mercoledì 25 febbraio 2015

Charles Baudelaire, I Paradisi Artificiali

Questa acutezza del pensiero, questo entusiasmo dei sensi e dell’animo, sono apparsi nell’uomo, in ogni epoca, come il primo dei beni; per questo, considerando solo la voluttà immediata e senza darsi pensiero di violare le leggi del suo organismo, egli ha cercato nella scienza fisica, nella farmaceutica, nei più grossolani liquori, nei più raffinati profumi, sotto tutti i climi e in ogni tempo, il modo di sfuggire, anche solo per qualche ora, al suo abitacolo di fango e, come dice l’autore di Lazare, «conquistare il paradiso in un sol colpo». I vizi dell’uomo, per quanto li si supponga pieni di errore, contengono la prova (non fosse altro che per la loro infinita espansione!) del suo gusto dell’infinito; ma è un gusto che spesso sbaglia strada. 
Charles Baudelaire

Ci sono momenti in cui all'uomo è dato l’immenso onore di toccare la beatitudine. Momenti in cui accoglie l’alba con spirito “giovane e vigoroso”, dove la vita si schiude completamente alla bellezza, alla speranza, alla ricchezza dei dettagli, dove ogni desiderio sembra possibile, e il mondo si apre a nuove, incredibili prospettive. Ma questi giorni, meravigliosi, splendidi giorni, hanno come tutte delle cose umane un punto debole: sono rari, effimeri e non hanno una causa visibile; ma soprattutto non sono riproducibili naturalmente.
Ma artificialmente sì.

Baudelaire traccia un quadro dei principali metodi con cui l’uomo si è ingegnato a riprodurre l’estasi e sfuggire a piacimento al “suo abitacolo di fango”, senza bisogno di attendere i capricci della natura: alcol, hascisc e oppio hanno la capacità di generare il benessere, di dipingere una realtà ideale, perfetta proprio perché ideata dalla stessa mente di chi assume la sostanza. Un paradiso che con il passare del tempo lascia intravedere le impalcature e le travi di legno che lo sorreggono; e proprio qui sta il limite: la sua artificialità, l’idillio di chiamare la felicità a comando, si rivela ben presto, citando Baudelaire stesso, un gioco con lo Spirito del Male.
Ma facciamo un passo indietro. Chi è il mangiatore d’oppio, quest’uomo che vuole giocare a fare Dio, ricreando la realtà? Non di certo un mercante di buoi, che sprecherebbe i suoi pellegrinaggi estatici guardando pascoli. E nemmeno un conciatore di pelli, che vedrebbe solamente tinture e pellame. Il mangiatore d’oppio è un individuo colto, avvezzo alle Lettere, educato alla Filosofia, un temperamento a metà tra il nervoso e il bilioso, “qualcosa di analogo a ciò che il XVIII secolo chiamava l’uomo sensibile, a ciò che la scuola romantica chiamava l’uomo incompreso, e a ciò che le famiglie e la massa borghese bollano generalmente con l’epiteto di originale”. A questo, e solo a quest’uomo si aprono le infinite possibilità del reale, o meglio, dell’irreale. Le crepe dei muri diventano uccelli meravigliosi, i soffitti si spalancano al cielo, ai colori sgargianti e definiti; i pavimenti, sui quali scorrono ruscelli, si popolano di ninfe. E l’intelletto si acuisce, i collegamenti si fanno semplici, le domande vengono rimpiazzate da risposte.
Ma, abbiamo detto, come ogni cosa anche questa ha un punto debole: il paradiso non ha la durata che di qualche ora, e qui comincia la tortura. Perché il nostro uomo sensibile o incompreso o originale, a seconda delle epoche, si ritrova improvvisamente rinchiuso in una gabbia, e dai campi verdeggianti cominciano a strisciare catene: i crampi dell’astinenza, la ribellione della mente, si fanno insopportabili. Ma soprattutto, cosa da non sottovalutare per un letterato, o un filosofo, usare la droga per pensare e creare, porta a non riuscire più a pensare e creare senza di essa. Per dirla con le parole di Shelley, “era come se un grande pittore avesse intinto il suo pennello nel nero del terremoto e dell’eclisse”: il paradiso scompare, i ruscelli, le ninfe, gli uccelli con lui. Quello che rimane è una grande pennellata nera su quella splendida realtà così ben costruita, e per riportarla in vita è necessaria un’altra dose di veleno.
E ancora. E ancora.

La condanna alla droga da parte di Baudelaire è dura (più indulgente verso alcol e oppio), ma ogni critica è quasi controbilanciata dai passi delle descrizioni delle visioni date da queste sostanze, riprese dal saggio di De Quincey, Confessioni di un mangiatore d’oppio. Il giorno seguente l’assunzione, la droga produce sì un torpore fisico immane, l’annientamento della volontà, porta spesso alle lacrime e allo strazio, ma le visioni! Che visioni! Le descrizioni delle tappezzerie di vecchi hotel che si riplasmano sotto lo sguardo dell’oppiomane sono tanto sublimi e affascinanti che pare a volte che lo stesso Baudelaire ci si perda, per poi ridestarsi confuso e tornare a giudicare la droga come un veleno, un artificio del demonio. Qui sta tutta l’ambiguità del saggio. Veniamo a conoscenza durante la narrazione di due Baudelaire diversi, il moralista e il sognatore, che si alternano in modo inquietante nella descrizione degli effetti e nella condanna dei postumi. Lo scrittore sembra lasciare libera scelta su quale dei dei due schierarsi, ma con una ammonimento: tanto più l’uomo tenterà di avvicinarsi all'infinito, diventare un Dio tra gli angeli usando il trucco del paradiso artificiale, tanto più sarà alto il prezzo da pagare una volta tornato sulla terra; la pena, terribile, per aver violato la sua natura.

Titolo originale: Les Paradis Artificiels
Prima edizione: 1860
Ugo Guanda Editore
Traduzione di Milo de Angelis

mercoledì 18 febbraio 2015

Italo Calvino, Gli Amori Difficili

L’amavo, insomma. Ed ero infelice. Ma come lei avrebbe mai potuto capire questa mia infelicità? Ci sono quelli che si condannano al grigiore della vita più mediocre perché hanno avuto un dolore, una sfortuna; ma ci sono anche quelli che lo fanno perché hanno avuto più fortuna di quella che si sentivano di reggere. 
Italo Calvino

Calvino ci parla dell’altra faccia dell’amore, infinitamente lontana dalla passione e dalla felicità: l’amore disperato, quello contraddistinto dall’assenza, fisica della persona amata e quella più profonda, intima, di chi nell'altro e in se stesso trova il nulla più assoluto, e scopre che quello che aveva sempre cercato in realtà non è mai esistito.
Tredici storie - o meglio, avventure - nelle quali il principio e la fine, la vicinanza nello spazio e nel tempo hanno poca importanza, poiché l’essenziale è quell’unico istante in cui due anime umane si sfiorano ed entrano in contatto, spesso ritraendosi inorridite alla percezione della debolezza e dalla miseria della condizione umana, che ognuno di noi, per quanti sforzi faccia per nasconderlo, porta inevitabilmente con sé.
Un viaggio doloroso, che ha inizio proprio all’interno di uno scompartimento ferroviario, dove un soldato accarezza il corpo di una donna seduta accanto a lui, tormentato dal pensiero di osare troppo; per proseguire nel letto di una prostituta, dove un bandito trova rifugio; e nella casa di un fotografo che, ossessionato dalla sua modella, perderà il senno quando lei deciderà di lasciarlo, votando la sua esistenza alla stessa identica fotografia di un tubo di termosifone. Così l’avventura di un miope, che tornato al suo paese natio non riuscirà a farsi riconoscere dai suoi vecchi amici per via degli enormi occhiali, e una volta decisosi a toglierli egli stesso non riuscirà a riconoscere nessuno, prima fra tutti la donna che ha sempre segretamente amato.
Questo  percorso nei meandri delle difficoltà dell’amore e dei più inquieti sentimenti umani, termina sulla strada, dove un automobilista dopo un litigio con la fidanzata continuerà (forse per sempre?) a percorrere l’autostrada che porta a lei, in quell’unico luogo dove si perde l’individualità ma ci si sente al sicuro, luci rosse e bianche, puri segni luminosi.

Ciò che leggiamo ne Gli amori difficili è l’inferno dei viventi di cui Calvino aveva fatto menzione già ne Le città invisibili, quell’inferno che ritroviamo uscendo di casa, negli sguardi dei vicini, nei gesti di chi ci sta intorno, nel lavoro alienante di una fabbrica e nel ripetersi delle giornate, sempre uguali a se stesse. E l’amore, che dovrebbe essere quel sentimento primo fra tutti  in grado di salvare l’uomo dalla mediocrità, talvolta non è che il peggiore degli inferni. I protagonisti di questi racconti rappresentano l’incontro di due esseri umani che non si nobilitano l’un l’altro stando insieme, ma si configurano come la somma di due inetti, e contraddicendo ogni legge matematica ci portano davanti un risultato negativo.
Qual è l’antidoto per la vita, allora? Ci è svelato nel finale, nella seconda parte delle novelle, dal titolo La vita difficile: una distesa di panni bianchi al sole, il profumo di bucato, la purezza delle onde di un mare limpido e incontaminato che con il suo moto leviga i gusci delle conchiglie. Piccoli frammenti di felicità, immutabile e infinita, perfetta, capace di far ritrovare una pace desolata e malinconica, poiché noi, da lettori e da uomini, siamo coscienti che non durerà che lo spazio di un istante.
Ma per riemergere, e rendersi conto che la vita non è solo inferno, è inevitabile continuare a ricercare e collezionare questi sprazzi di beatitudine, in cui all’uomo è concessa la speranza di aspirare ad essere felice per riuscire finalmente a ritrovare, anche solo per qualche secondo, “nel caos di mille movimenti possibili quello e quello solo giusto e limpido e lieve e necessario”, che assicuri che il viaggio della vita valga la pena di essere affrontato.

Prima edizione: 1970
Arnoldo Mondadori Editore

mercoledì 11 febbraio 2015

J. D. Salinger, Il Giovane Holden

Mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltare fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei far altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia. 
J. D. Salinger

Holden Caufield ha tutti gli ingredienti per essere un ragazzino abbastanza comune: non gli piacciono la scuola e i suoi compagni, non gli piacciono i professori, né gli esami. Ma c’è qualcosa che lo differenzia dagli altri: la sua percezione delle cose, così nettamente divisa tra bianco e nero, verità e ipocrisia. Tutto ciò che vede è irrimediabilmente sbagliato, sbagliato per il suo essere così puro e genuino e profondamente ribelle; perché il mondo è falso e superficiale e di quel mondo sente di non far veramente parte. Si trova a Pencey quando comincia in prima persona la narrazione, l’ennesima scuola dalla quale è stato espulso, e proprio da qui intraprende il suo viaggio nella caotica New York degli anni ’50, con un “Dormite sodo, stronzi” e la porta sbattuta del collegio. Un percorso che lo porterà a incontrare innumerevoli personaggi, tra gli altri una prostituta e un presunto pederasta, cui lascerà un pezzo di se stesso, fino a ritrovarsi, alla fine, a sentire la mancanza di tutti.

Da subito capiamo che c’è qualcosa di strano in Holden, un qualcosa che lui chiama pazzia. E se intendiamo con pazzia un modo di guardare alla realtà totalmente diverso da come la vede buona parte della popolazione, possiamo dire che sì, Holden è pazzo.
La sua attenzione viene catturata da dettagli che paiono insignificanti, piccoli frammenti che acquistano ai suoi occhi un’importanza straordinaria. Come il suo amore per Jane Gallagher, racchiuso nel tenere tutte le dame bianche nell’ultima fila. Come il tema che scrive sul guantone da baseball di suo fratello Allie, morto anni prima, quando gli era stato semplicemente chiesto di descrivere una casa. O la richiesta, insistente, a tutti gli autisti che gli capita di incontrare, di dove vadano le anitre di Central Park in inverno, quando il lago è ghiacciato. Ma la sua percezione delle cose si scontra sempre e irrimediabilmente con la realtà, una realtà in cui andare “fuori tema” non è normale, e ogni personaggio incontrato nel suo cammino glielo farà presente, più o meno brutalmente. Ma cosa significa poi, “rimanere in tema”? Per Holden sono proprio le dame bianche e le anitre di Central Park l’essenza, ciò che rende la vita interessante e degna di essere vissuta, non di certo le macchine costose, le belle donne o i componimenti dei suoi compagni di classe, così terribilmente noiosi nella loro linearità.
Raccontando di sé senza mai dare retta agli altri, inizia un viaggio alla ricerca di qualcosa che il contesto in cui vive non riesce a dargli: la Verità. La verità dei gesti, delle emozioni, delle piccole cose, quell’immediatezza che non conoscono i “palloni gonfiati” del collegio Pencey, o le frivole ragazzine che accavallano le gambe nel centro commerciale. Una trasparenza di cui Holden percepisce l’esistenza e ne ha intravisto degli sprazzi, ma non è mai riuscito completamente ad afferrare al di fuori di sé, data da una carezza sulla nuca, come i bambini piccoli, della mano di Jane, o il coprirgli la testa con un berretto per ripararlo dalla pioggia da parte della sorellina, Phoebe.
Una ricerca rischiosa, lo ammonisce un vecchio professore, perché è breve il passo dal cercare qualcosa che il proprio ambiente non riesce a dare e lo smettere di cercare, incredibilmente, pericolosamente breve.
Il suo percorso lo farà approdare in un campo di segale, per salvare dei bambini che incauti giocano a palla accanto a uno strapiombo. E qui, sull’orlo del baratro, sarà proprio Holden il primo ad essere salvato.

Titolo originale: The Catcher in the Rye
Prima edizione: 1951

Giulio Einaudi editore
Traduzione di Adriana Motti

mercoledì 4 febbraio 2015

Michel Houellebecq, Sottomissione

“È la sottomissione,” disse piano Rediger. “L’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta.” 
Michel Houellebecq

Ho comprato Sottomissione il giorno in cui è uscito in Italia, il 15 gennaio, sicura che sarebbe stato investito da una valanga di polemiche e decisa a seguire il dibattito che ne sarebbe scaturito; ma, con mia grande sorpresa, il dibattito acceso che mi aspettavo in Italia non c’è stato. Perché, mi sono chiesta? Forse si è preferita una certa cautela nei confronti di un libro presentato proprio il giorno dell’attentato a Charlie Hebdo, attentato nel quale ha perso la vita un grande amico dell’autore, Bernard Maris. Ma nel momento in cui ho letto, ho capito: Houellebecq non ha motivo di essere contestato. Più che una critica all’Islam, Sottomissione mi è parsa un’amara riflessione sulla civiltà occidentale, sulla pochezza dell’uomo moderno. E la religione, in tutto questo, è solo un pretesto per parlarne.

François è un professore universitario frustrato, alienato, depresso. L’unica cosa che sembra tenerlo ancora in vita, oltre ai cibi precotti, sono le disinibite studentesse che lo intrattengono dopo le lezioni e le pagine di Huysmans, scrittore decadente cui anni prima aveva dedicato una tesi immensa.
In un futuro prossimo, un 2022 caratterizzato da una profonda indifferenza e confusione sociale, dove andare a prendere un tè alla Moschea è la prassi e gli scontri armati non fanno paura, guardati di sfuggita dai francesi che passano per le vie, si assiste ad un cambiamento epocale: le presidenziali trovano al primo posto il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, e al secondo, in un testa a testa inimmaginabile, la Fratellanza Musulmana e il partito socialista, che si coalizzano insieme alla destra moderata per tener testa al Fronte. Il leader della Fratellanza Musulmana, Mohammed Ben Abbes, è un personaggio carismatico, pacato, il cui sorriso è ben visto dal pubblico che segue con piacere i suoi interventi televisivi. Ma essendo mussulmano, Ben Abbes non nasconde di voler instaurare una metodologia di governo che si mantenga fedele ai principi dell’Islam.
François si sente perduto, tenta un nuovo avvicinamento al cattolicesimo, ripercorrendo il pellegrinaggio del suo mentore, Huysmans, alla madonna Nera di Rocamadour. Ma il cristianesimo non riesce a dargli nessuna risposta. Del resto, convertirsi all’Islam e lavorare per la nuova Sorbona gli garantirebbe quattro giovani studentesse come spose e un salario decisamente più consistente. Qual è la cosa giusta da fare? 
Forse, l’unica alternativa è lasciarsi andare al corso degli eventi.

Quello che mi ha deluso immediatamente dopo la lettura di Sottomissione era l’aspettativa di una distopia forte, violenta, un futuro terribilmente alienato stile Brave new world o Grande Fratello, immagini che ricalcassero lo sterminio della cultura di Bradbury. Ma non vi è nulla di tutto ciò del romanzo, che non vuole rappresentare un futuro distopico, ma una decadenza in atto.
Nessuno osteggia la Fratellanza Musulmana, perché in fin dei conti è proprio quello che la Francia del romanzo vuole: la privazione della scelta, qualcuno che dall’alto elimini il dissidio della coscienza e dia uno scopo alla vita, scopo che François più volte perde pensando al suicidio nel suo appartamento, circondato da alcol e giovani prostitute, dedicando la vita a studenti assonnati cui poco importa di Huysmans e del decadentismo. O quando lascia andare senza trattenerla la ragazza che ama, Myriam, che con leggerezza dopo poche settimane “conosce qualcuno”, dimenticandosi di lui.
Come la donna si sottomette all'uomo – viene detto a François in un punto del romanzo, concezione che ci ricordano le continue scene di sodomia e di sessualità esasperata – così l’uomo deve sottomettersi al Dio, così è giusto, così dev'essere. E il docente universitario dalla sterminata cultura non riesce a trovare parole per ribattere.
L’uomo del 2000 è in fondo un individuo che di tutte le libertà che possiede non sa più che farsene, e ricerca un ritorno al rigore. Il Cristianesimo ha ormai perso la sua spinta propulsiva, e non è in grado di far fronte alla perdita di valori della società, all’indifferenza e allo scompiglio dati da un momento di profondo disagio sociale. Cosa fa allora l'uomo moderno? Cancella con noncuranza un passato cristiano e un presente laico, per rimettersi nelle mani di una cultura che non gli appartiene, ma ha una parvenza di solidità e sicurezza.
Proprio qui emerge in tutta la sua potenza la critica all’Occidente, più terribile di qualunque distopia del ‘900: il paradosso che questa privazione di libertà, la “sottomissione assoluta”, non è imposta, ma richiesta.