martedì 27 gennaio 2015

Hannah Arendt, La Banalità del Male

Il male, nel Terzo Reich, aveva perduto la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è – la proprietà della tentazione. Molti tedeschi  e molti nazisti, probabilmente la stragrande maggioranza, dovettero essere tentati di non uccidere, non rubare, non mandare a morire i loro vicini di casa (ché naturalmente, per quanto non sempre conoscessero gli orridi particolari, essi sapevano che gli ebrei erano trasportati verso la morte); e dovettero essere tentati di non trarre vantaggi da questi crimini e divenirne complici. Ma Dio sa quanto bene avessero imparato a resistere a queste tentazioni. 
Hannah Arendt

Descrivere il male della Shoah è come cercare di guardare il sole a occhio nudo, avevo sentito una volta in un’intervista a David Grossman; per quanto ci si sforzi di capire, di guardare, il dolore ci costringe a distogliere lo sguardo. Hannah Arendt con fredda precisione si affida alla ragione, nonostante le sue origini ebraiche mette da parte l’afflizione per il suo popolo: fissa il sole, non ne rimane accecata. E quello che vede è quanto di più doloroso si possa scoprire. Il male non è l’incarnazione del diavolo. Non è nemmeno crudeltà, o pura perversione. Il male alle origini dall’Olocausto è banale, in quanto banali erano gli artefici dell’orrore, grigi burocrati che sceglievano della vita e della morte di centinaia di migliaia di persone con un tratto di penna. Hannah Arendt cerca di capire i perché delle azioni dei nazisti, sottolineando che nel suo pensiero i concetti di “conoscenza” e “comprensione” sono quanto di più lontano possa esistere.

È il 1961, Hannah Arendt si fa accreditare dal New Yorker come corrispondente a Gerusalemme per un reportage sul processo a Adolf Eichmann, uno dei principali esecutori dello sterminio degli ebrei, coordinatore e responsabile del traffico ferroviario verso i campi di concentramento.
Osserva l’imputato con attenzione, analizza il modo di parlare, la postura: Adolf Eichmann ha la personalità di “un comune postino”, parla per frasi fatte, non capisce alcune domande che gli si rivolgono. Nella sua carriera di SS non aveva mai avuto la necessità di toccare un’arma, né di uccidere, né di usare la violenza: il suo lavoro si svolgeva al chiuso di un ufficio, dove le mansioni si limitavano a compilare moduli, scartoffie che facevano la differenza tra la vita e la morte.
La Arendt solleva interrogativi morali che all'indomani della guerra ancora bruciano, e riaprono ferite che il tempo aveva cominciato a rimarginare: come agiva la coscienza di questi uomini? Possibile che nessuno sapesse e avesse il coraggio di intervenire? Perché gli ebrei non si ribellavano? Quale fu il ruolo dei capi delle comunità ebraiche?
In un Paese in cui le istituzioni dicono che uccidere è giusto, dove il capo del governo sostiene che ci siano uomini “meno uomini” degli ariani che devono essere sterminati, dove la stessa polizia, nata per assicurare la pace, fomenta l’odio e l’intolleranza, pochi sono quelli che hanno il coraggio di affidarsi solo alla propria coscienza. Eichmann si limitava a adempiere agli ordini che gli venivano richiesti, senza fare domande. Del resto, dice lui stesso, chi era per ergersi a giudice davanti ai più qualificati esponenti dei servizi civili?
Il problema di Eichmann e di tutte le persone come lui che non intervennero, guardando alla morte come un’astrazione, un male necessario per un mondo migliore (perché così diceva la madrepatria tedesca, per la quale avrebbe ucciso il suo stesso padre pur di tener fede al giuramento di fedeltà al Fürer) era di aver rinunciato alla più grande caratteristica dell’uomo: la facoltà di pensare. Basti ricordare la definizione di Cartesio “cogito ergo sum” (penso dunque sono), che fonde in un tutt'uno essere umano e pensiero: l’uomo è tale in quanto dubita, in quanto pensa. Rifiutando di pensare Eichmann, come tutti i gerarchi nazisti e i civili che si attenevano agli ordini senza chiedersi “perché”, aveva perso la capacità di dare giudizi morali, quella morale che permette di trovare la forza di dire “Questo non posso farlo perché è sbagliato”, quando tutto ciò che si ha intorno dice il contrario. Così individui normali, mediocri, assolutamente banali, rifiutando di pensare (dunque di essere persone), avevano dato vita ad azioni di un orrore inimmaginabile. Perché un uomo che perde la peculiarità che lo rende umano diventa disumano, e chi è disumano non può che compiere azioni disumane. “Il più grande male del mondo è il male commesso da nessuno, da esseri umani che rifiutano di essere qualcuno”.

Il saggio della Arendt provocò uno scandalo all'indomani del processo. Il popolo ebraico non aveva la minima intenzione di capire le ragioni del male che distrusse sei milioni di ebrei: era il male allo stato puro, e questo bastava. Quello che ne scaturì fu un libro scomodo, che valse alla scrittrice la fama “difensore dei nazisti”. L’intento del processo di Gerusalemme era di soddisfare la sete di vendetta del popolo ebraico, ma la Arendt ne mette in evidenza tutte le pecche, dal rapimento dell’imputato in Argentina, alla negazione della difesa, alla scelta di giudici ebrei, fino all'impiccagione sommaria, avvenuta poche ore dopo la fine di un processo durato ben due anni.
Nel corso della Storia ci sono più possibilità che un avvenimento si riproduca due volte, piuttosto che fare la sua comparsa per la prima volta. E proprio perché l’equilibrio del mondo è così instabile, sarebbe stato ragionevole costruire un processo “ideale”, in modo da avere un precedente per quanto possibile inattaccabile che non si potesse poi ritorcere contro in un probabile futuro.
Compito degli intellettuali e filosofi è la responsabilità di capire, e noi stessi abbiamo il dovere di conoscere cosa successe durante quel crollo di coscienza collettiva che segnò l’avanzata di Hitler in Europa, per evitare che accada di nuovo. Abbiamo il dovere di pensare. Hannah Arendt ci insegna, la Storia stessa ci insegna, che il pensiero è l’unica arma che abbiamo per salvarci dalla catastrofe, per avere sempre l’intima consapevolezza di cosa è giusto e cosa è sbagliato, di cosa è bello e cosa è brutto.
Di cosa è bene, e di cosa è male.

mercoledì 21 gennaio 2015

Oriana Fallaci, La Rabbia e l'Orgoglio

Erano le 9 e zero tre minuti, ora. E non chiedermi che cosa ho provato in quel momento e dopo. Non lo so, non lo ricordo. Ero un pezzo di ghiaccio. Anche il mio cervello era ghiaccio. Non ricordo neppure se certe cose le ho viste sulla prima Torre o sulla seconda. La gente che per non morire bruciata viva si buttava dalle finestre degli ottantesimi o novantesimi o centesimi piani, ad esempio. Rompevano i vetri delle finestre, le scavalcavano, si buttavano giù come ci si butta da un aereo avendo addosso il paracadute. A dozzine. Sì, a dozzine. E venivano giù così lentamente. Così lentamente… Agitando le gambe e le braccia, nuotando nell’aria. Sì, sembravano nuotare nell’aria. E non arrivavano mai. 
Oriana Fallaci

È una mattina di settembre, circa le nove del mattino. Oriana Fallaci sta lavorando ad un romanzo nel suo appartamento al trentottesimo piano di un grattacielo di Manhattan, non è sua abitudine accendere il televisore - non lo fa quasi mai. Ma un presentimento la spinge a farlo.
È la mattina dell’undici settembre 2001, e quello che vede è destinato a rimanere nella storia come uno dei più tragici atti terroristici della nostra epoca: due aerei si conficcano nel corpo delle due torri del World Trade Center di New York “come in un panetto di burro”. Oriana ne ha viste di guerre, ma mai aveva assistito ad una guerra dove le persone non muoiono ammazzate, ma ammazzandosi, lanciandosi nel vuoto. Segue le interviste, “Ben gli sta agli americani” sostengono alcuni intellettuali e politici italiani, “Vittoria!” esultano i palestinesi di Gaza.
Un grido di rabbia le sale dal petto, un’odio che sente il bisogno di esprimere, e fa come meglio le riesce: scrivendo. Il suo silenzio era durato dieci anni, durante i quali si era ritirata in esilio a New York, indignata nei confronti di un’Italia che non la rappresentava, che l’aveva umiliata e offesa. Ma non riesce a contenere l’ondata di parole che le sale alle mani, e quello che ne scaturisce è una lunga lettera indirizzata all'allora direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli dove si rivolge agli italiani, appellandosi alla cultura, alle tradizioni, all’amor proprio. Questo non è il primo atto di terrorismo nei confronti dell’Occidente, e non sarà di certo l’ultimo; la sconfitta dei talebani in Afghanistan non è bastata a fermarlo. Non è questione di se, ma di quando: quella che si sta scatenando è una vera e propria crociata al contrario, dove l’obiettivo non è convertire, ma sterminare gli impuri e piegare il continente all’Islam. “Svegliatevi – urla agli italiani “dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo rispondere al loro attacco”.
E senza freni attacca anche quell’Italia dalla quale si sente così lontana, quella dei politici corrotti, dei voltagabbana, l’Italia dei comunisti e dei fascisti, quella di Berlusconi e dei giovani laureati che non sanno chi sia Silvio Pellico, ma sanno drogarsi in discoteca. L’Italia “povera nell’onore, nell’orgoglio, nella coscienza”.
E si sente come una nuova Salvemini, che nel 1933 all’Irving Plaza urlò disperato a una folla che non capiva, non voleva capire cosa volesse dire quando sosteneva che Hitler e Mussolini avrebbero colpito anche l’America, e forte della rabbia e dell’orgoglio si lascia andare al suo sfogo lucido, consapevole che le parole, a volte, sono più potenti delle bombe.

Capita raramente, soprattutto leggendo un saggio o un articolo di giornale, di avere la sensazione di trovarsi davanti l’autore e sentirlo parlare.
Ma con Oriana Fallaci è diverso. Non solo sembra di averla di fronte, ma le sue parole hanno una forza tale da portarci a condividere la sua stessa rabbia, indignazione o speranza. Ci sembra di essere con lei quando si trova trivellata di colpi durante una manifestazione universitaria in Messico, abbiamo il suo stesso terrore nell'obitorio dove viene trasportata, creduta morta; o quando davanti all’Imam Khomeini che le dice di essere indegna di portare il chador (il chador è “per le donne giovani e perbene”), semplicemente lo toglie e lo getta a terra, sentiamo dentro il suo stesso coraggio, noi siamo lei, siamo la mano che si leva il velo.
Ma proprio queste pagine così vive, dalle quali ci si stacca con fatica, nascondono un’insidia, un terreno scivoloso di collera e odio nel quale si rimane invischiati. Perché quello che la Fallaci si sente legittimata dall'esperienza a gridarci come fosse inoppugnabile, come non ci fosse alternativa oltre a quello di cui scrive, è la sua verità. Nient’altro. Non esiste una verità universale, e nessuno deve arrogarsi il diritto di possederla.
Tiziano Terzani, corrispondente di guerra come Oriana, e come Oriana fiorentino, inquietato da questa lettera così aspra e dura aveva scorto il pericolo che si nascondeva dietro le sue parole. Perché è giusto esprimere il proprio pensiero, soprattutto se si è una giornalista e scrittrice del calibro di Oriana Fallaci, ma è pericoloso che “questa brillante lezione di intolleranza” giunga anche nelle scuole, intimando ai giovani di rispondere alla violenza con la violenza: proprio perché le parole sono più potenti delle bombe, bisogna fare attenzione a chi le riceve fra le mani.
Poche settimane dopo, nell'ottobre del 2011, risponde alla Fallaci usando i suoi stessi canali, con un lungo articolo sul Corriere della Sera dal titolo Il Sultano e San Francesco – Non possiamo rinunciare alla speranza, dove si rivolge a quella donna nelle cui parole “sembra morire il meglio della testa umana – la ragione; il meglio del cuore – la compassione”.
La rabbia e l’orgoglio è un romanzo che, proprio perché portatore di una concezione così netta e inflessibile della vita, della religione, delle tradizioni, dell’Uomo, stimola inevitabilmente la riflessione. Ma per non essere trascinati dalla verità di Oriana, abbiamo bisogno di un contrappeso. Credo che proprio così dovrebbe essere letto questo piccolo romanzo, per provare a cercare una nostra verità: con accanto l’articolo di Terzani, che con la sua profonda pace ci rassicura che non è così, la guerra, l’intolleranza, l’odio non sono l’unica soluzione. Non devono esserlo.

“Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. È una grande occasione, Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo di avere davanti prima dell’undici settembre e soprattutto non arrendiamoci all'inevitabilità di nulla, tanto meno all'inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta.
Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre più tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancora più determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con ancora più temibile violenza – ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove - , alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un’altra nostra e così via. […]
Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori, e così, attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore. [...]
La natura è una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto andarci a prendere lezione. Tornaci anche tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro una scatola di un grattacielo, con dinanzi altri grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti sola davvero, sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto più grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono più. Guarda un filo d’erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia. Ti saluto Oriana, e ti auguro di tutto cuore di trovare pace. Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte”.
Tiziano Terzani, Il Sultano e San Francesco - 
Non possiamo rinunciare alla speranza

mercoledì 14 gennaio 2015

Richard Yates, Revolutionary Road

E di tutte le sconfitte che aveva subito in vita sua, questa fu quella che gli sembrò più simile a una vittoria. Mai prima d’allora l’esultanza gli si era gonfiata dentro con maggior impeto; mai prima d’allora la bellezza era sgorgata più pura dalla verità; mai prima d’allora, prendendo sua moglie, aveva più completamente trionfato sul tempo e sullo spazio. A suo piacimento poteva dissolvere il passato, e così il futuro, così le pareti di questa casa e l’intero squallore imprigionato al di là di essa, città e alberi. Aveva assunto il dominio dell’universo, perché era un uomo, e perché la meravigliosa creatura che si apriva e muoveva per lui, tenera e forte, era una donna. 
Richard Yates

È il 1955. April e Frank Wheeler sono una giovane coppia della New York del pieno boom economico, vivono in una grande villa bianca al limitare del complesso residenziale di Revolutionary Hill, dove le case color pastello si susseguono uguali, come uguali anche i giardini curati. Dove anche i vicini quasi non si distinguono fra loro, se non fosse per quelle etichette con le quali si chiamano (i Donaldson, i Givings, i Campbell…).
Ma i Wheeler non sono come gli altri. Nonostante si comportino esattamente come i Donaldson e i Givings e i Cambell, nonostante April sia casalinga e Frank un modesto impiegato in una ditta di macchine calcolatrici, nonostante abitino in un quartiere senza identità e passino le loro serate a parlare di pettegolezzi con i vicini, i Wheeler sono speciali.
Traboccavano di sogni la sera in cui si erano conosciuti ad una festa, sogni che con il tempo avevano seppellito sotto l’abitudine, le due gravidanze di April, la necessità di sistemarsi e costruirsi un’esistenza accettabile per la società. Sogni che erano finiti dimenticati sotto un’idea di benessere che in fondo nascondeva una latente, profonda infelicità.
Ma un giorno April, la bella, problematica April, si accorge di non poter più sopportare un’esistenza simile. Una sera la investe con forza la consapevolezza di non essere poi tanto diversa dai vicini che disprezza, con cui passa superficiali pomeriggi a parlare del nulla ma da cui in fondo si sente così distante, così superiore insieme al marito, destinati ad una vita lontana dal nauseante complesso di Revolutionary Road. Ed è tanto il disgusto verso se stessa e verso ciò che è diventata da decidere di realizzare il più grande desiderio del marito: trasferirsi a Parigi, lasciando a Frank quello che anni prima gli aveva sottratto, risentita per averle impedito di abortire la figlia: del tempo, una quantità di tempo indeterminata per trovare la sua vocazione, un lavoro che gli permettesse di esprimere quel potenziale che April aveva scorto la sera in cui tra un drink e l’altro si erano conosciuti.
April e Frank progettano nei minimi dettagli il loro viaggio, come due adolescenti si tengono per mano per notti intere, bisbigliandosi nell’orecchio le loro fantasie. E poco importa che la signora Givings parli del progetto come di una “disgustosa faccenda”, e i Campbell confabulino tra loro sulla pazzia del viaggio. Per la prima volta in vita loro i Wheeler hanno la possibilità di esprimere quello che in fondo avevano sempre saputo, ma mai avevano avuto il coraggio di dimostrare a loro stessi: essere migliori di ciò che li circonda.
Ma qualcosa di imprevedibile sconvolge i loro piani. April è incinta, e l’idillio che aveva caratterizzato quei giorni alla vigilia della partenza sfuma improvvisamente, si svuota, accasciandosi come un palloncino sgonfio. Frank è stato promosso alla ditta ed è entusiasta del nuovo lavoro, è entusista anche del bambino che sta per avere, e dopotutto avevano ragione i Campbell e i Givings, l’idea di partire per la Francia era un’assurdità. April al contrario cade nella più cupa disperazione, e non riuscirà a comprendere sé stessa e i suoi problemi finché non avrà conosciuto l’unica persona a Revolutionary Road estranea a quel Vuoto Disperato che circonda le belle casette color pastello, allo squallore di quella piccola borghesia falsa e superficiale nella quale sono invischiati. Non riuscirà a capire cosa finalmente vuole fare della sua vita e dei suoi sentimenti fino a che non avrà conosciuto Jhon Givings, lo squilibrato figlio della famiglia Givings internato in un manicomio e curato a forza di elettroshock, che le aprirà gli occhi sulla sua condizione, portandola a mettere in discussione tutte le scelte fatte fino a quel momento.

Revolutionary Road è sostanzialmente diviso in tre parti. La prima parte mi piace chiamarla “non-vita”, e se dovessi disegnarla, sarebbe una linea retta, sicura, ma tremendamente monotona e banale nella sua immobilità. In un punto della narrazione, precisamente quando April decide di partire per Parigi, qualcosa si rompe in quell’idillio borghese nel quale si trovano sommersi, e qui comincia la seconda parte, che chiamerei “il sogno”. La linea che avevamo lasciato prima timidamente si blocca e decide di cambiare il suo percorso, innalzandosi verso l’alto, dove raggiunge il suo apice. Ma il sogno dura poco, perché ben presto devono fare i conti con la realtà, un lavoro stabile, il vicinato che li schernisce, la gravidanza di April. E qui comincia la terza parte, la più intensa di tutto il romanzo, “la caduta”. Ormai qualcosa si è incrinato nella vita dei Wheeler, e non si può certo pretendere di tornare indietro alla condizione di seppur precario equilibrio che avevano inizialmente. Improvviso come era iniziato, il cambiamento di rotta riprende verso il basso, verso un abisso senza fondo.
Ma di chi è la colpa della catastrofe? La tragicità del romanzo è proprio che nessuno e tutti nello stesso tempo sono colpevoli della disgrazia che colpirà April, e di rimbalzo attaccherà anche Frank, costringendolo ad una sorte forse anche peggiore.
Durante tutto il libro mi sono alleata a turno prima con uno e poi con l’altro dei protagonisti, certa che la responsabilità fosse di Frank che non dimostrava abbastanza entusiasmo alla proposta di April di lasciare Revolutionary Road, ma anche April era di sicuro colpevole nella sua esasperante rigidità, incapace di riferire i motivi del suo disagio. Ma il malessere della coppia ha origini ben più profonde, e risale a un’infanzia infelice per entrambi.
Alla fine ci si rende conto che i due coniugi Wheeler non sono altro che vittime di una società soffocante e superficiale che rinnegano, ma che per quanto si sforzino non riescono ad abbandonare: purtroppo non sanno che in questo mondo chi si discosta dai canoni considerati “normali” e “accettati”, il diverso, l’estraneo è destinato ad essere annientato. E così accade a Jhon Givings, brillante matematico internato in un manicomio per aver fatto il gesto di colpire la madre, esasperato dalle sue sterili conversazioni, e a April Wheeler, che si rende conto di non aver mai veramente preso la decisione che riteneva giusta per se stessa, e quando finalmente lo farà, sarà troppo tardi.
Yates ci lascia con un’immagine tragica e ironica al contempo, di un signor Givings che spegne l’apparecchio acustico per evitare di sentire la moglie parlare di quanto fossero strani e irresponsabili ed eccentrici i Wheeler, di quanto fossero stati maleducati a lasciar marcire in cantina la pianta che lei gli aveva regalato, di quanto non si spiegasse… Ma qui piomba il silenzio.
L’unica soluzione possibile è quella di non vedere e non sentire la desolazione dalla quale si è circondati: è questo il segreto per sopravvivere.

mercoledì 7 gennaio 2015

George Orwell, La Fattoria degli Animali

"Tutto ciò che cammina su due gambe è nemico. Tutto ciò che cammina su quattro gambe o ha le ali è amico. E ricordate pure che nel combattere l’uomo non dobbiamo venirgli ad assomigliare. Anche quando l’avrete distrutto, non adottate i suoi vizi. Nessun animale vada mai a vivere in una casa, o dorma in un letto, o vesta panni, o beva alcoolici, o fumi tabacco, o maneggi denaro, o faccia commercio. Tutte le abitudini dell’uomo sono malvagie. E soprattutto, nessun animale diventi tiranno dei suoi simili. Deboli o forti, intelligenti o sciocchi, siamo tutti fratelli. Mai un animale uccida un altro animale. Tutti gli animali sono uguali." 
George Orwell

Ricordo la prima volta che ho preso tra le mani La fattoria degli animali. Frequentavo le scuole medie, e la maestra ce lo aveva consigliato. Guardavo dubbiosa la copertina dove c’erano degli animali sorridenti che sbucavano dalle lettere. Possibile che mi si chiedesse di leggere, quando ormai mi sentivo grande ed ero venuta a conoscenza di romanzi ben più impegnativi, quella che mi sembrava una stupida storia sugli animali? Mi chiedevo perché mai i miei genitori non me l’avessero letta da piccola, in modo da togliermi il disturbo quando era il momento.
Ovviamente ogni dubbio si è dissolto quando ho cominciato il saggio iniziale, La libertà di stampa, scritto da Orwell stesso. Si parlava di comunismo, di socialismo, della Russia di Stalin, della libertà intellettuale: cose che allora non capivo, e ancora adesso faccio fatica a comprendere. Ma c’era una frase che mi aveva particolarmente colpito, dove Orwell spiegava lo scopo del suo lavoro di giornalista e di scrittore: “Se libertà vuol dire veramente qualcosa, significa il diritto di dire alla gente quello che la gente non vuol sentire”.
Del resto, la maestra non ci aveva poi tanto sottovalutati.

Siamo in una fattoria.
Ma stringiamo il campo.
Siamo in una fattoria, in Inghilterra. Per la precisione La Fattoria Padronale del signor Jones.
Gli animali vivono come in qualunque altra fattoria, frustati, sfruttati, umiliati. Spendono la loro intera esistenza per il sostentamento dell’uomo: le mucche producono latte che non andrà mai ai loro vitelli, le galline depongono uova che mai daranno alla luce i pulcini, gli asini e i cavalli si spaccano le ossa nei campi, e una volta inadatti al lavoro, la ricompensa che generosamente concede il signor Jones è il macello.
Se non fosse che un giorno il Vecchio Maggiore, il maiale più anziano e saggio della fattoria, fa un sogno: un sogno di ineguagliabile speranza e bellezza, un mondo nuovo, una fattoria dove non esistono uomini, e gli animali convivono in pace e armonia, “ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”.
Il Vecchio Maggiore muore, e improvvisamente, senza aver programmato né stabilito un piano, tutti gli animali si ritrovano a dar vita a una rivoluzione capeggiata dai due maiali più intelligenti e coraggiosi del gruppo, Palla di Neve e Napoleon. Gli uomini vengono cacciati, e quella che un tempo era la Fattoria Padronale diventa la Fattoria degli Animali, con propri comandamenti e proprie leggi che per la maggior parte mirano a evitare qualunque tipo di atteggiamento che anche solo vagamente somigli a quello umano.
In un primo momento gli animali vivono in autonomia, in perfetto equilibrio fra loro. Ma ben presto la situazione degenera: Napoleon prende il totale controllo. Il latte comincia a sparire, le razioni si fanno sempre più abbondanti per i maiali e gli animali più semplici sono ridotti alla fame. Ma si consolano: la situazione è comunque migliore di quando ancora la fattoria era governata dal signor Jones.
Ancora carichi d’euforia per la consapevolezza di essere liberi, e entusiasmati dai dati forniti dal maiale Clarinetto sul netto miglioramento della produzione e sull’aumento delle razioni giornaliere garantiti da Napoleon, gli animali lavorano con incredibile zelo alla costruzione di un mulino a vento, in testa a tutti il cavallo Gondrano. Ma cominciano a presagire che qualcosa di terribile sta accadendo il giorno in cui proprio Gondrano, ferito alla gamba, viene portato via da un camioncino recante l’insegna “macello e
fabbrica di colla”. Ma è uno sbaglio assicura Clarinetto: il veterinario della città non aveva avuto la possibilità di sostituire la targa.
Gli sbagli e i malintesi si accumulano, fino a una sera in cui nella casa coloniale i maiali invitano i proprietari delle due fattorie vicine: vengono ordinate innumerevoli casse di whiskey e tabacco, si gioca a carte fino a tarda notte, gli ubriachi ridono e si azzuffano per vincere la partita. E solo allora, con indicibile orrore, gli animali si rendono conto che non c’è più alcuna differenza tra l’uomo e i maiali.

George Orwell (il suo vero nome era in realtà Eric Arthur Blair) aspettò circa due anni perché un editore finalmente si prendesse la responsabilità di pubblicare la sua favoletta satirica. L’Inghilterra era nel 1943 filorussa, e non poteva certo far piacere che gli inglesi leggessero un pamphlet che si scagliasse così apertamente contro il comunismo, dove i burocrati russi e lo stesso Stalin erano rappresentati da maiali e il totalitarismo era così parodiato. Riuscì a pubblicare solo alla fine della guerra, nel 1945, e quello che leggiamo ancora oggi è, al di là del suo preponderante pensiero politico (“Ogni riga di serio lavoro da me stesa a partire dal 1936 è stata scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e per il socialismo democratico”), un racconto di incredibile purezza, dove ogni parola è sulla pagina per uno scopo e nulla è in eccesso.
Non mi ero poi tanto sbagliata da piccola, pensando fosse una favola. Effettivamente La fattoria degli animali ricorda le storie di Esopo, dove i protagonisti sono sì animali, ma rimandano a eventi o personaggi della realtà. Con l'ampliarsi delle conoscenze quello che per un ragazzino è semplicemente un maiale, o un cavallo, acquista significati più sottili e profondi. E così risulta chiaro che il Vecchio Maggiore è simbolo di Marx, mentre Palla di Neve e Napoleon sono rispettivamente Trotzkij e Stalin. Che Clarinetto è la personificazione del giornale di stato russo Pravda (“Verità”, che di verità aveva poi ben poco) e che Gondrano, il vecchio cavallo dedito al lavoro, non è altro che una rappresentazione del minatore Stachanov. Ma l’allegoria si può estendere all’intera umanità e a tutte le epoche, mai come oggi incredibilmente attuale. Ogni animale rappresenta un carattere, e se stiamo attenti, possiamo scorgere gli animali della Fattoria anche intorno a noi: la sciocca ingenuità di Gondrano, sottomesso al sistema e fedele fino alla morte; la passività di Benjamin, l’asino che si ostina a non giudicare e non esporsi, nonostante la sua intelligenza; la stupidità delle pecore, che vagano per la fattoria ripetendo gli slogan che gli vengono di volta in volta insegnati; la cieca fede nell’aldilà, in un mondo che ripagherà tutti i torti subiti sulla terra con montagne di zucchero e canditi, propugnata dal corvo.
Risulta chiaro, tristemente, terribilmente chiaro, che un ideale di vita bucolico dove gli individui convivono in pace e non esiste sopraffazione, né guerra, né miseria, non può esistere. Nulla può saziare la sete di potere dell’uomo: anche in un mondo dove tutti si professano uguali, inevitabilmente, alcuni si rivelano più uguali degli altri.