco e mai conoscerò, con annesse una o due righe di una banalità impressionante sull’amore, l’amicizia, l’infinita stima che lega lo scrittore al cugino di secondo grado o alla moglie. Qui invece qualcosa ha catturato il mio interesse: “Grazie alla ragazza minuta che, quasi come accade nel romanzo, mi ha confidato in che modo, per lei, Oriana Fallaci incarna un’eroina: allora non lavoravo ancora su Radice Quadrata e Sofia, però mi interessavano già lo sguardo dei ragazzi e le loro idee sugli eroi nel contemporaneo. Inconsciamente ho custodito nella memoria le parole di quella ragazza minuta”. Ci sono ogni giorno persone che catturano la nostra attenzione, e da un paio di dettagli finiamo a immaginarci cosa faranno una volta a casa, se hanno un cane o mangiano cibi precotti, oppure tiriamo a indovinare che lavoro fanno, o se hanno un’amante. E va beh, finché lo facciamo noi rimane un puro esercizio di immaginazione, ma è incredibile quanto queste piccolezze possano diventare grandi fra le mani di uno scrittore! Così è successo alla ragazza minuta, che probabilmente è stata per Alessandro Mari quel “brivido d’ispirazione” di cui parlava Nabokov per Lolita, e così succede allo sconosciuto “intercettato” da Radice Quadrata, che diventa l’eroe del suo tema, uomo comune trasformato in personaggio eccezionale. Così accade anche a Radice Quadrata stesso, divenuto oggetto delle attenzioni di Sofia. Solo dal loro modo di guardare il mondo scopriamo che i due ragazzi non sono poi tanto diversi. Due tipi di intelligenza opposti, ma la stessa identica attenzione per i dettagli, per le storie che si nascondono dietro agli occhi di chi gli sta di fronte. E una forte, fortissima empatia, che solo alla fine, per salvarsi l’un l’altro, li porterà a guardare nella stessa direzione, non più gli altri ma se stessi, come fossero un unico essere.

Prima edizione: 2015
Casa editrice Bompiani

mercoledì 1 aprile 2015

Vladimir Nabokov, Lolita

Da qualche parte, dietro la baracca di Bill, una radio accesa dopo il lavoro aveva cominciato a cantare di fato e di follia, e lei era lì, con la sua bellezza distrutta, le mani strette e le vene in rilievo, da adulta, e le braccia bianche con la pelle d'oca, e le orecchie appena concave, e le ascelle non rasate, era lì (la mia Lolita!), irrimediabilmente logora a diciassette anni, con quel bambino che già sognava, dentro di lei, di diventare un pezzo grosso e di andare in pensione intorno al 2020 – e la guardai, la guardai, e seppi con chiarezza, come so di dover morire, che l'amavo più di qualunque cosa avessi mai visto o immaginato sulla terra, più di qualunque cosa avessi sperato in un altro mondo. Di lei restava soltanto il fievole odor di viole, l'eco di foglia morta della ninfetta sulla quale mi ero rotolato un tempo, con grida così forti; un'eco sull'orlo di un precipizio fulvo, con un bosco lontano sotto il cielo bianco, e foglie marrone che soffocano il ruscello, e un solo ultimo grillo fra le erbacce secche... ma grazie a Dio io non veneravo soltanto quell'eco. Ciò che solevo vezzeggiare fra i tralci intricati del mio cuore, mon grand péché radieux, si era ridotto alla propria essenza; il vizio sterile ed egoista, quello lo cancellai e lo maledissi.
Vladimir Nabokov
“Io non sono né un lettore né uno scrittore di narrativa didattica, e, a dispetto delle affermazioni di Jhon Ray, Lolita non si porta dietro nessuna morale. Per me un’opera di narrativa esiste solo se mi procura quella che chiamerò francamente voluttà estetica, cioè il senso di essere in contatto, in qualche modo, in qualche luogo, con altri stati dell’essere dove l’arte (curiosità, tenerezza, bontà, estasi) è la norma.”
Vladimir Nabokov (che diciamocelo, non era poi un campione di modestia), era convinto che il suo Lolita fosse proprio questo, un’opera in grado di avvicinare il lettore all’arte. Per leggere e godersi questo romanzo senza rimanerne sconvolti bisogna per un attimo sospendere i giudizi morali: il rischio sarebbe concentrarsi solamente sulla perversione della storia, lasciandosi sfuggire tutta la bellezza che scaturisce dalle parole, dalla delicatezza (eh sì, sembra un ossimoro ma Nabokov sa parlare di incesto e pedofilia in modo delicato) e dallo stile, di una perfezione maniacale, di Lolita
Fortunatamente quando leggo un libro mi immergo totalmente in quella realtà come se non ne esistessero altre, elimino ogni tipo di preconcetto e mi lascio condurre, docile, dai personaggi; ma c’è stato un momento in cui ho pensato che se avessi avuto un approccio “normale” mi sarei sentita un mostro a provare compassione per Humbert (il pedofilo, per intenderci), un’antipatia naturale per la bambina e un’attrazione malsana per Quilty, il grande amore di Lolita, l’eccentrico commediografo con qualche turba sessuale (quando ho visto la Lolita di Kubrick mi ero innamorata di Peter Sellers, che incarnava questo personaggio. Per farvi capire quanto è potente).
Ma non bisogna spaventarsi. Come dice Nabokov stesso non c’è nessuna morale dietro Lolita, tutto quello che c’è da fare è abbandonarsi al piacere estetico, senza riserve.
E vi assicuro che se ne rimane totalmente appagati.

Lolita, o la confessione di un vedovo di razza bianca, sono le memorie di un tale Humbert Humbert, ritrovate in carcere il giorno della sua morte. La storia, che parte dall’infanzia dell’uomo, pare delle più classiche: il piccolo Humbert si innamora perdutamente di una coetanea, Annabel, di un amore totalizzante, fatto di impacciate carezze tra le acque della Costa Azzurra e di una incredibile affinità intellettuale (“In noi lo spirito e la carne si erano fusi con una perfezione che deve risultare incomprensibile ai rozzi, prosaici giovanotti di oggi, coi loro cervelli fatti in serie. Molto dopo la morte di Annabel sentivo i suoi pensieri scorrere tra i miei. Molto prima di incontrarci avevamo fatto gli stessi sogni”).
Ma come credo di avervi inavvertitamente anticipato, Annabel muore. Humbert cresce e diventa adulto, ma quel desiderio inappagato che cova dentro, e che non era riuscito a soddisfare tra i flutti del mare nei pomeriggi d’amore con la sua piccola compagna, non cresce. Quel desiderio si cristallizza, e lo spirito di Annabel prende forma nella ragazzina all’uscita da scuola, nella bambina che gli chiede timidamente di allacciargli le scarpe, nella ninfetta (neologismo di Nabokov) che gioca tra le siepi del parco.
Passando da una donna all’altra senza provare nessun tipo di amore o passione, Humbert si ritrova nella casa della vedova Haze, e qui la vede: Dolores, la capricciosa figlia dodicenne di Charlotte Haze, che in tutta la sua arroganza lo squadra dall’alto dei suoi occhiali scuri, sdraiata seminuda a prendere il sole.
Dolores (o Lolita, come affettuosamente la chiama) è l’esatta incarnazione di Annabel, o meglio, supera il suo prototipo. Quando Charlotte muore tutti i sogni di Humbert paiono realizzarsi: diventa il tutore della ragazzina, e per tenerla legata a sé, incostante e ribelle com’è, compie insieme a lei un viaggio per l’America in cerca di paesaggi e istanti da regalarle. Ma i pensieri di Lolita corrono altrove, e scoprirà soltanto alla fine il suo tutore, padre e amante, che la bella ninfa, in realtà, non era mai stata sua.

Volevo chiudere qui, poi mi è venuta in mente una cosa che ho pensato mi piacerebbe moltissimo leggere se incorressi per caso una recensione di Lolita. C’è un dettaglio (abbastanza insignificante a dir la verità) che ho trovato nel saggio A proposito di un libro intitolato Lolita, alla fine dell’edizione Adelphi, dove Nabokov racconta come sia nato il “brivido d’ispirazione” per la stesura del romanzo. Stava leggendo un giornale quando si è imbattuto in un articolo piuttosto singolare: uno scienziato dopo mesi di tentativi per insegnare a una scimmia a disegnare, aveva finalmente trovato un bozzetto a carboncino dove l’animale aveva tratteggiato le sbarre della sua gabbia. Non so perché ma questo aneddoto mi ha in qualche modo emozionato, la stessa emozione di quando la mia migliore amica delle elementari mi aveva detto che Harry Potter era nato dalla vista di un gregge di pecore.
Fa strani giri la mente, e chissà che razza di associazioni mentali deve aver fatto Nabokov per aver partorito poi Humbert Humbert, Charlotte Haze, Lolita (e il mio preferito, non mi stancherò mai di dirlo) Quilty, fatto sta che per una coincidenza incredibile proprio quel giorno la scimmia decise di disegnare (e non disegnò una banana, o la mano dello scienziato, o un suo simile, ma delle sbarre), proprio quel giorno lo scienziato rese pubblica la notizia e proprio quel giorno Nabokov comprò il giornale. La nascita di un libro è sempre frutto di una serie di cause contingenti incontrollabili, ma da questa apparente fragilità ha preso vita questo capolavoro.

Quindi in qualche modo mi sembrava giusto ricordare quello scienziato e quella scimmia, che inconsapevolmente sono stati determinanti perché io sia qui oggi a parlare di Lolita.


Titolo originale: Lolita
Prima edizione: 1955
Adelphi Edizioni
Traduzione di Giulia Arboria Mella