mercoledì 20 maggio 2015

David Grossman, Col Corpo Capisco

Forse farò a Nili solo un elenco sommario delle varie storie, delle delusioni, dei tormenti. I dettagli, per fortuna, non li ricordo. Ricordo solo nomi e volti, e soprattutto le spalle che mi sono state voltate. È anche vero che ogni tanto faccio confusione tra ciò che è avvenuto veramente e ciò che ho inventato nei miei racconti. Ma per tre, quattro, o cinque anni, questo è certo, sono passata di mano in mano, sono stata ridotta in briciole, ho raschiato il fondo del barile, finché una volta ho sentito accanto a me una voce che diceva: forse basta così. E quando mi sono ribellata, quando ho scalciato e menato colpi con tutti i gomiti che nel frattempo mi erano spuntati, quella stessa voce ha detto: se dovevi provare qualcosa a qualcuno, ho l’impressione che tu l’abbia già fatto. Poi, con assoluta tranquillità, ha aggiunto: lo hai provato a tal punto da esserti quasi disintegrata. Io ho cominciato a ringhiare, via, vattene, sono infetta, ma lei ha riso, mi ha caricato sulle spalle come un sacco, o come un ferito, e mi ha trasportato attraverso grandi deserti, assorbendo in silenzio i veleni che spurgavano da me, e per l’intero tragitto ha continuato a ripetermi che tutto ciò era accaduto perché io ero un’ignorante e un’incompetente per quanto riguarda la vita di coppia, ero una specie di selvaggia allevata dai lupi; un poco alla volta, però, il piacere di una vita a due avrebbe smesso di farmi male.
Alla fine rinuncio a raccontare tutto questo. Mi pento della mia durezza di cuore, mi giro verso Nili, sciogliendomi dall’avvitamento che ho compiuto senza rendermene conto, poso i fogli, mi stiro. Basta, dico a me stessa, e poi anche a lei, basta adesso. Ma lei non domanda: basta cosa? 
David Grossman

Col corpo capisco è una raccolta di due racconti lunghi, due storie che avvengono unicamente nella mente dei protagonisti, e non si sa con certezza se abbiano un vero e proprio riscontro nella realtà della storia.
Il primo, Follia, si svolge in un’automobile. Shaul racconta per tutta la durata del viaggio alla cognata la totale certezza che la moglie lo tradisca. Non ha nessuna prova che ciò accada, ma lui sente, sa descrivere per filo e per segno l’eccitazione di lei che corre trafelata sulle scale per arrivare dall’amante, il percorrergli la spina dorsale con l’indice, il sorriso pieno di meraviglia quando sussurra “eccomi”, la richiesta di lui di cucinargli la minestra anche se occuperà tutta la durata del loro incontro, solo per ammirare i suoi movimenti mentre prepara qualcosa da mangiare, l’aura di amore che si percepisce, palpabile, durante i loro amplessi. E lui è sempre lì con loro. Shaul sa che tutto questo accade da dieci anni, ogni giorno, nello spazio di cinquanta minuti in cui la moglie sostiene di andare in piscina. E il suo è un dolore muto, una gelosia tanto radicata e profonda da arrivare ad essere ormai un’abitudine, qualcosa che fa parte delle loro esistenze. Ester, la cognata, che poi rappresenta me, rappresenta noi che leggiamo, si limita a fare qualche domanda, sempre quelle giuste, mentre nel frattempo nella sua testa si apre il mondo dei pensieri sulla sua vita, su quella relazione che doveva portare avanti ma non ne aveva avuto il coraggio, sul “perché si deve e perché è impossibile e perché non c’è vita senza e perché ci si lacera sempre nello stesso punto e si maledice l’attimo, si risorge e poi ancora, all’infinito.”

Col corpo capisco è il secondo racconto, che da il titolo alla raccolta. Nili è un’insegnante di yoga cui è affidato un ragazzino con il compito di “diventare un uomo”. Pare che lo scopo del padre sia affidare il figlio a quella che crede sia una sorta di prostituta, di modo che cominci ad entrare in confidenza con il corpo delle donne. Non sappiamo nulla del passato di Nili, e nemmeno di ciò che veramente accade in quella sala, quello che Grossman ci racconta è la sua abilità straordinaria nell’usare il suo corpo, nello sfiorare e risucchiare dall’altro la negatività per dare in cambio energia pura. All’improvviso ci rendiamo conto che quello che stiamo leggendo non è la storia vera e propria del rapporto tra Nili e Kobi, ma quello stesso rapporto filtrato dagli occhi della figlia, che vede la madre innamorarsi del ragazzino e poi rimanere distrutta da quella relazione. E il modo in cui racconta la storia della madre trasuda odio, pensieri taciuti e marciti, cose che non si dovrebbero vedere e cose che si è creduto di vedere, ma non sono mai accadute. 

Allora, partiamo dal presupposto che leggere Grossman non è mai facile, e come già immaginavo non lo è stato nemmeno questa volta. Quello che richiede è un processo di totale annullamento di sé per entrare letteralmente nello spirito e nella coscienza di un’altra persona (sì, parlo di persona e non di personaggio, ho una percezione talmente vivida e profonda di quegli uomini di cui ho letto da considerarli reali) operazione al termine del quale si rimane prosciugati, privi di forze e incapaci di distinguere per qualche ora la normalità dalla pazzia, cosa è reale da cosa non lo è; si rimane talmente lacerati dentro da provare una sensazione di vero e proprio disagio emotivo.

Credo sia per questo che le critiche sui romanzi di David Grossman si dividono equamente tra chi lo adora e chi non riesce a capirlo, e di conseguenza disprezza la sua scrittura. Non è da tutti abbassare le difese e a lasciarsi circondare da un’altra anima, che, come anche in Che tu sia per me il coltello, ha una personalità che rasenta la follia, una pazzia lucida che ci porta a dubitare di qualunque convinzione. 

Titolo originale: Baguf ani Mevina
Prima edizione: 2002
Arnoldo Mondadori Editore
Traduzione di Alessandra Shomroni

mercoledì 13 maggio 2015

David Foster Wallace, Brevi Interviste con Uomini Schifosi

Di vederti come una cosa, sono capaci di vederti come una cosa. Lo sai che vuol dire? È spaventoso, noi sappiamo quant'è spaventosa come idea, e che è sbagliato, e ci crediamo di sapere tutte queste cose sui diritti umani e la dignità umana e quant'è terribile privare qualcuno della propria umanità di quella che noi chiamiamo l’umanità di qualcuno, ma metti che succede a te, allora sì che lo sai per davvero. Adesso non è più solo un'idea o una causa da reazioni stereotipate. Aspetta che succeda a te e allora sì che assapori il Lato Oscuro. Non l'idea di oscurità, l'autentico Lato Oscuro. E adesso ne conosci il potere. Il potere assoluto. Perché se sei davvero capace di vedere un altro soltanto come una cosa allora sei capace di fargli qualsiasi cosa, non si accettano più scommesse, umanità e dignità e diritti e correttezza... non si accettano più scommesse. Io dico... e se lei dicesse che è come un rapido costoso giretto su un versante della condizione umana di cui tutti parlano come se lo conoscessero ma in realtà manco se lo immaginano, non per davvero, a meno di non esserci passati. E se tutto si riducesse al fatto che la sua visione del mondo si è ampliata, se ti dicessi questo? Che ne diresti? E di se stessa, di come considerava se stessa. Che adesso capiva di poter essere considerata come una cosa. Ti rendi conto di quanto questo le cambierebbe... strapperebbe, di quanto questo strapperebbe via? Di se stessa, di te, di quella che pensavi fosse te stessa? Strapperebbe via tutto quanto. E poi che resterebbe? 
David Foster Wallace
Avete presente quella scena del film Arancia Meccanica in cui Alexander è sottoposto alla cura Ludovico ed è legato ad una sedia con gli occhi sbarrati, costretto a vedere una serie di fotogrammi di violenza? Ecco, questa è l’immagine che descrive esattamente come ci si sente leggendo Brevi interviste, un misto di nausea e angoscia e “voglio scendere adesso e andarmene”, con la differenza che volontariamente si decide di prendere una corda, legarsi mani e piedi e inserirsi quell’aggeggio negli occhi per tenerli aperti (magari prima si inserisce l’aggeggio negli occhi, a mani legate risulterebbe alquanto difficile). 
Ma andarsene è impossibile. La cosa sconvolgente è che si prova un certo piacere perverso nel leggere le storie di questi uomini schifosi, momenti in cui abiezione, umiliazione e la più completa disumanità danno una sensazione di profondo appagamento e soddisfazione. E ti ritrovi a pensare “ma che sto dicendo, questa è pazzia.” E proprio qui sta l’arte di Wallace, nel prenderti e trascinarti dove vuole, dettando le regole, decidendo come si gioca e quanto si gioca, nell’afferrarti per i capelli e lasciarti a testa in giù per ore, costringendoti a guardare le cose da un altro punto di vista. A volte fa male, a volte è crudele, ma è tale la sensazione di catarsi da dimenticare tutta la violenza subita, da dimenticare qualunque cosa, da perdonare Wallace e gli uomini schifosi e te stesso per aver comprato il libro. E se prima ti chiedevi se per caso non fossi diventato pazzo, ti rendi conto, all’ultima riga dell’ultima pagina, di essere, forse, semplicemente più umano. 

È sempre un’impresa dover parlare di racconti. Ma per le Brevi interviste è un’impresa ancora più ardua, dato che non riuscirò mai a trasmettere attraverso questa mezza paginetta tutte le sensazioni che mi hanno attraversato nelle ultime due settimane, tutta la nausea e la successiva risalita, senza necessariamente fare un torto a Wallace. 
Dopo qualche riflessione ho deciso che la cosa più saggia era proprio quella di lasciarvi dei fotogrammi, di chiedervi cortesemente di legarvi mani e piedi e lasciarvi andare a questa mia versione-surrogato del romanzo di Wallace. 
Ecco, diciamo che il risultato sarà un po’ come guardare quattro schizzi di un bambino vicino a un quadro di Pollock.

Ragazzo nell’attimo di tuffarsi dal trampolino di una piscina, imprigionato in quell’attimo, come non esistesse tempo al di fuori di sé; Grande Amatore che ci spiega che andare con una donna con l’intento di provare piacere o procurarle piacere è esattamente la stessa cosa, mentre il grande segreto è farle capire che mai è stato con una tanto brava a fare sesso; persona depressa con l’ossessione che chi le ha davanti provi un misto di noia e pietà nei suoi confronti, ed è tanto opprimente, e i suoi problemi tanto futili da portare la sua terapeuta al suicidio; adulto ossessionato dal ricordo da bambino di suo padre che si masturbava davanti a lui (ma poi, era avvenuto veramente?); focomelico che sfoggia il proprio moncherino facendo leva sulla pietà per portarsi a letto le donne; un “sessuologo dei polli” che alla prima occhiata riesce a capire se una donna ci starà o no a essere legata, per finire a piangere al capezzale del letto raccontando il suo rapporto tormentato con la madre; il significato che assume la vita e la differenza tra essere umano e cosa quando si è violentati con una bottiglia di Jack Daniel’s, forse ad essere violentata è stata una ragazza di sedici anni, o la moglie del narratore… oppure il narratore stesso; quiz vari a risposta multipla, a volte a una sola risposta, a volte senza risposta; padre che disprezza il figlio malato di una malattia purulenta alla faccia per la malvagità profonda che vede in lui, ma tutti amano il ragazzo e non si capisce più se è il padre ad essere pazzo o il figlio effettivamente malvagio; figlio con una madre dall’infanzia repressa, con conseguente adolescenza repressa e maturità repressa, che decide di diventare un delinquente per sfogare attraverso di sé tutti i suoi (della madre) istinti repressi.

I personaggi di Wallace non amano, hanno un focus totalmente su di sé e non sanno donare nulla che non sia quanto c’è di peggio in loro al prossimo. E alla fine, dopo tutto questo campionario di mostri misogini e depravati, ci si rende conto che il segreto, senza specificare, il segreto di tutto, è l’amore.
E niente, speriamo che gli schizzi del bambino vi facciano venire voglia di andare al museo e vedere Pollock dal vivo.

Titolo originale: Brief Interviews with Hideous Men
Prima edizione: 1999
Giulio Einaudi Editore
Traduzione di Fernanda Pivano

mercoledì 6 maggio 2015

John Steinbeck, Uomini e Topi

La voce di George si fece più cupa. Ripeteva le parole, cadenzate, come le avesse pronunciate tante volte. “Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l'indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e d'un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l'indomani.”
Lennie era felice. “È così, è così. E adesso dimmi com'è per noi.”
George riprese. “Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all'osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c'è un altro posto dove andare. Ma se quegli altri li mettono in prigione, possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi invece è diverso.”
Lennie interruppe: "Noi invece è diverso! E perché? Perché... perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché."
Rise beato. “Va’ avanti, George.”
“Lo sai a memoria. Puoi dirlo da te.”
“No, tu. Hai dimenticato qualcosa. Dimmi come sarà un giorno.”
“Va bene. Un giorno… Avremo messo insieme i soldi e ci sarà una casetta con un pezzo di terreno e una mucca e i maiali e…”
E vivremo del grasso della terra,” urlò Lennie. “E avremo i conigli. Va’ avanti, George! Di’ quel che avremo nell’orto e i conigli nelle gabbie e la pioggia d’inverno e la stufa; di’ come sarà spessa la panna sul latte che non la potremo tagliare. Di’ tutto questo, George.” 
John Steinbeck

Ho scelto di leggere Uomini e topi, banalmente, per la simpatia che provo per i topi.
Quindi senza sapere nulla della trama, senza nemmeno leggere la quarta di copertina, mi sono avventurata in una storia che pensavo parlasse appunto, oltre agli uomini, anche dei miei amati roditori. Sono rimasta abbastanza scioccata quando il primo topo che compare fa capolino dalla tasca di Lennie, morto; e il secondo si ritrova la testa schiacciata tra l’indice e il pollice, sempre di Lennie (muore anche lui, ma forse era superfluo dirlo). Poi beh, mi sono abituata allo stile di Steinbeck, e mi ha sorpreso meno (per quanto l'abbia trovato orribile) quando è un cucciolo di cane a fare la fine dei primi due topini; e infine una donna, che si ritrova soffocata dalle grosse mani del protagonista.
Questo Lennie, che forse non conoscete, forse avete già avuto il piacere di incontrare, descritto semplicemente dalle sue azioni può sembrare un sadico, un maniaco, un personaggio malvagio. In realtà Lennie, che Steinbeck sa dipingere con tanta maestria senza dare giudizi morali, raccontando i fatti semplicemente come sono accaduti (non a caso il primo titolo conferito a Uomini e topi era proprio Something that happened), è un ritardato mentale, un uomo dalla forza immensa che la sua mente non riesce a controllare, minata com’è dai disturbi psichici. E fa quasi tenerezza quel suo “accarezzare troppo forte” che lo porta a far appassire ogni forma di vita che gli passa fra le mani, anche i topi, così morbidi, che continua a sfiorare per giorni dopo la loro morte. 
Il fedele compagno George, molto più scaltro e intelligente di lui, è la sua unica possibilità di sopravvivenza nella California degli anni ’30. Con George Lennie si ritrova a vagare da un ranch all’altro, lavorando a cottimo, nella speranza di realizzare il sogno di avere un appezzamento di terreno tutto per loro dove allevare dei conigli, per toccarne la morbida pelliccia. Ma l’ingenuità e la pazzia di Lennie lo portano a scontrarsi con il mondo reale, dove stringendo troppo forte i morbidi capelli biondi della moglie del figlio del padrone del ranch, alle urla di lei, rimane terrorizzato e d’istinto le tappa la bocca, ritrovandosi tra le mani un cadavere; e il sogno di un appezzamento di terreno, con i maiali e le mucche e i conigli, e la panna che non si riesce a tagliare, svanisce d’un tratto con un colpo di pistola alla nuca; una vita schiacciata tra l’indice e il pollice, come quella di un topo.

Steinbeck mette in scena (e mai vocabolo fu più appropriato, dato che leggendo Uomini e topi si ha spesso la sensazione di trovarsi nel bel mezzo di una pièce teatrale) un’America reduce della crisi economica post ’29, dove i migranti (i cosiddetti hobo) si trascinano da un ranch all’altro alla ricerca di un lavoro occasionale, nella speranza di mettere da parte qualche soldo per mettersi in proprio. Sotto una scrittura colloquiale, che talvolta sfocia nella volgarità, si disgrega totalmente quell’ideale di “sogno americano” che aveva fatto sognare un’Europa che guardava agli Stati Uniti come a una sorta di paradiso. Questa è l’altra faccia dell’America di Wall Street, ad essa opposta e speculare, regolata da una legge barbarica, quasi animalesca, per la quale chi lavora è costretto a spezzarsi la schiena coltivando campi, e chi non lavora muore, inesorabilmente. E Lennie, che nonostante la mole fisica rappresenta il debole, l’esiliato dal consorzio umano, è il primo a pagarne le conseguenze. Viene soppresso per il suo bene, da una mano amica, come lui soffocava i suoi amati animali per il troppo amore che voleva donare. Perché non c’è spazio per la fragilità, né per gli ingenui o per gli sciocchi; e chi sopravvive in questo “paradiso” non può permettersi di essere trascinato a fondo.

Titolo originale: Of Mice and Men
Prima edizione: 1937
Casa editrice: Bompiani
Traduzione di Cesare Pavese

mercoledì 29 aprile 2015

Fëdor Dostoevskij, Povera Gente

Ohibò, dopo questo non si potrà vivere tranquillamente nella propria intimità, nel proprio cantuccio, quale che sia; vivere, secondo il detto, senza agitare le acque, non urtando nessuno, conoscendo il timor di Dio e se stessi, in modo che non ti urtino, che non ti si introducano nella cuccia, non osservino come – per modo di dire – ti comporti nell’intimità della tua casa, se, per esempio, hai un bel panciotto, se hai quanto occorre per un po’ di biancheria, se hai gli stivali, e come sono suolati; che cosa mangi, che cosa bevi, che cosa copi. Ma che c’è poi di speciale, diletta, se, per non sciupare gli stivali, cammino in punta di piedi nel punto in cui la strada è pavimentata piuttosto male; perché scrivere del prossimo che qualche volta si trova in difficoltà, e che non beve il tè? Ma, proprio tutti devono bere assolutamente il tè? E forse io guardo in bocca alla gente per vedere che boccone mastica? Chi ho mai insultato in una tal maniera? No, diletta, perché offendere gli altri, se non ti danno noia? 
Fëdor Michajlovič Dostoevskij
Quella che ci viene raccontata in Povera Gente è la storia di un amore non corrisposto, narrato attraverso un fitto scambio di epistole; un sentimento che nasce nei sobborghi di Pietroburgo tra due amanti affacciati alle finestre di un medesimo cortile. 
Makar Djevuskin riempie l’oggetto della sua adorazione, Varvara, di regali e fiori, si priva dei pochi averi che ha a disposizione pur di renderla felice. Varvara, dal canto suo, lusingata dalle attenzioni dello spasimante, si limita ad un paio di parole dolci pur di tenerselo stretto.
Ma proprio quando sembra che tra i due possa finalmente nascere una relazione, la sorpresa: Varvara ha un altro pretendente, più bello, più ricco, ma infinitamente più rozzo e meno sensibile di Makar. Convinto che l’amore sia un sentimento puro e privo di interessi, e votato solo alla serenità di Varinka (come la chiama affettuosamente), Makar si prodiga affinché il matrimonio fra i due sia perfetto: si occupa delle commissioni, compra le stoffe ed esaudisce ogni capriccio della sua amata, sminuisce se stesso innalzando il suo rivale, per il solo piacere di renderla felice.
Da povera e indifesa che era, Varinka si trasforma in una creatura fredda e insensibile, piegata alla logica del guadagno. Sposa Bykov, l’"altro", il proprietario terriero, lasciando al malato e completamente distrutto Makar la sola consolazione di qualche lettera. E proprio queste lettere, che avevano innalzato l’uomo verso la felicità più grande, finiscono per rigettarlo in una pazzia disperata, nell’ingenua speranza che Varinka possa, un giorno, amarlo.

Dostoevskij ha un modo particolare di intendere i sentimenti. Mi manda in crisi leggere i suoi romanzi, dopo “un Dostoevskij” mi sento una persona diversa da come ero prima, tanta è la potenza delle sue parole. Ecco, in particolare Povera gente mi ha fatto sorgere dei dubbi sul significato della parola amare, o almeno, ho rimesso in discussione quella che per me è la concezione dell’amore. Nei suoi scritti (i primi che mi vengono in mente: Le notti bianche e L'eterno marito) emerge questa visione dell’amore come puro e disinteressato, una totale identità tra la felicità dell’altro e la propria felicità. Non importa che il mio compagno ami un’altra persona, se questo è ciò che desidera devo aiutarlo in tutti i modi a concretizzare il suo volere, anche se va contro il mio, anche se il solo pensiero mi distrugge, anche se so che sta sbagliando. Ma morirei piuttosto di veder realizzati i suoi sogni. Questo è l’amore dostoevskiano. 
Scrivere dei pensieri del genere è facilissimo. Quello che mi sconvolge e mi fa amare questo scrittore, follemente, è la totale coerenza della sua opera con il modo di vivere. Perché non è un’astrazione, una storia fittizia: Dostoevskij amava così. Un episodio mi aveva colpito parecchio studiando la sua biografia: verso i trentacinque anni Fëdor si innamora perdutamente di una donna, una certa Mar’ja Isaeva, che ricambia, ma allo stesso tempo prova dei sentimenti per un giovane, Vergunov. Beh, Dostoevskij ne diventa amico e fa di tutto perché tra i due possa funzionare, nonostante impazzisca all’idea di perderla: “Non bisogna dar l’impressione che si lavori per se stessi”, le scrive. Che dire, era un grande. E alla fine riesce pure a sposarla.

Acclamato dalla critica di Belinskij come “Il nuovo Gogol” (che per altro viene citato, uno dei racconti consigliati da Varinka a Makar è proprio Il Cappotto), e screditato dall’opposta fazione politica come un romanzo noioso, frutto di un accumulo di particolari uniformi, Povera Gente è un romanzo da leggere, se non altro per la curiosità di scoprire gli esordi letterari dello scrittore.
Primo romanzo di Dostoevskij, scritto all’età di soli 25 anni, conserva in sé il germe della polifonia, che si manifesterà in tutta la sua potenza nei grandi romanzi, da Delitto e castigo a I fratelli Karamazov. Ogni personaggio è autonomo, e porta con sé la propria visione del mondo, la propria idea, che scaturisce dal dialogo e dal confronto con gli altri protagonisti, in una sorta di concerto a più voci. 
Il bene e il male si intersecano, uniti indissolubilmente, e la stessa Varinka, ad una prima occhiata calcolatrice e spregiudicata, può essere compresa alla luce di un diario che spedisce a Makar, dove descrive un episodio tragico della sua infanzia che la rende forse più umana, forse più confusa di quello che in apparenza sembra essere.

Titolo originale: Bednye Lyudi (Бедные люди)
Prima edizione: 1845
Rizzoli Editore
Traduzione di Ebe Perego

mercoledì 22 aprile 2015

Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro

Senza dubbio, dal punto di vista del convento, della ragione e della morale, la vita dell’abate era migliore, più giusta, più costante, più ordinata e più esemplare, era una vita di ordine e servizio rigoroso, un sacrificio continuo, uno sforzo sempre nuovo verso la chiarezza e la giustizia, era molto più pura e più buona che la vita di un artista, di un vagabondo e di un seduttore di donne. Ma da un punto di vista più alto, dal punto di vista di Dio, l’ordine e la disciplina di una vita esemplare, la rinuncia al mondo e alla felicità dei sensi, la lontananza dal fango e dal sangue, il ritiro nella filosofia e nella devozione, erano veramente meglio che la vita di Boccadoro? L’uomo era davvero creato per condurre una vita regolata, di cui ogni ora ed ogni azione fossero annunciate dalla campana che chiama alla preghiera? L’uomo era davvero creato per studiare Aristotele e Tomaso d’Aquino, per sapere il greco, per mortificare i propri sensi e per fuggire il mondo? Non era egli creato da Dio con sensi ed istinti, con oscurità sanguigne, con la capacità del peccato, del piacere, della disperazione? Intorno a queste domande si aggiravano i pensieri dell’abate quando erano vòlti all’amico.
Sì, e forse non era soltanto più ingenuo e più umano condurre una vita come quella di Boccadoro; in fin dei conti era forse anche più coraggioso e più grande affidarsi alla corrente crudele e tumultuosa, commetter peccati e prender su di sé le loro amare conseguenze, anziché condurre una vita pulita in disparte dal mondo, con le mani lavate, e formarsi un bel giardino di pensieri pieno d’armonia, e camminare senza peccato fra le sue aiuole ben protette. Era forse più difficile, più valoroso e più nobile camminare con le scarpe logore per i boschi e per le strade maestre, soffrire il sole e la pioggia, la fame e la miseria, giocare coi piaceri dei sensi e pagarli con le sofferenze. 
Hermann Hesse

Oggi mi sento di cominciare con una di quelle belle massime banali che tutti almeno una decina di volte nella vita si sono trovati a dire: gli opposti si attraggono. Questo è, brutalmente riassunto, uno dei temi di Narciso e Boccadoro.
Per Hesse esistono due grandi correnti nei quali si dividono le personalità più elevate: i figli della razionalità, del logos, della stabilità data dalla figura paterna, e gli artisti, i vagabondi, i figli dell’eros, che prendono la loro forza dalla Madre. È possibile una sintesi delle due nature? No. Per quanti sforzi si facciano per conciliarle ed equilibrare dentro di sé mente e istinto, ci sarà sempre un lato che domina sull’altro. La soluzione è una sola: cercare e saper riconoscere una natura affine e contraria alla propria, per trovare un’armonia che non sia precaria e permetta di raggiungere la pace interiore. Come il sole e la luna, il cielo e la terra, Narciso e Boccadoro si riconoscono come esseri superiori, opposti e complementari, e per quanto lontani e divisi dalla vita si attraggono l’un l’altro, in continua tensione verso la perfetta sintesi di spirito e carne, stabilità e ribellione.


Narciso è un monaco del monastero di Mariabronn, brillante, austero, glaciale. La sua disciplina e la cultura sterminata lo portano a diventare maestro giovanissimo, e proprio qui, in veste di guida e insegnante, conosce l’allievo Boccadoro. Qualcosa in questo ragazzo lo affascina; per la prima volta l’erudito si rende conto di avere di fronte un suo pari: proprio Narciso, che aveva sempre disprezzato gli uomini, si ritrova a fare i conti con un’anima superiore, così vicina alla sua. Boccadoro tenta in tutti i modi di emulare il maestro, ma Narciso lo dissuade: la sua vita è ben lontana dal monastero, la sua vocazione è un’altra. La ricerca della figura di quella madre sconosciuta, libera e ribelle, è il fuoco che anima Boccadoro. Con questa unica aspirazione parte pellegrino, senza una meta, seducendo donne e lasciandosi sedurre egli stesso, imparando i segreti dell’amore, diventando assassino e vagabondo, in un continuo oscillare tra voluttà e cupa disperazione. E proprio in un momento di sconforto scorge in una cappella la scultura di una Madonna, e comprende che l’arte è l’unico modo per rappresentare la Madre, sua madre. Ma la prima scultura, intensa e bellissima, è dedicata all’amico Narciso. Dopo anni di vagabondaggi, di fame e miseria, fa ritorno al convento di Mariabronn vecchio e stanco, in fin di vita, ma sereno, per la prima  volta. La grande Eva-Madre, lo scopo della sua vita, gli si è presentata nella mente, ma non può rappresentarla: il suo mistero è insondabile. 
E con le sue ultime parole mette in discussione le più salde convinzioni di Narciso, lo sdegnoso e irremovibile Narciso, fermo nella convinzione che la mortificazione della carne e l'esercizio dello spirito siano l'unico modo per raggiungere la verità. In un soffio, terribile e profetico, smuove alle radici la ferrea regola dell'amico, del suo opposto, del suo completamento.
“Ma come vuoi morire un giorno Narciso, se non hai una madre? Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire”.

Titolo originale: Narziss und Goldmund
Prima edizione: 1930
Arnoldo Mondadori Editore
Traduzione di Cristina Baseggio

mercoledì 15 aprile 2015

Patrick Modiano, Nel Caffè della Gioventù Perduta

In fondo, la strada finiva contro il cielo, come se conducesse sull’orlo di una scogliera. Continuavo a camminare con quel senso di leggerezza che a volte ti coglie nei sogni. Non temi più niente, i pericoli sono tutti risibili. Se poi gira veramente male, basta risvegliarsi. Sei invincibile. Camminavo, impaziente di arrivare in cima, là dove c’erano soltanto il blu del cielo e del vuoto. Che parola potrebbe tradurre il mio stato d’animo? Il mio vocabolario è poverissimo. Ebbrezza? Estasi? Rapimento? In ogni caso, quella strada mi era familiare. Mi pareva di averla percorsa anche prima. Avrei presto raggiunto l’orlo della scogliera e mi sarei gettata nel vuoto. Che felicità volteggiare nell’aria e conoscere infine quella sensazione di leggerezza che cercavo da sempre. Conservo un ricordo così netto di quella mattina, della strada e del cielo, laggiù in fondo…
E poi la vita ha continuato il suo corso, con alti e bassi. 
Patrick Modiano

“Per l'arte della memoria con la quale ha evocato i destini umani più inafferrabili”. Questa la motivazione con cui Patrick Modiano, lo scorso anno, è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura. E non c’è parola più adatta per descrivere Louki, inafferrabile, tanto indefinita da essere insondabile perfino a se stessa. Questo suo essere sfuggente deriva dall’ossessione di Louki per la prospettiva nietzschiana dell’Eterno Ritorno, dal terrore dell’uguale, che la spinge a vivere costantemente al limite, incostante e incurante di se stessa e degli altri.
"Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!». Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina»?"
Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza
Non ha paura di provare, non ha paura del rischio, l’unico suo terrore è il costante ripetersi degli eventi. Per questo le esperienze con la cocaina, il matrimonio a vent’anni con un uomo che non ama, cui non smette di dare del lei, le nottate con l’amante nelle zone neutre di Parigi, le uniche in cui ha la possibilità di sentirsi libera. Il tempo trascorso al caffè Condé agli orari più disparati cercando di non attirare su di sé l’attenzione degli avventori del locale, cosciente del fascino che proprio questo suo non avere radici irradia, seduta in un tavolino in fondo, un libro in mano. Esperienze che Louki fa con leggerezza, alla costante ricerca di una novità che non involva in se stessa e si trasformi in quell’Eterno Ritorno che tanto teme.
Proprio questo rinnegare il ripetersi degli eventi la porta a cadere nella trappola tessuta dal demone di Nietzche. La fuga, l’espressione più oscura e torbida della libertà, diventa la sua gabbia, quelle briglie dalle quali per tutta la sua vita aveva cercato di divincolarsi disperatamente (“Non ero veramente me stessa se non nel momento in cui fuggivo”).  È proprio la fuga a diventare il suo Eterno Ritorno.
Questa tragica consapevolezza la porta a cercare di spezzare questo ciclo nell’unico modo in cui è certa non si possa tornare indietro, annientandosi, ma sconfiggendo il demone.

O, forse, è ancora il demone ad aver vinto su di lei.

Titolo originale: Dans le Café de la Jeunesse perdue
Prima edizione: 2007
Casa editrice Einaudi
Traduzione di Irene Babboni

mercoledì 8 aprile 2015

Alessandro Mari, L'Anonima Fine di Radice Quadrata

In estate ho conosciuto Alberto, un ragazzo di fuori venuto qui a godersi il mare, e ci siamo scritti parecchio. Intere nottate. Una cotta, le mie solite cotte “a scadenza”, ma quando rivedevo Alberto di giorno, in spiaggia o chissà, non trovavo più la persona delle nostre conversazioni notturne via sms. Così mi sono fatta quest’idea: quando ti scrivi con qualcuno, le parole sono abissali caverne dove l’eco è infinita, ma quando poi rivedi quel particolare qualcuno con cui ti sei scritta, dell’eco infinita può restare poco. Ho fatto confusione? Riprovo: scrivendo a qualcuno puoi toccare cose intime, ma quando ti ritrovi davanti quel particolare qualcuno, quella stessa intimità può impedirti di guardarlo o lasciarti guardare. Come aver fatto l’amore a parole senza manco un bacio. Sopravvivere alle superiori non è un gioco da ragazzi. 
Alessandro Mari

Alessandro Mari è la classica personalità che quando entra in una stanza non puoi fare a meno di non notare. Barba lunga, curata, tatuaggio sul petto che occhieggia dalla camicia un po’ aperta (“Perdonami, ti voglio fare una domanda indiscreta: cosa c’è scritto su quel tatuaggio?” “Non posso risponderti, mi piace pensare che solo chi mi sfila la camicia possa vederlo”. Al diavolo le mie domande indiscrete), si siede sul tavolo a gambe incrociate, prende il libro arrotolato tra le mani e brandendolo come un’arma comincia a parlare.
Come l’ho conosciuto? Mi ero messa in testa che volevo imparare a scrivere e ho deciso di frequentare un corso della scuola Holden di Torino, un corso “collaterale” (chiamiamolo così), a Milano. Ecco, grazie ad Alessandro ho imparato una delle cose che più mi sono servite per migliorarmi non solo nella scrittura, ma anche nella mia percezione del mondo: ciò che rende uno scritto o una personalità interessante è andare fuori tema. Dopo anni di liceo in cui era tutto un “Più di cinque non posso darti. Fuori tema”, ho finalmente superato il trauma e imparato a convivere con questa mia deformazione. Un po’ come Holden Caufield insomma. Se guardiamo qualcosa nel suo insieme tutti, con lievi differenze, siamo portati a descriverla nello stesso modo; ma se quella stessa cosa la osserviamo con attenzione, ognuno sarà catturato da un frammento diverso, da quel guizzo visibile a lui e a lui soltanto. Da lì, da quel guizzo ha inizio una storia. Mi ha divertito leggere i temi dei ragazzi del romanzo, dove ho ritrovato un po’ anche quelli di noi allievi. Quello della classica bambolina bella e superficiale su una modella che perde la gamba e scopre di avere un talento nel salto in lungo (gli si sarà rivoltato lo stomaco a doverlo scrivere), passando per il delfino che vuole creare un branco vegetariano, e per farlo uccide gli esemplari più forti prendendo con sé gli esclusi; fino a Radice Quadrata, che con cura maniacale raccoglie piccoli dettagli di uno sconosciuto (un casco, un abete natalizio riciclabile, un nome orientale) assemblandoli e riassemblandoli fino a creare una nuova vita, un nuovo universo. Questa, gli scritti di Radice Quadrata, sono a mio parere la parte più bella e suggestiva del romanzo: alla richiesta di dare vita a un racconto su un eroe il ragazzino trae ispirazione dalla storia di un uomo comune, facendola diventare straordinaria. Un po’ fuori tema forse, ma comunque straordinaria. Come la sua del resto.

Sofia e Radice Quadrata rappresentano concezioni della vita opposte e apparentemente inconciliabili: "Sofia sa molte cose ma di tutto sa poco e si annoia presto. Nuota in superficie. Radice Quadrata sa poche cose ma di quelle poche moltissimo. Nuota solo in apnea e non si muove lungo la spiaggia”. Nonostante questa disparità di fondo, i due ragazzi fanno parte dello stesso mondo scolastico, e qui si ritrovano, vicini e irraggiungibili, a dover fare i conti con un tema cui dovranno lavorare insieme: la descrizione di un eroe.
La loro conoscenza non sembra partire con i migliori auspici. “Sei una radice quadrata senza numero dentro!” urla il ragazzo a Sofia come fosse il peggior insulto sulla terra, e Sofia, che mai si fa mancare l’ultima parola, gli affibbia con scherno il soprannome di Radice Quadrata, ferita, in cuor suo, da quest’offesa di cui non capisce appieno il significato. Pian piano la diffidenza lascia spazio a una curiosità morbosa della ragazza nei confronti di questo personaggio così misterioso, sul perché appunti ogni singolo accadimento su decine di quadernetti o trascorra i pomeriggi nella cantina di uno sconosciuto, rubando oggetti che non gli appartengono. Lo scoprirà ben presto, guidata dal suo istinto da detective; ma proprio nel momento in cui i loro universi paiono avvicinarsi il caso si frapporrà tragicamente tra loro, lasciando tra i due un forte, indelebile legame.

Ritornando alle considerazioni della serie “dettagli insignificanti che non calcola nessuno”, sono rimasta colpita da una parte che di solito nei libri leggo per farmi quattro risate, e invece qui, per la prima volta, mi ha fatto riflettere: i ringraziamenti. Non so sinceramente perché mi piaccia tanto leggerli, fatto sta che ogni volta mi ritrovo a spulciare tra una lista infinita di nomi che non conosco e mai conoscerò, con annesse una o due righe di una banalità impressionante sull’amore, l’amicizia, l’infinita stima che lega lo scrittore al cugino di secondo grado o alla moglie. Qui invece qualcosa ha catturato il mio interesse: “Grazie alla ragazza minuta che, quasi come accade nel romanzo, mi ha confidato in che modo, per lei, Oriana Fallaci incarna un’eroina: allora non lavoravo ancora su Radice Quadrata e Sofia, però mi interessavano già lo sguardo dei ragazzi e le loro idee sugli eroi nel contemporaneo. Inconsciamente ho custodito nella memoria le parole di quella ragazza minuta”. Ci sono ogni giorno persone che catturano la nostra attenzione, e da un paio di dettagli finiamo a immaginarci cosa faranno una volta a casa, se hanno un cane o mangiano cibi precotti, oppure tiriamo a indovinare che lavoro fanno, o se hanno un’amante. E va beh, finché lo facciamo noi rimane un puro esercizio di immaginazione, ma è incredibile quanto queste piccolezze possano diventare grandi fra le mani di uno scrittore! Così è successo alla ragazza minuta, che probabilmente è stata per Alessandro Mari quel “brivido d’ispirazione” di cui parlava Nabokov per Lolita, e così succede allo sconosciuto “intercettato” da Radice Quadrata, che diventa l’eroe del suo tema, uomo comune trasformato in personaggio eccezionale. Così accade anche a Radice Quadrata stesso, divenuto oggetto delle attenzioni di Sofia. Solo dal loro modo di guardare il mondo scopriamo che i due ragazzi non sono poi tanto diversi. Due tipi di intelligenza opposti, ma la stessa identica attenzione per i dettagli, per le storie che si nascondono dietro agli occhi di chi gli sta di fronte. E una forte, fortissima empatia, che solo alla fine, per salvarsi l’un l’altro, li porterà a guardare nella stessa direzione, non più gli altri ma se stessi, come fossero un unico essere.

Prima edizione: 2015
Casa editrice Bompiani

mercoledì 1 aprile 2015

Vladimir Nabokov, Lolita

Da qualche parte, dietro la baracca di Bill, una radio accesa dopo il lavoro aveva cominciato a cantare di fato e di follia, e lei era lì, con la sua bellezza distrutta, le mani strette e le vene in rilievo, da adulta, e le braccia bianche con la pelle d'oca, e le orecchie appena concave, e le ascelle non rasate, era lì (la mia Lolita!), irrimediabilmente logora a diciassette anni, con quel bambino che già sognava, dentro di lei, di diventare un pezzo grosso e di andare in pensione intorno al 2020 – e la guardai, la guardai, e seppi con chiarezza, come so di dover morire, che l'amavo più di qualunque cosa avessi mai visto o immaginato sulla terra, più di qualunque cosa avessi sperato in un altro mondo. Di lei restava soltanto il fievole odor di viole, l'eco di foglia morta della ninfetta sulla quale mi ero rotolato un tempo, con grida così forti; un'eco sull'orlo di un precipizio fulvo, con un bosco lontano sotto il cielo bianco, e foglie marrone che soffocano il ruscello, e un solo ultimo grillo fra le erbacce secche... ma grazie a Dio io non veneravo soltanto quell'eco. Ciò che solevo vezzeggiare fra i tralci intricati del mio cuore, mon grand péché radieux, si era ridotto alla propria essenza; il vizio sterile ed egoista, quello lo cancellai e lo maledissi.
Vladimir Nabokov
“Io non sono né un lettore né uno scrittore di narrativa didattica, e, a dispetto delle affermazioni di Jhon Ray, Lolita non si porta dietro nessuna morale. Per me un’opera di narrativa esiste solo se mi procura quella che chiamerò francamente voluttà estetica, cioè il senso di essere in contatto, in qualche modo, in qualche luogo, con altri stati dell’essere dove l’arte (curiosità, tenerezza, bontà, estasi) è la norma.”
Vladimir Nabokov (che diciamocelo, non era poi un campione di modestia), era convinto che il suo Lolita fosse proprio questo, un’opera in grado di avvicinare il lettore all’arte. Per leggere e godersi questo romanzo senza rimanerne sconvolti bisogna per un attimo sospendere i giudizi morali: il rischio sarebbe concentrarsi solamente sulla perversione della storia, lasciandosi sfuggire tutta la bellezza che scaturisce dalle parole, dalla delicatezza (eh sì, sembra un ossimoro ma Nabokov sa parlare di incesto e pedofilia in modo delicato) e dallo stile, di una perfezione maniacale, di Lolita
Fortunatamente quando leggo un libro mi immergo totalmente in quella realtà come se non ne esistessero altre, elimino ogni tipo di preconcetto e mi lascio condurre, docile, dai personaggi; ma c’è stato un momento in cui ho pensato che se avessi avuto un approccio “normale” mi sarei sentita un mostro a provare compassione per Humbert (il pedofilo, per intenderci), un’antipatia naturale per la bambina e un’attrazione malsana per Quilty, il grande amore di Lolita, l’eccentrico commediografo con qualche turba sessuale (quando ho visto la Lolita di Kubrick mi ero innamorata di Peter Sellers, che incarnava questo personaggio. Per farvi capire quanto è potente).
Ma non bisogna spaventarsi. Come dice Nabokov stesso non c’è nessuna morale dietro Lolita, tutto quello che c’è da fare è abbandonarsi al piacere estetico, senza riserve.
E vi assicuro che se ne rimane totalmente appagati.

Lolita, o la confessione di un vedovo di razza bianca, sono le memorie di un tale Humbert Humbert, ritrovate in carcere il giorno della sua morte. La storia, che parte dall’infanzia dell’uomo, pare delle più classiche: il piccolo Humbert si innamora perdutamente di una coetanea, Annabel, di un amore totalizzante, fatto di impacciate carezze tra le acque della Costa Azzurra e di una incredibile affinità intellettuale (“In noi lo spirito e la carne si erano fusi con una perfezione che deve risultare incomprensibile ai rozzi, prosaici giovanotti di oggi, coi loro cervelli fatti in serie. Molto dopo la morte di Annabel sentivo i suoi pensieri scorrere tra i miei. Molto prima di incontrarci avevamo fatto gli stessi sogni”).
Ma come credo di avervi inavvertitamente anticipato, Annabel muore. Humbert cresce e diventa adulto, ma quel desiderio inappagato che cova dentro, e che non era riuscito a soddisfare tra i flutti del mare nei pomeriggi d’amore con la sua piccola compagna, non cresce. Quel desiderio si cristallizza, e lo spirito di Annabel prende forma nella ragazzina all’uscita da scuola, nella bambina che gli chiede timidamente di allacciargli le scarpe, nella ninfetta (neologismo di Nabokov) che gioca tra le siepi del parco.
Passando da una donna all’altra senza provare nessun tipo di amore o passione, Humbert si ritrova nella casa della vedova Haze, e qui la vede: Dolores, la capricciosa figlia dodicenne di Charlotte Haze, che in tutta la sua arroganza lo squadra dall’alto dei suoi occhiali scuri, sdraiata seminuda a prendere il sole.
Dolores (o Lolita, come affettuosamente la chiama) è l’esatta incarnazione di Annabel, o meglio, supera il suo prototipo. Quando Charlotte muore tutti i sogni di Humbert paiono realizzarsi: diventa il tutore della ragazzina, e per tenerla legata a sé, incostante e ribelle com’è, compie insieme a lei un viaggio per l’America in cerca di paesaggi e istanti da regalarle. Ma i pensieri di Lolita corrono altrove, e scoprirà soltanto alla fine il suo tutore, padre e amante, che la bella ninfa, in realtà, non era mai stata sua.

Volevo chiudere qui, poi mi è venuta in mente una cosa che ho pensato mi piacerebbe moltissimo leggere se incorressi per caso una recensione di Lolita. C’è un dettaglio (abbastanza insignificante a dir la verità) che ho trovato nel saggio A proposito di un libro intitolato Lolita, alla fine dell’edizione Adelphi, dove Nabokov racconta come sia nato il “brivido d’ispirazione” per la stesura del romanzo. Stava leggendo un giornale quando si è imbattuto in un articolo piuttosto singolare: uno scienziato dopo mesi di tentativi per insegnare a una scimmia a disegnare, aveva finalmente trovato un bozzetto a carboncino dove l’animale aveva tratteggiato le sbarre della sua gabbia. Non so perché ma questo aneddoto mi ha in qualche modo emozionato, la stessa emozione di quando la mia migliore amica delle elementari mi aveva detto che Harry Potter era nato dalla vista di un gregge di pecore.
Fa strani giri la mente, e chissà che razza di associazioni mentali deve aver fatto Nabokov per aver partorito poi Humbert Humbert, Charlotte Haze, Lolita (e il mio preferito, non mi stancherò mai di dirlo) Quilty, fatto sta che per una coincidenza incredibile proprio quel giorno la scimmia decise di disegnare (e non disegnò una banana, o la mano dello scienziato, o un suo simile, ma delle sbarre), proprio quel giorno lo scienziato rese pubblica la notizia e proprio quel giorno Nabokov comprò il giornale. La nascita di un libro è sempre frutto di una serie di cause contingenti incontrollabili, ma da questa apparente fragilità ha preso vita questo capolavoro.

Quindi in qualche modo mi sembrava giusto ricordare quello scienziato e quella scimmia, che inconsapevolmente sono stati determinanti perché io sia qui oggi a parlare di Lolita.


Titolo originale: Lolita
Prima edizione: 1955
Adelphi Edizioni
Traduzione di Giulia Arboria Mella

mercoledì 25 marzo 2015

Michael Cunningham, Le Ore

Diamo le nostre feste; abbandoniamo le nostre famiglie per vivere da soli in Canada; combattiamo per scrivere libri che non cambiano il mondo, nonostante il nostro talento e i nostri sforzi senza riserve, le nostre speranze più stravaganti. Viviamo le nostre vite, facciamo qualunque cosa, e poi dormiamo - è così semplice e ordinario. Pochi saltano dalle finestre o si annegano o prendono pillole; più persone muoiono per un incidente; e la maggior parte di noi, la grande maggioranza, muore divorata lentamente da qualche malattia o, se è molto fortunata, dal tempo stesso. C’è solo questo come consolazione: un’ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità e aspettativa, aprirsi completamente e darci tutto quello che abbiamo immaginato, anche se tutti tranne i bambini (e forse anche loro) sanno che queste ore saranno inevitabilmente seguite da altre molto più cupe e difficili. E comunque amiamo la città, il mattino; più di ogni altra cosa speriamo di averne ancora. Solo il cielo sa perché lo amiamo tanto. 
Michael Cunningham

Tre storie, tre donne di epoche diverse legate tra loro da un filo, sottilissimo. 
Virginia Woolf, la celeberrima scrittrice ripresa in tutta la sua altera bellezza a pochi giorni dal suicidio; Clarissa, editor dei giorni nostri, colta mentre sta organizzando una festa per un premio letterario conferito al suo amico Richard, malato di AIDS; e la signora Brown, casalinga frustrata, con desiderio: scappare per un giorno, un giorno solo dalla estenuante quotidianità della sua mediocre vita borghese.
Tre istantanee di donne scattate in attività comuni (il lavoro della scrittrice, l’acquisto dei fiori per la festa di Clarissa, la preparazione di una torta per il compleanno del marito della signora Brown), tutte accomunate da un romanzo, che nel bene o nel male sconvolgerà profondamente le loro vite.
In un alternarsi incalzante delle voci delle tre protagoniste, scopriremo i retroscena della calma pazzia di Virginia, intenta nella stesura del suo capolavoro, Mrs Dalloway, tormentata dalle voci nella sua testa alle quali risponderà con algida determinazione lasciandosi affogare nel fiume Ouse. La nostalgia del passato di Clarissa, soprannominata affettuosamente signora Dalloway dal suo amico Richard, al quale era stata legata da una relazione anni addietro, per poi uscirne lui con un altro uomo, e lei con un’altra donna.
E la sorda angoscia della signora Brown, che nutre un sentimento di disgusto e amore per suo figlio e suo marito, e che, dopo una torta mal riuscita, deciderà di scappare, un libro in mano (ed ecco che torna la vecchia Mrs Dalloway) per rifugiarsi in una camera d’albergo e prendere la decisione di non tornare mai più.
Tre fili che si scopriranno essere uno solo nello sciogliersi dei nodi di una trama tanto sapientemente tessuta, quando ognuna delle donne, dopo aver sconvolto la propria vita, tornerà a vivere la propria esistenza con un nuovo equilibrio.

Vincitore del premio Pulitzer per la letteratura nel 1999, Michael Cunningham  ha saputo condensare temi quali l’omosessualità, la malattia, la pazzia, la mediocrità e il disagio, bilanciandoli sapientemente in un gioco di luci e ombre che traspare a turno da ognuno dei protagonisti.
Il tema centrale è quello di dare un’immagine della letteratura come unico rimedio per “restituire un senso alle nostre vite confuse e sghembe, uno specchio dentro cui la vita, riflettendosi, giunge per un momento a dire se stessa”. Ma qual è il prezzo di questo momento che ci regala la letteratura come rimedio e fardello? Perché non è poi così facile saper reggere il peso della verità, e ritrovarsi anche solo per un istante a scoprire il senso o, molto più spesso, il non-senso della propria vita. Lo sa bene Richard, lo scrittore, che si ritrova malato di AIDS e rinchiuso in esilio volontario in un appartamento squallido, straziato dal ricordo di un’infanzia infelice. La letteratura gli permette di vedere, forse di capire se stesso, ma come può sopportare ciò che scopre? Come può anche solo riuscire a guardare la luce del sole, il mattino, i fiori della festa, quando alla sua vita “confusa e sghemba” non riesce a trovare soluzione?
O Virginia, che un rimedio lo trova nel suicidio.
Forse l’unico personaggio (il mio preferito peraltro) che trova un perché alla sua esistenza, nonostante distrugga quella di chi le sta intorno, è la signora Brown, la casalinga, la depressa, la classica donna che non si scommetterebbero due soldi possa combinare qualcosa, immersa com’è nella sua bella vita borghese nella quale è infelice, ma in fin dei conti è quello che possiede.
E invece ci stupisce. Perché con il suo libro tra le mani parte alla ricerca di quelle ore in cui “la vita sembra aprirsi completamente e darci quello che avevamo immaginato”, incurante di lasciare il marito e il figlio per cercare un altrove che forse non esiste nemmeno, ma tentando di trovare la felicità. Non si può dire sia nobile il suo gesto, ma giusto o sbagliato che sia risponde al senso della vita con la vita, così limpida per la prima volta.

Titolo originale: The Hours
Prima edizione: 1998
Casa editrice: Bompiani
Traduzione di Ivan Cotroneo

mercoledì 18 marzo 2015

Oscar Wilde, Salomè

ERODE: […] Salomè, pensa a quel che fai. Quell’uomo, forse, è mandato da Dio. Son certo che è mandato da Dio. È un santo. Il dito di Dio l’ha toccato. Dio gli ha messo in bocca quelle parole terribili. Nel palazzo come nel deserto, Dio è sempre con lui… Almeno, è possibile. Nessuno può dirlo con certezza, ma è possibile che Dio sia per lui e con lui. E così può darsi che, se muore, io venga colpito da una disgrazia. In effetti ha detto che nel giorno nel quale morirà, accadrà una disgrazia a qualcuno. E non può essere ad altri che a me. Ricordatevi, quando sono arrivato qui sono scivolato nel sangue. E poi ho sentito un battito d’ali nell’aria, un battere d’ali gigantesche. Sono pessimi presagi. E ve n’erano altri. Sono sicuro che ve n’erano altri, per quanto io non li abbia veduti. Ebbene, Salomè, non vuoi che mi capiti una disgrazia, non è così? Non puoi volerlo. Allora, ascoltami.
SALOMÈ: Voglio la testa di Giovanni. 
Oscar Wilde

La luna è strana a guardarla dalla terrazza del palazzo di Erode: sembra una principessa, casta, ha la bellezza di una vergine ma al contempo qualcosa di torbido che affiora dal suo pallore, come di una donna uscita da un sepolcro, oscillante come un’ubriaca in cerca di amanti. E sta là, avvolta dalla notte, incurante di chi la osserva da quella terrazza così sontuosa, degli occhi che la ammirano, turbati. Ma la luna non sa di avere una sodale sulla terra, la principessa del palazzo di Erode, Salomè.
Come la luna Salomè è di un pallore mortale, si muove come un angelo ma il suo cuore è freddo, glaciale. Ha una sensualità innata che attira gli sguardi degli uomini, ma ne desidera uno solo, l’unico con la forza di disprezzarla e respingerla: Giovanni Battista, il profeta, l’uomo toccato dalla mano di Dio. Ne brama il corpo, la pelle d’avorio, i capelli, più neri della notte; ma soprattutto la bocca, quelle labbra vermiglie che mai avevano sfiorato una donna. Danza per Erode, il patrigno affascinato dalle sue movenze da dea, ma vuole in cambio l’unica cosa che non potrà mai avere se non commettendo un omicidio disumano. E si ritrova con quello che aveva bramato fra le mani, la testa di Giovanni e quelle labbra rosse tra le sue, dal sapore aspro del sangue (o quello è il sapore dell’amore?, si chiede Salomè) che scorre dal collo mozzato. Ma una disgrazia aleggia nell’aria, un’atroce punizione che aveva suggerito quella luna così strana, il battito d’ali gigantesche, il sangue di un giovane siriano sulle piastrelle candide della terrazza; una punizione che prende atto per mano di un uomo, ma che si abbatte con tutta la potenza divina sul peccato di Salomè, figlia di Erodiade, principessa di Giudea.

Salomè a mio parere è uno dei personaggi femminili più affascinanti della letteratura. È una donna piena di contraddizioni, è al contempo la vergine e l’etera, l’angelo e il demone; incarna l’eleganza più pura e la crudeltà spietata. Ha una passione perversa per ciò che non può possedere perché nulla per lei è inaccessibile, tranne lo spirito. Nonostante Giovanni Battista finisca tra le sue braccia non è ormai che un inutile involucro, ma non se ne rende conto, intenta a gustare quel sapore di sangue in cui cerca una qualche traccia d’amore, che non può trovare: l’anima del profeta è solamente di Dio, non degli uomini, e tanto meno di Salomè, la “figlia di Sodoma”. Ma ha osato troppo questa volta la donna, perché il desiderio carnale l’ha spinta a volere qualcosa che va ben oltre la sua portata, e quello che sembrava solo un uomo nasconde dentro di sé tutta la forza di Dio.

Il potere seduttivo di Salomè durante la narrazione si snoda in due direttrici, da un lato l’influenza che esercita sugli uomini, dall’altro il potere maligno con cui piega il prossimo ai suoi voleri. E nel finale quel potere seduttivo, strisciante e sensuale, si esaspera trasformandosi in morte: Salomè ordina di tagliare la testa a Giovanni, portando all’estremo il suo vizio, e Erode fa schiacciare la figliastra dagli scudi dei soldati, che quasi come gli sguardi durante il banchetto le si posano addosso, trucidandola. Il suo comportamento in vita si ripercuote anche nella morte, in modo inquietante; la giusta punizione per aver bramato qualcosa che non le apparteneva, e di cui non avrebbe mai potuto godere: un uomo di Dio.

Prima edizione: 1893
Giangiacomo Feltrinelli Editore
Traduzione di Gaia Servadio e Raul Montanari

mercoledì 11 marzo 2015

Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al Termine della Notte

Poi succeda quel che vuole! Bell’affare! Il vantaggio d’eccitarsi in fin dei conti solo su delle reminiscenze… Puoi possederle le reminiscenze, puoi comperarne di belle e di splendide una volta per tutte di reminiscenze… La vita è più complicata, quella delle forme umane specialmente. Un’avventura paurosa. Non c’è niente di più disperato. A confronto di questo vizio delle forme perfette, la cocaina non è che un passatempo per capistazione. 
Louis-Ferdinand Céline

Tutti i “miei” libri si dividono in due categorie: quelli scelti totalmente a caso, per la copertina o una qualche parola del titolo che mi è risultata affascinante (lo so, è superficiale ma sono irrimediabilmente attratta dagli oggetti belli), e quelli meditati, selezionati con cura maniacale. Viaggio al termine della notte fa parte di questa seconda specie.
Ero rannicchiata sul divano a mangiare le mie patatine preferite (quelle che il novanta percento della popolazione trova abominevoli, al lime e pepe rosa) e stavo guardando in seconda serata Le conseguenze dell’amore, di Sorrentino (giuro che è l’ultima parentesi che apro, solo per dire che ho visto tutti i suoi film e mi piace, da impazzire). C’è un momento, surreale, in cui Toni Servillo si ritrova a dover dividere il tavolo con due sconosciute, che vogliono sedersi proprio lì, vicino alla finestra, nonostante il locale sia vuoto. Lui ha lo sguardo vitreo, da uno che ha appena dovuto violare le proprie sacre abitudini, e una di loro per tutta risposta, rivolta all'amica, apre un romanzo e comincia a leggerlo.
Mi è bastata una parola a convincermi: reminiscenza. Sembrerà strano ma mi innamoro anche delle parole. Ho lasciato cadere a terra le patatine, ho preso carta e penna e mi sono segnata quello che mi ricordavo della citazione. Come al solito il mio “quinto senso e mezzo” per i romanzi, quelli belli, non si è sbagliato, e devo ringraziare Sorrentino per questo capolavoro, che, per inciso, ha usato il Voyage come epigrafe de La grande bellezza.
E Dio, che libro.

Il viaggio di Céline ha inizio nel luogo più squallido e abietto che ci si possa immaginare, tra il sangue infetto che riga i fianchi stremati dei cavalli e quello di nemici e amici, nel fango della paura e della morte: una trincea della prima guerra mondiale. Ferdinand Bardamu, il nostro anti-eroe, è impassibile al suo scopo di soldato francese. Non combatte per un ideale, non combatte per la sua patria, e poco gli importa dell’onore. In uno slancio di puro egoismo e istinto di sopravvivenza, ha a cuore solo la sua vita: si finge invalido mentale per scappare. E risale lentamente, verso l’alto, lasciando la nuda terra per andare incontro alle altezze immense dei grattacieli di New York, dove poco cambia nella natura intima di ciò che lo circonda. La fabbrica, la catena di montaggio fordista e la virtù dell’alienazione sono quello che lo aspetta, ma non smette di cercare, in vista di un qualcosa di grandioso e sublime che non può assicurargli né il viaggio nello spazio, dall'Africa all'America, fino alla Francia, e nemmeno quello attraverso l’istruzione, da soldato a operaio, a medico. Nel suo percorso di ricerca, in cui nemmeno sa con certezza quale sia il fine ultimo, viene a conoscenza di un campionario di mosti umani, abietti, insensibili, crudeli. Ma ne rimane indifferente, forse perché proprio lui, Ferdinand, è il primo fra questi mostri, figlio di un secolo, il ‘900, che porta con sé solo angoscia e distruzione.
“L’uomo è nudo, spogliato di tutto, perfino della fede in se stesso. Questo è il mio libro.”

Tutto in questo romanzo è grigio e nero, è buio, un buio opprimente, quello della peggiore umanità. E non abbiamo una luce che rischiari la tenebra, perché nella vita, ci dice Céline, non esistono fari che possano indicarci una via da seguire. Siamo circondati dalla notte, e il meglio che possiamo fare è brancolare a tentoni nel buio, cercando alla bell'e meglio di costruire qualcosa in questa cecità assoluta. Tutto quello che abbiamo di bellezza, di gioia, di amore, non sono altro che schegge, frammenti impercettibili che però esistono, e Ferdinand li vede: c’è della luce in Molly, la prostituta che lo accompagna per “qualche mese d’America”, c’è gentilezza, affetto, pietà. Ma non è che un barlume, misero, che non ha il potere di rischiarare l’anima, se non per un istante (“L’amavo sicuramente, ma amavo ancor di più il mio vizio, quella voglia di scappare da ogni posto, alla ricerca di non so cosa, per uno stupido orgoglio senza dubbio, per la convinzione di una specie di superiorità”). E ci sono frammenti di bellezza anche negli occhi vivaci della vecchia Henrouille, nel piccolo Bébert, nel generale Alcide, che si condanna a una vita nelle colonie per mantenere la nipotina che non ha mai visto; ma Ferdinand li guarda con distacco, non cerca di tenerli stretti, né di salvarle, queste scintille. Nasce da un’epoca di smarrimento, dove non esiste la fede in Dio e tanto meno nell’uomo, e come tale si comporta, disprezza la miseria che lo circonda ma al contempo è cosciente di essere egli stesso parte di essa, e in un qualche slancio di masochismo probabilmente cerca l’abiezione, la brama. Al punto da pensare che, in fondo, il dolore non è che l’unico modo per arrivare a scoprire il proprio essere (“È forse questo che si cerca nella vita, la più gran pena possibile per diventare se stessi prima di morire”).

Viaggio al termine della notte è stato definito nichilista, anarchico, assolutamente pessimista, scandaloso. Ma è anche umano, di un’umanità che spesso lascia disorientati per la semplicità con cui ci viene presentata. E di questa umanità Ferdinand prende tutto, senza battere ciglio, senza cercare di cambiare le cose, senza moralismi. Guarda un capannello di uomini che si diverte davanti a un cane che azzanna un maiale nello stesso modo in cui osserva la forza, dolce, che scaturisce dalle “sue” donne. Ma quello che rimane è l’ossessione del viaggio, della ricerca di un seguito nobile e sublime, che lo perseguita. Ma esiste un “dopo”? Può esserci qualcosa di “altro” nella vita, o la vita sono tenebre e qualche sprazzo, solitario seppur intenso, di splendore? Ci lascia con l’amaro in bocca Céline, perché non c’è redenzione, non esiste né il sublime né il meraviglioso: “La vita è proprio questo, una scheggia di luce che finisce nella notte”.

Titolo originale: Voyage au Bout de la Nuit
Prima edizione: 1932
Casa Editrice Corbaccio
Traduzione di Ernesto Ferrero

mercoledì 4 marzo 2015

Lev Tolstoj, Tre Morti

I primi raggi del sole, penetrando in una nube più trasparente, scintillarono, e corsero sulla terra e in cielo. La nebbia si mise a rilucere e galleggiare, a onde, nelle forre, la rugiada, scintillando, giocava nel verde, le nuvolette trasparenti, imbiancate, in fretta corsero per il cielo che diventava azzurro. Gli uccelli si affollavano nel bosco, e come smarriti, pigolavano qualcosa di felice; le succose foglie gioiosamente e tranquillamente mormoravano e frusciavano sulle cime degli alberi, e i rami degli alberi vivi lentamente, maestosamente, si muovevano sull'albero morto, abbattuto. 
Lev Tolstoj
In realtà non avevo in programma di leggere questo racconto, ma ho risposto a quella mia concezione un po’ romantica della lettura secondo la quale è il libro a chiamarti, e non il contrario. Quindi nonostante l’avessi già letto, ho quasi controvoglia (che brutta parola, diciamo con-voglia, ma contro i piani che mi ero prefissata) dovuto riprenderlo in mano lasciando carta bianca all'inconscio, che probabilmente per qualche arcano motivo ha deciso per me.
Questo non è uno degli scritti più famosi di Tolstoj, l’ho scoperto quasi per caso, preparando un esame di Letteratura Russa. In un saggio (di cui non ricordo il nome) un autore (di cui non ricordo il nome) sosteneva che se Tre morti fosse stato scritto da Dostoevskij sarebbe stato, ovviamente dico io, completamente diverso: parlava della polifonia dostoevskiana, del fatto che l’autore avrebbe messo in scena un’idea di morte come manifestazione corale, dove ogni personaggio avrebbe dato il proprio contributo sul tema, sull’”idea”, per poi raggiungere l’apice nella morte più maestosa, quella dell’albero.
Con tutte le migliori intenzioni quel saggista di-cui-non-ricordo-il-nome voleva rispondere a qualche criterio didattico, ma al momento ho sentito violata la mia concezione un po’ romantica di letteratura (eh sì, mi perseguita) per cui un romanzo, in questo caso un racconto, è frutto di una serie di cause contingenti che permettono che abbia vita in quello e quel solo istante particolare, da quella, e da quella sola mente.
Dostoevskij non avrebbe mai scritto Tre morti, e dal momento in cui non l’ha fatto non mi interessa sapere nemmeno come l’avrebbe fatto. In ogni caso mi sono trovata nella condizione di conoscere più quest’opera possibile di quella effettivamente scritta, così mi sono sentita in dovere di leggerlo, se non altro per rispetto nei confronti della buon’anima di Tolstoj.
E alla fine ho dovuto ringraziarlo quel saggista, un po’ controvoglia (questa volta la parola non è fuori luogo), perché mi ha permesso di leggere qualcosa di rara bellezza, e non esagero se parlo di un racconto così breve, ma così intenso e profondo da lasciare per un attimo senza fiato, con il libro tra le mani e il bisogno di pensare non alla morte, ma alla vita.
Ma non ci state capendo nulla, forse è il caso che vi racconti di cosa parla.

Tolstoj racconta la percezione della morte da parte di tre personaggi piuttosto singolari: una ricca signora, un postiglione e un albero. Questi tre esseri non si incontreranno mai nel corso della narrazione, ma sono legati tra loro da un filo impercettibile: il contadino darà il suo paio di stivali, di cui sa che non avrà più bisogno, a un ragazzino che deve raggiungere la ricca signora di Sirkino per portarle delle provviste, e l’albero fungerà da croce per la bara del postiglione. Un filo che non intacca la solitudine con cui l’esperienza della morte viene vissuta, un’esperienza che non può essere corale, ma soltanto intima. E proprio sul finire dell’esistenza emerge la vera essenza dei personaggi: la falsità della signora, che non si preoccupa dei figli, si dispera e piange con continue smorfie di dolore, attaccando prima la serva e poi il marito, il cui unico intento è guarire, attaccata com’è, morbosamente, alla vita; la non-falsità del postiglione, che accetta la morte come qualcosa di inevitabile, i cui ultimi pensieri sono avere una pietra sulla sua tomba e lasciare libero l’angolo vicino alla stufa, che occupava ormai da settimane senza esserselo guadagnato; e l’albero, la verità della morte nella natura, perché non può esserci falsità in essa: il nobile albero viene scosso alle radici a colpi di ascia e cade, sublime, lasciando posto agli altri esseri viventi che prenderanno il suo posto.

Più che un parlare della morte, questo racconto mi è sembrato un incredibile inno alla vita, al modo in cui l’Uomo si approccia all'esistenza, che condiziona alla fine la sua morte, intesa come parte della vita stessa.
La signora di Sirkino, in una lettera dove Tolstoj spiega il significato di questo racconto, viene descritta dallo stesso autore come “penosa e ripugnante”. Un essere osceno, che mente ancora davanti alla morte e a se stessa, profondamente capricciosa e infantile. Del resto, perché morire quando si ha così voglia di vivere? Ma lei non capisce il significato di ciò che le sta accadendo, non se ne rende conto fino alla fine, quando, alle parole del salterio “Quando Tu nascondi il Tuo volto, essi si spaventano, prenderai il loro spirito, ed essi muoiono e ritornano alla polvere. Manda il Tuo spirito, e saranno creati e rinnoveranno il volto della terra. Sia gloria al Signore per sempre” l’autore si chiede, quasi ironicamente “ma comprendeva ella, almeno ora, quelle grandi parole?”. Anche se le avesse comprese, ormai la donna non esisteva più; il tempo per capire e comprendere era passato.
Il postiglione mantiene un attaccamento alla terra, come scrive Tolstoj “egli abbatteva gli alberi, seminava e falciava la segale, uccideva i montoni, e altri montoni nascevano da lui, e nascevano i bambini, e i vecchi morivano, ed egli conosceva bene questa legge, dalla quale non si era mai allontanato”. Conserva dunque un equilibrio con il cosmo, conosce bene la legge della natura, e sa che la sua morte è necessaria, non se ne cruccia e lascia il mondo in pace, con l’unico desiderio di avere una pietra sopra la sua lapide.
Ma cosa c’è di più vicino alla natura di un albero, che è esso stesso natura? La sua morte è la più suggestiva, non si spaventa l’albero, muore con bellezza. E gli altri arbusti sono felici, perché avranno più spazio per crescere, e sono felici gli uccelli che cantano sopra di esso, cercando un altro riparo.
Seneca, nel De brevitate vitae, diceva “ci vuole tutta la vita per imparare a vivere e, quel che forse sembrerà più strano, ci vuole tutta la vita per imparare a morire”. Per Tolstoj questo imparare a vivere, e imparare a morire di conseguenza, è qualcosa che l’uomo apprende tanto più profondamente quanto più è legato alla terra, agli alberi, al ciclo della vita, quanto più è vicino alla nascita e alla morte, all'alternarsi delle stagioni, alla semina e alla raccolta, quando comprende che nella vita c’è un tempo per ogni cosa: l’uomo quanto più vive “naturalmente”, tanto più si ritrova in armonia con il creato nella vita; tanto più si ritrova in armonia con il creato nella morte.

Titolo originale: Tri Smerti (Три смерти)
Prima pubblicazione: 1859
BUR Bibolioteca Universale Rizzoli
Traduzione di Eridano Bazzerelli

mercoledì 25 febbraio 2015

Charles Baudelaire, I Paradisi Artificiali

Questa acutezza del pensiero, questo entusiasmo dei sensi e dell’animo, sono apparsi nell’uomo, in ogni epoca, come il primo dei beni; per questo, considerando solo la voluttà immediata e senza darsi pensiero di violare le leggi del suo organismo, egli ha cercato nella scienza fisica, nella farmaceutica, nei più grossolani liquori, nei più raffinati profumi, sotto tutti i climi e in ogni tempo, il modo di sfuggire, anche solo per qualche ora, al suo abitacolo di fango e, come dice l’autore di Lazare, «conquistare il paradiso in un sol colpo». I vizi dell’uomo, per quanto li si supponga pieni di errore, contengono la prova (non fosse altro che per la loro infinita espansione!) del suo gusto dell’infinito; ma è un gusto che spesso sbaglia strada. 
Charles Baudelaire

Ci sono momenti in cui all'uomo è dato l’immenso onore di toccare la beatitudine. Momenti in cui accoglie l’alba con spirito “giovane e vigoroso”, dove la vita si schiude completamente alla bellezza, alla speranza, alla ricchezza dei dettagli, dove ogni desiderio sembra possibile, e il mondo si apre a nuove, incredibili prospettive. Ma questi giorni, meravigliosi, splendidi giorni, hanno come tutte delle cose umane un punto debole: sono rari, effimeri e non hanno una causa visibile; ma soprattutto non sono riproducibili naturalmente.
Ma artificialmente sì.

Baudelaire traccia un quadro dei principali metodi con cui l’uomo si è ingegnato a riprodurre l’estasi e sfuggire a piacimento al “suo abitacolo di fango”, senza bisogno di attendere i capricci della natura: alcol, hascisc e oppio hanno la capacità di generare il benessere, di dipingere una realtà ideale, perfetta proprio perché ideata dalla stessa mente di chi assume la sostanza. Un paradiso che con il passare del tempo lascia intravedere le impalcature e le travi di legno che lo sorreggono; e proprio qui sta il limite: la sua artificialità, l’idillio di chiamare la felicità a comando, si rivela ben presto, citando Baudelaire stesso, un gioco con lo Spirito del Male.
Ma facciamo un passo indietro. Chi è il mangiatore d’oppio, quest’uomo che vuole giocare a fare Dio, ricreando la realtà? Non di certo un mercante di buoi, che sprecherebbe i suoi pellegrinaggi estatici guardando pascoli. E nemmeno un conciatore di pelli, che vedrebbe solamente tinture e pellame. Il mangiatore d’oppio è un individuo colto, avvezzo alle Lettere, educato alla Filosofia, un temperamento a metà tra il nervoso e il bilioso, “qualcosa di analogo a ciò che il XVIII secolo chiamava l’uomo sensibile, a ciò che la scuola romantica chiamava l’uomo incompreso, e a ciò che le famiglie e la massa borghese bollano generalmente con l’epiteto di originale”. A questo, e solo a quest’uomo si aprono le infinite possibilità del reale, o meglio, dell’irreale. Le crepe dei muri diventano uccelli meravigliosi, i soffitti si spalancano al cielo, ai colori sgargianti e definiti; i pavimenti, sui quali scorrono ruscelli, si popolano di ninfe. E l’intelletto si acuisce, i collegamenti si fanno semplici, le domande vengono rimpiazzate da risposte.
Ma, abbiamo detto, come ogni cosa anche questa ha un punto debole: il paradiso non ha la durata che di qualche ora, e qui comincia la tortura. Perché il nostro uomo sensibile o incompreso o originale, a seconda delle epoche, si ritrova improvvisamente rinchiuso in una gabbia, e dai campi verdeggianti cominciano a strisciare catene: i crampi dell’astinenza, la ribellione della mente, si fanno insopportabili. Ma soprattutto, cosa da non sottovalutare per un letterato, o un filosofo, usare la droga per pensare e creare, porta a non riuscire più a pensare e creare senza di essa. Per dirla con le parole di Shelley, “era come se un grande pittore avesse intinto il suo pennello nel nero del terremoto e dell’eclisse”: il paradiso scompare, i ruscelli, le ninfe, gli uccelli con lui. Quello che rimane è una grande pennellata nera su quella splendida realtà così ben costruita, e per riportarla in vita è necessaria un’altra dose di veleno.
E ancora. E ancora.

La condanna alla droga da parte di Baudelaire è dura (più indulgente verso alcol e oppio), ma ogni critica è quasi controbilanciata dai passi delle descrizioni delle visioni date da queste sostanze, riprese dal saggio di De Quincey, Confessioni di un mangiatore d’oppio. Il giorno seguente l’assunzione, la droga produce sì un torpore fisico immane, l’annientamento della volontà, porta spesso alle lacrime e allo strazio, ma le visioni! Che visioni! Le descrizioni delle tappezzerie di vecchi hotel che si riplasmano sotto lo sguardo dell’oppiomane sono tanto sublimi e affascinanti che pare a volte che lo stesso Baudelaire ci si perda, per poi ridestarsi confuso e tornare a giudicare la droga come un veleno, un artificio del demonio. Qui sta tutta l’ambiguità del saggio. Veniamo a conoscenza durante la narrazione di due Baudelaire diversi, il moralista e il sognatore, che si alternano in modo inquietante nella descrizione degli effetti e nella condanna dei postumi. Lo scrittore sembra lasciare libera scelta su quale dei dei due schierarsi, ma con una ammonimento: tanto più l’uomo tenterà di avvicinarsi all'infinito, diventare un Dio tra gli angeli usando il trucco del paradiso artificiale, tanto più sarà alto il prezzo da pagare una volta tornato sulla terra; la pena, terribile, per aver violato la sua natura.

Titolo originale: Les Paradis Artificiels
Prima edizione: 1860
Ugo Guanda Editore
Traduzione di Milo de Angelis

mercoledì 18 febbraio 2015

Italo Calvino, Gli Amori Difficili

L’amavo, insomma. Ed ero infelice. Ma come lei avrebbe mai potuto capire questa mia infelicità? Ci sono quelli che si condannano al grigiore della vita più mediocre perché hanno avuto un dolore, una sfortuna; ma ci sono anche quelli che lo fanno perché hanno avuto più fortuna di quella che si sentivano di reggere. 
Italo Calvino

Calvino ci parla dell’altra faccia dell’amore, infinitamente lontana dalla passione e dalla felicità: l’amore disperato, quello contraddistinto dall’assenza, fisica della persona amata e quella più profonda, intima, di chi nell'altro e in se stesso trova il nulla più assoluto, e scopre che quello che aveva sempre cercato in realtà non è mai esistito.
Tredici storie - o meglio, avventure - nelle quali il principio e la fine, la vicinanza nello spazio e nel tempo hanno poca importanza, poiché l’essenziale è quell’unico istante in cui due anime umane si sfiorano ed entrano in contatto, spesso ritraendosi inorridite alla percezione della debolezza e dalla miseria della condizione umana, che ognuno di noi, per quanti sforzi faccia per nasconderlo, porta inevitabilmente con sé.
Un viaggio doloroso, che ha inizio proprio all’interno di uno scompartimento ferroviario, dove un soldato accarezza il corpo di una donna seduta accanto a lui, tormentato dal pensiero di osare troppo; per proseguire nel letto di una prostituta, dove un bandito trova rifugio; e nella casa di un fotografo che, ossessionato dalla sua modella, perderà il senno quando lei deciderà di lasciarlo, votando la sua esistenza alla stessa identica fotografia di un tubo di termosifone. Così l’avventura di un miope, che tornato al suo paese natio non riuscirà a farsi riconoscere dai suoi vecchi amici per via degli enormi occhiali, e una volta decisosi a toglierli egli stesso non riuscirà a riconoscere nessuno, prima fra tutti la donna che ha sempre segretamente amato.
Questo  percorso nei meandri delle difficoltà dell’amore e dei più inquieti sentimenti umani, termina sulla strada, dove un automobilista dopo un litigio con la fidanzata continuerà (forse per sempre?) a percorrere l’autostrada che porta a lei, in quell’unico luogo dove si perde l’individualità ma ci si sente al sicuro, luci rosse e bianche, puri segni luminosi.

Ciò che leggiamo ne Gli amori difficili è l’inferno dei viventi di cui Calvino aveva fatto menzione già ne Le città invisibili, quell’inferno che ritroviamo uscendo di casa, negli sguardi dei vicini, nei gesti di chi ci sta intorno, nel lavoro alienante di una fabbrica e nel ripetersi delle giornate, sempre uguali a se stesse. E l’amore, che dovrebbe essere quel sentimento primo fra tutti  in grado di salvare l’uomo dalla mediocrità, talvolta non è che il peggiore degli inferni. I protagonisti di questi racconti rappresentano l’incontro di due esseri umani che non si nobilitano l’un l’altro stando insieme, ma si configurano come la somma di due inetti, e contraddicendo ogni legge matematica ci portano davanti un risultato negativo.
Qual è l’antidoto per la vita, allora? Ci è svelato nel finale, nella seconda parte delle novelle, dal titolo La vita difficile: una distesa di panni bianchi al sole, il profumo di bucato, la purezza delle onde di un mare limpido e incontaminato che con il suo moto leviga i gusci delle conchiglie. Piccoli frammenti di felicità, immutabile e infinita, perfetta, capace di far ritrovare una pace desolata e malinconica, poiché noi, da lettori e da uomini, siamo coscienti che non durerà che lo spazio di un istante.
Ma per riemergere, e rendersi conto che la vita non è solo inferno, è inevitabile continuare a ricercare e collezionare questi sprazzi di beatitudine, in cui all’uomo è concessa la speranza di aspirare ad essere felice per riuscire finalmente a ritrovare, anche solo per qualche secondo, “nel caos di mille movimenti possibili quello e quello solo giusto e limpido e lieve e necessario”, che assicuri che il viaggio della vita valga la pena di essere affrontato.

Prima edizione: 1970
Arnoldo Mondadori Editore