mercoledì 31 dicembre 2014

Fëdor Dostoevskij, Le Notti Bianche

Mio Dio! Un intero minuto di beatitudine! È forse poco, sia pure in una intera vita umana?
Fëdor Dostoevskij

Le notti bianche sono quel fenomeno tipico di gran parte delle capitali scandinave e russe per cui da maggio a luglio il sole non tramonta, o almeno, non tramonta completamente: rimane nel cielo un barlume di luce, e i raggi danno l’impressione che la notte non voglia giungere.
Il sognatore, il protagonista, si aggira per Pietroburgo durante queste notti straordinarie, osserva e conosce alla perfezione orari, abitudini, gioie e dolori di chi gli passa accanto, di chi inavvertitamente lo sfiora attraversando i grandi viali pietroburghesi. Egli percepisce ogni emozione e sentimento di quegli attori che attraversano il suo mondo, e ciò che non conosce, immagina.
Ma queste stesse persone, questi attori, non sanno nulla di lui e della sua esistenza, tanto il sognatore è sì presente fisicamente, ma vive la propria vita ricreando realtà che esistono solo nella sua mente. Una sera tutto cambia, e durante uno dei soliti tragitti lungo la Prospettiva Nevskij assiste alle molestie di un ubriaco nei confronti di una donna in lacrime. Qui, per la prima volta, decide di interagire con la realtà, allontanando bruscamente l’uomo; e, sempre per la prima volta, una donna, Nasten'ka, decide di aprirsi completamente a lui. Per quattro notti, che paiono dilatarsi nello spazio e nel tempo, i due si incontrano e parlano di se stessi e delle proprie vite, dei propri rimpianti, dei propri desideri. Ma il mattino del quinto giorno Nasten'ka invierà una lettera che spezzerà l’incanto di quelle magiche notti pietroburghesi, lasciando il protagonista in un mondo ormai sbiadito e offuscato dalla sua mancanza, nella speranza che un solo minuto con lei basti per poter affermare di aver vissuto con intensità..

Un famoso saggio di René Girard, Dostoevskij, dal doppio all’unità, racconta di come lo scrittore fosse completamente paralizzato dalla vista delle donne, tanto da svenire un giorno in cui gli venne presentata una bellezza pietroburghese. Sappiamo ben poco sulla sua vita sentimentale, ma quel poco che sappiamo traspare con forza dai suoi romanzi: sono moltissime le analogie tra i personaggi de Le notti bianche e la sua esperienza a Semipalatinsk, dove si innamorò perdutamente della moglie del suo amico, il quale morì poco dopo. Dostoevskij chiede a Marija Dimitrevna di sposarlo, lei accetta. Ma, come la protagonista de Le notti bianche, gli confessa di amare un altro; e proprio come il sognatore, Dostoevskij aiuta in tutto e per tutto il rivale, lo raccomanda per assicurargli un aumento di salario, finiscono per incontrarsi, stringono un’amicizia fraterna: “Non bisogna, le scrive “dare l’impressione che si lavori per se stessi”. E devastato dal dolore, si ubriaca delle belle parole, della propria vittoria sull’”egoismo delle passioni”.

“Mi vidi come sono adesso, esattamente quindici anni dopo, invecchiato nella medesima stanza, sempre nella medesima solitudine”. Per dare un senso a questa vita desolata e alienata dal mondo il protagonista ci chiede, quasi fosse una conferma: è forse poco un minuto di beatitudine, sia pure in una intera vita umana? Risponderà lo stesso Dostoevskij successivamente con un altro suo grande personaggio: l’uomo del sottosuolo. Un’evoluzione del sognatore, che vede marcire dentro se stessi i suoi sogni e le sue speranze, i suoi desideri, trasformandosi in un mostro, una creatura malsana e maligna, che ci assicura che no, un misero minuto di felicità nell’arco di un’esistenza non basta.

mercoledì 24 dicembre 2014

Javier Marías, Un Cuore Così Bianco

Ciò che avviene è identico a ciò che non avviene, ciò che scartiamo o ignoriamo identico a ciò che accettiamo o afferriamo, ciò che sperimentiamo identico a ciò che non proviamo, tuttavia la vita passa e passiamo la vita a scegliere a rifiutare a selezionare, a tracciare una linea che separi quelle cose che sono identiche e faccia della nostra storia una storia unica da ricordare e da raccontare. Impieghiamo tutta la nostra intelligenza e i nostri sensi e le nostre ansie al fine di discernere ciò che sarà uniformato, o che lo è già, e per questo siamo pieni di rimpianti e di occasioni perdute, di conferme e riaffermazioni e di occasioni sfruttate, quando l’unica certezza è che nulla si afferma e tutto si perde. O forse non c’è mai stato niente. 
Javier Marías

“Le mie mani sono del tuo stesso colore, ma mi vergogno di avere un cuore così bianco”.
Questa è la frase pronunciata da Lady Macbeth, la perfida moglie di Macbeth dell’omonimo dramma Shakespeariano. Le streghe hanno predetto al marito che sarebbe diventato re, succedendo al sovrano in carica. Perché non anticipare i piani del destino e assassinarlo? Con le mani sporche del sangue del suo re, del suo amico, Macbeth si presenta alla moglie, “I have done the deed” dice , “Ho fatto il fatto”. I rimorsi lo lacerano, le mani tremano sotto il peso del sangue: ma la moglie è inflessibile, lei stessa avrebbe commesso il crimine, se non fosse che all’ultimo il viso del re Duncan avesse risvegliato in lei il ricordo di suo padre. Le sue mani sono rosse di sangue per aver sporcato la faccia delle guardie alla porta del re. Ma il vero assassino è Macbeth, lei non ha commesso un omicidio. E se ne vergogna.

Una tavola imbandita, lo spaccato di quotidianità di un pranzo di famiglia, come ce ne sono tante. Improvvisamente la giovane figlia del padrone di casa si alza dalla tavola, deve andare in bagno, dice. I commensali proseguono la conversazione, ridono, parlano. Uno sparo.
La tavolata si alza all'unisono, diretta verso il bagno, verso la donna, giovane sposa tornata dal viaggio di nozze che avevano appena visto andarsene. Ed effettivamente la trovano là, dove aveva detto sarebbe andata, con un seno squarciato e il sangue che sgorga a fiotti dal cuore. La sorella più piccola cerca come può di tamponare la ferita con il suo asciugamano azzurro, ma è troppo il sangue che fuoriesce dal petto lacerato della sorella. Uno dei presenti si guarda allo specchio e si sistema distrattamente un ciuffo di capelli scomposto, il padre nasconde per pudore il reggiseno della figlia, che si era levata prima di togliersi la vita. E intanto l’asciugamano non regge l’ondata di sangue, diventa rosso. 
Alla ragazzina non resta che rassegnarsi all’idea che la sorella non tornerà più.
Questa è la storia raccontata a Juan, figlio del marito della suicida, Ranz, e della bambina che portò il commovente asciugamano azzurro per fermare la morte di sua sorella. Juan è un interprete di successo, e l’ascolto è il suo lavoro e la sua vita, il ricevere informazioni e riportarle, comprenderle e interpretarle in ogni lingua a lui conosciuta. Nonostante questa sua predisposizione, mai aveva avuto il coraggio di chiedere al padre cosa fosse successo quel giorno, né aveva mai chiesto a Luisa, la moglie che aveva sposato quasi per gioco (un’esperienza che nella vita si deve provare), se l’avesse tradito durante i suoi lunghissimi soggiorni all’estero per lavoro, come sospetta. Non aveva mai chiesto perché non voleva sapere, non voleva sentire, perché ci sono segreti destinati a rimanere sepolti e non essere portati alla luce.
Sarà proprio Luisa a chiedere a Ranz il motivo del suicidio della sua prima moglie, una sera in cui Juan si trova sdraiato a letto, tornato inaspettatamente dal lavoro. E dalla sua camera sarà costretto ad ascoltare e ascoltare ancora le parole atroci del padre, segreti con cui nessun orecchio dovrebbe mai entrare in contatto, sentirlo narrare “il fatto” che portò Teresa a far esplodere quel cuore così bianco, che era stato macchiato da un crimine che non aveva voluto.

Ci sono frasi che restano nella memoria, e quando si leggono per caso, di sfuggita, toccano delle corde profonde dell’interiorità di un individuo. “Un cuore così bianco” è una di quelle. Macbeth è una tragedia cui sono particolarmente legata: quello che più mi ha affascinato della moglie non è tanto la cattiveria e lo
spietato arrivismo, quanto il tema dell’inconscio, e della coscienza che condanna quasi fosse una creatura estranea al corpo e alla razionalità della persona. Lady Macbeth afferma di vergognarsi di avere un cuore ancora puro (è il marito il vero artefice del delitto), ma nel sonno si fa strada la consapevolezza che gli schizzi del sangue di Duncan siano giunti fino a lei, a intaccare quel cuore che sostiene essere immacolato. E così trascorre le notti a sfregarsi le mani, con gesti nervosi, spasmodici, tentando di levare quelle macchie di sangue che non possono andarsene: fanno parte della sua anima. E continuerà ogni notte a cercare di scrollarsi di dosso questo omicidio, fino al gesto estremo, che la porterà a togliersi la vita.
Questo è quello che succede anche a Teresa, la giovane sposa. La confessione del marito è un delitto immenso, troppo difficile da sostenere. Teresa non ne ha preso parte, ma in cuor suo sente che il male di questa azione ha contaminato anche lei e la sua coscienza.
Ma come può il marito riuscire a sopportare i tormenti della mente? “I dormienti, e i morti, non sono che figure dipinte” dice Lady Macbeth al marito, divorato dal dubbio e dal rimorso. E questo lo sa bene Ranz, che lavora come critico d’arte. I morti non sono che figure dipinte, e ciò che le può risvegliare è solo il riportarle alla memoria e condividere con altri i propri pensieri. Solo ciò che rimane un segreto continua a non esistere.
O, forse, non c’è mai stato niente.

mercoledì 17 dicembre 2014

Amos Oz, Giuda

“E Gesù? Mentre andava morendo sulla croce, nell’ora nona, l’ora in cui la gente lo prese in giro gridando Salva te stesso se puoi e scendi dalla croce (Marco 15,30), ancora lo rodeva il dubbio: sono io l’uomo? Ciononostante, tentò forse ancora, nei suoi ultimi istanti, di tener fede alla promessa di Giuda. Con le poche forze che gli restavano tirò le mani e i piedi inchiodati alla croce, tirò e si torturò, tirò e urlò di dolore, tirò e invocò suo Padre ch’è nei cieli, tirò e morì con sulle labbra le parole tratte dal libro dei Salmi, Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato (22,1). Queste parole potevano affiorare solo alle labbra di un uomo morente che crede, o cerca di credere che Dio possa effettivamente aiutarlo a strappare via i chiodi, produrre un miracolo e scendere sano e salvo dalla croce. Con queste parole Gesù morì dissanguato come un uomo comune, come chi è fatto di carne e sangue.
“E Giuda, il cui scopo e senso della vita si infransero sotto i suoi occhi sgomenti, Giuda che capì di aver causato con le proprie mani la morte dell’uomo che più amava e ammirava, se ne andò a impiccarsi. Così,” scrisse Shemuel nel suo quaderno, “così morì il primo cristiano. L’ultimo cristiano. L’unico cristiano.” 
Amos Oz

Siamo alla fine degli anni ’50. Shemuel Asch è un giovane studente prossimo alla laurea, una brillante carriera universitaria, una famiglia facoltosa alle spalle, una ragazza che lo ama. Una vita sicura, inattaccabile, se non fosse che improvvisamente ogni certezza crolla davanti ai suoi occhi: la compagna lo lascia per sposarsi con il precedente ragazzo, i genitori sono in bancarotta e i suoi studi diventano un onere troppo gravoso: decide di abbandonare l’università e anche l’importante tesi cui stava lavorando sulla figura di Gesù in una prospettiva ebraica.
La sua crisi esistenziale è forte, e né il socialismo, nel quale si rifugiava con fervore, né la religione, cui nonostante si professi ateo si appella in cerca di risposte, si rivelano adatti a restituirgli un equilibrio. L’unica alternativa è allontanarsi da Gerusalemme per ritrovare se stesso, lasciare tutto per riflettere e cercare una via, non importa verso dove: una via che lo porti a ritrovarsi. Proprio quando la decisione è stata presa, un dettaglio cattura la sua attenzione, un minuscolo foglio di carta vergato da una grafia femminile; un annuncio di lavoro inusuale, misterioso: gli si chiede semplicemente di occuparsi di un vecchio per qualche ora, in cambio di vitto e alloggio e un modesto stipendio. Ciò che deve fare Shemuel è ascoltare, ascoltare e contraddire i discorsi dell’anziano dalla cultura sterminata, ma per niente al mondo dovrà mai rivelare ad alcuno l’identità dei suoi datori di lavoro.
Qui Shemuel impara, e scopre gli avvenimenti sconcertanti che hanno segnato le vite dell’anziano Gershom Wald e della nuora, l’attraente Atalia. Scopre che il padre di Atalia, Shaltiel Abrabanel, fu accusato di alto tradimento per essersi opposto al fondatore dello stato di Israele Ben Gurion, ma soprattutto alla sua idea di costituire un minuscolo fazzoletto di terra che avrebbe votato gli ebrei a una guerra eterna e sanguinosa. Scopre che il figlio del vecchio Wald, marito di Atalia, morì in circostanze atroci durante il conflitto palestinese.
Ma soprattutto ha la possibilità di riflettere sul concetto di tradimento, che investe la figura dello stesso Gesù. Attraverso i discorsi notturni con Gershom Wald e i suoi quaderni ci addentriamo per le vie di una Gerusalemme antica, e riscopriamo quello che è da sempre considerato il tradimento per antonomasia attraverso gli occhi dello stesso Giuda. Sentiamo l’amore con cui elargiva consigli al suo maestro e la convinzione con cui lo rassicurava del fatto di essere il figlio di Dio. E come proprio in nome di questa convinzione costrinse i romani ad arrestare Gesù e crocifiggerlo, nella più totale certezza che Dio l’avrebbe tirato giù dalla croce, e solo allora il popolo l’avrebbe riconosciuto tra le centinaia di falsi profeti che invadevano la città. Assistiamo alle preghiere sotto la croce, alle sette ore di agonia in cui Gesù pregò la madre di aiutarlo, e al finale in cui Giuda stesso, la cui fede non aveva mai vacillato, si rese conto con orrore che non sarebbe arrivato nessun Dio a salvare il messia: Gesù, che mai aveva chiamato il padre, si
lascia andare in punto di morte alla supplica che sancisce la fine di ogni speranza - Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato. Giuda in preda alla disperazione ripercorre le strade di Gerusalemme, in lacrime sfiora ogni oggetto, ogni via, ogni più piccolo animale, indica le stelle e tra le lacrime sussurra “Non credete”. Sceglie un albero di fico per impiccarsi. Un albero morto, nero, senza foglie, lo stesso albero che Gesù maledì solo per non avergli offerto frutti, il gesto che doveva fargli capire che dopotutto era solo un uomo, un uomo di carne e sangue.
E con l’immagine di un fico lasciamo anche Shemuel, intento a cercare dei frutti al di sotto delle grosse foglie. Ma non è stagione. Riprende così la sua strada, sulle labbra una muta domanda e le poche risposte date da un vecchio e da un’arida, bellissima donna .

Amos Oz rilegge uno dei più controversi e oscuri episodi della Bibbia, la Passione, in una chiave poco ortodossa se facciamo riferimento alla cultura in cui siamo immersi: come ci rivela lo stesso dizionario, la parola “giuda” è sinonimo di “traditore”. In questo romanzo però i traditori non portano con sé una connotazione negativa, sono coloro che difendono i propri ideali fino alla morte quando il mondo scorre dal lato opposto; basti pensare, tra i tanti esempi, agli ufficiali che tradirono Hitler e furono giustiziati.
“Solo chi tradisce, chi esce fuori dalle convenzioni della comunità cui appartiene è capace di cambiare se stesso e il mondo” dichiara a La Repubblica Oz. Giuda è un romanzo che fa riflettere, sulla religione, sulla guerra e sulla soggettività delle parole che usiamo per chiamare ciò che ci circonda, soprattutto se pensiamo a un conflitto come quello tra arabi e israeliani nel quale traditori e traditi si confondono indissolubilmente, in cui giusto e sbagliato diventano due concetti relativi e cessano di significare in senso assoluto. E così, il tradimento di Abrabanel verso il sionismo e quello di Giuda agli ebrei assumono tutta un’altra forma, la dimostrazione di una fede talmente ampia e potente da valicare il presente per spostare lo sguardo più in là, in un secolo futuro in cui il loro sacrificio potrà finalmente essere compreso.

mercoledì 10 dicembre 2014

José Saramago, Cecità

“Non dimentichiamoci cosa è stata la nostra vita fintanto che siamo stati internati, abbiamo sceso tutti i gradini dell’indegnità, tutti, fino all'abiezione, anche se in maniera diversa potrebbe succedere anche qui, ma là, almeno, avevamo la scusa dell’abiezione di quelli che stavano fuori, adesso no, adesso siamo tutti uguali davanti al male e al bene, per favore, non domandatemi cosa sia il bene e cosa sia il male, lo sapevamo ogniqualvolta abbiamo dovuto agire quando ancora la cecità era un’eccezione, giusto e sbagliato sono appena due modi diversi di intendere il nostro rapporto con gli altri, non quello che manteniamo con noi stessi, di quest’ultimo non c’è da fidarsi, perdonatemi la lezione moralistica, ma voi non sapete, non potete saperlo, cosa significhi avere gli occhi in un mondo di ciechi, non sono regina, no, sono soltanto colei che è nata per vedere l’orrore, voi lo sentite, io lo sento e lo vedo” 
José Saramago

Ho provato tante volte da bambina a chiudermi gli occhi con una benda e camminare per casa, per capire come ci si sentisse a essere ciechi. Probabilmente allora la riflessione si limitava all’angoscia di cadere e farmi male, al senso di spaesamento di essere convinti di avere la porta subito a destra, mentre ancora mancavano un paio di passi.
Se penso ora a cosa possa voler dire essere cieca, mi viene in mente solo la grandissima paura della solitudine: saremmo soli, per sempre, io e il buio.
Ecco, leggendo questo romanzo mi sono sentita proprio così, profondamente sola. Con la differenza che la cecità con cui abbiamo a che fare in questo romanzo è un po’ particolare, di un bianco denso  e accecante, che in una sorta di pena del contrappasso condanna l’uomo a volgere gli occhi sempre al suo interno, per non aver saputo mai guardare con sguardo sincero e solidale quelli degli altri.
Siamo in un tempo imprecisato, in un luogo imprecisato; nemmeno i personaggi vengono nominati. Del resto poco importa: Cecità vuole essere una riflessione sulla malvagità dell’uomo nei confronti del prossimo, l’assenza di una morale, l’istinto crudele di arricchirsi ai danni di colui che abbiamo di fronte. Non c’è persona che ne sia esente; l’uomo ha un’indole maligna, che esula dallo spazio e dal tempo: ce ne parlano Dante nella Divina Commedia, il pensiero di Hobbes racchiuso nella massima latina <Homo homini lupo>, possiamo leggerlo nel Signore delle Mosche di William Golding, e, abbandonando per un momento la letteratura, pensiamo alla schiavitù o alle armi di distruzione di massa create nel XX secolo. Tutte queste manifestazioni di violenza hanno un denominatore comune: l’istinto autodistruttivo dell’uomo, che sbrana i suoi simili per arrivare a soggiogarli.
Ma partiamo dall’inizio: siamo su una strada trafficata, una fila di macchine aspetta lo scattare del verde. Il verde arriva, ma l’uomo all’interno della prima auto non accenna a muoversi. “Sono cieco” urla, il volto straziato dal panico, le guance rigate dalle lacrime. “Sono cieco” continua a gridare, ma nessuno lo sente, il suono dei clacson e le urla degli altri automobilisti soffocano la sua voce. A poco a poco si forma intorno a lui una piccola folla, e un passante decide di soccorrerlo. Il suo primo pensiero è di solidarietà, ma non fidiamoci della prima impressione: la carità è il motore che muove all’azione, ma come ricompensa il benefattore deciderà di tenersi la macchina del malcapitato.
Da qui ha inizio la parabola discendente nel mondo dell’abiezione. Quella che è considerata un’epidemia si spande velocemente, e per evitare il panico il capo del governo decide di internare i “malati” in un vecchio manicomio dismesso. Qui assistiamo, in un crescendo di disperazione, alla degenerazione umana allo stato puro, al ritorno ad uno stato di natura infinitamente lontano da quello rousseauiano, il desiderio di mangiare, bere e procreare tinto dalle più cupe perversioni: le donne vengono stuprate, il denaro rubato, i dissidenti uccisi; tutto questo in nome di un tozzo di pane, di un potere esercitato dai miseri sui miseri.
Nel caos generale, la speranza di un piccolo gruppo di ciechi risiede in una donna cui il caso non ha tolto la vista, non una Beatrice dantesca, guida incorrotta e pura, ma una donna come le altre, che uccide e non si fa scrupoli a nascondere il cibo dalla bocche estranee al suo piccolo gruppo, e nel suo stesso gruppo evita di confessare la sua immunità all’epidemia per non diventare serva. Con mano a volte incerta e stanca la donna li guida attraverso l’abbagliante bianco della loro cecità all’esterno del manicomio, verso la salvezza. Ma qui li aspetterà qualcosa di ancora peggiore, peggiore persino della vita da internati: un’intera Umanità cieca, affamata, bestiale. Ma una sera, durante la lettura di un libro, accadrà qualcosa di sorprendente, un barlume positivo  in un mondo di morte e distruzione, uno spiraglio di luce che però non ha la forza di cancellare i fiumi di odio e sangue versati.

Vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1998, Saramago ci regala una riflessione sull’umanità di una lucidità spietata, incredibilmente reale e attuale. Assistiamo come davanti ad un unico e ininterrotto flusso di coscienza alla catastrofe della guerra fratricida degli uomini contro se stessi, nella più totale assenza di morale e amore dell’uomo per l’uomo.
E alla fine ci chiediamo: cosa significa essere Umani? L’uomo, nel suo stato primitivo, non è altro che il più crudele e depravato degli animali, e la parola perde qualunque sua accezione alla sensibilità, alla fratellanza, al rispetto reciproco. È paradossale, ma Saramago vuole forse dirci che l’uomo quando mostra il suo vero io diventa dis-umano? Leggendo queste pagine non ci rimane che un unico, martellante pensiero, impietoso e difficile da sopportare: noi tutti siamo già ciechi.

mercoledì 3 dicembre 2014

Franz Kafka, Lettera al Padre

Tu, l’uomo per me così autorevole, non Ti attenevi ai precetti che mi imponevi. Perciò il mondo era diviso per me in tre parti: nell’una vivevo schiavo, sottoposto a leggi inventate solo per me e alle quali io, non so per quali ragioni, non sapevo pienamente assoggettarmi; nella seconda, infinitamente lontano dalla mia, vivevi Tu, partecipe al governo, occupato a dare ordini e irritarTi quando non erano obbediti; e infine c’era un terzo mondo dove la gente viveva felice e libera da comandi e obbedienze. Io vivevo sempre nella vergogna, sia che eseguissi i Tuoi ordini, e ciò era un’onta perché valevano per me solo, sia che mi ribellassi, perché come osavo oppormi a Te? sia che non mi fosse possibile obbedirTi perché non avevo, mettiamo, né la Tua abilità, né la Tua forza né il Tuo appetito né la Tua abilità, benché tu le pretendessi come qualcosa di ovvio. Questo, naturalmente, era la vergogna più grande.

Franz Kafka

Spesso, mentre leggiamo, dimentichiamo che dietro ai grandi scrittori ci sono state persone come noi. Persone che, anche se è difficile a credersi, avevano una vita al di là dei fiumi d’inchiostro che gettavano sulla pagina, e oltre alle grandi narrazioni che abbiamo tra le mani ancora oggi vivevano fallimenti e successi, momenti di smarrimento, mancanza di autostima, profonda inadeguatezza.
Per questo ogni tanto mi concedo una pausa dalle loro storie per addentrarmi nell’intimità di queste personalità per capire chi erano, perché scrivevano ma soprattutto da dove scaturivano i protagonisti e gli ambienti che mi trovo sotto gli occhi ogni giorno. Franz Kafka è uno di quegli autori che esplode dalla pagina, percepiamo immediatamente che dietro ogni personaggio possiamo trovare qualcosa di più profondo, un significato nascosto che non può che riferirsi a un’esperienza vissuta da lui stesso. In tanti ci siamo chiesti da dove scaturisca l’insetto Gregor Samsa, il protagonista della Metamorfosi. Non è un caso che il protagonista sia un impiegato, non è un caso che la metamorfosi comporti proprio la trasformazione in un insetto, né che sia la sorellina piccola a dargli da mangiare, che il padre sia il primo a rinnegarlo e la madre nasconda i suoi sentimenti per non contrariare il marito. Nulla è un caso.
Leggendo la Lettera al Padre ogni significato nascosto ci viene svelato, come scostassimo un velo da un oggetto di cui intuiamo la forma, ma ancora non riusciamo a percepire in tutta la sua nitidezza. In questa lunga epistola Kafka mette a nudo se stesso, privandosi per un momento di quella immaginaria lastra di vetro da cui sembrava perennemente avvolto, come leggiamo da parecchie sue descrizioni lasciateci da conoscenti e amici.
Con la sua scrittura cristallina e una pacatezza esemplare, un perfetto connubio di reverenza e totale disaccordo con la figura paterna nella sua interezza, Kafka mostra un profondo coraggio davanti al padre, verso il quale provava un timore e una soggezione senza eguali. O meglio, sarebbe stata un atto di coraggio se la lettera fosse stata consegnata. Ma questa non passò mai sotto lo sguardo severo del destinatario.
Hermann Kafka era un commerciante, un uomo pratico, energico, duro e iracondo, niente di più differente dal giovane Franz. La sua vita era il lavoro in un negozio di chincaglierie, il commercio, le merci, i soldi, e il suo ideale consisteva nel forgiare una prole di uomini come lui, rudi e forti, della quale costituiva lui stesso il metro di paragone. Però, sorprendentemente, il primogenito maschio della famiglia Kafka si dimostra inadatto a questo tipo di vita: troppo magro per spostare le merci, troppo sensibile per contrattare soldi, troppo incline alla conoscenza e alla cultura per lasciar appassire la sua vita nel negozio di famiglia. La sua natura, invece di essere assecondata e lasciata crescere, viene schiacciata, e Franz è spronato con la forza a seguire le orme del cugino soldato, a dedicarsi a occupazioni da uomo. La soggezione nei confronti del padre cresce con il passare degli anni, e sempre più si sente un insetto al suo cospetto, un insetto inutile da raddrizzare con la forza.
Cercando di rispondere a una domanda di spiegazioni del padre (Mio caro papà, non è molto che mi hai chiesto perché asserisco di aver paura di Te. Come al solito non ho saputo rispondere, un po’ per la paura che Tu m’incuti, un po’ perché, per motivare questa paura, occorrono troppi particolari che non saprei cucire in un discorso), la Lettera al Padre risulta una serie di rimproveri mossi alla figura paterna da un Kafka ormai maturo, prossimo alla morte.
Sono innumerevoli gli episodi citati a sostegno della sua causa: l’abitudine del padre di ignorare i romazi del figlio, consacrato successivamente nell’empireo degli autori più influenti del XX secolo, lasciandoli ricoprire di polvere sul comodino per finire altre occupazioni in negozio; il suo osteggiare ogni proposito di matrimonio, nella certezza che gli amori del primogenito avrebbero infangato irrimediabilmente il nome dei Kafka; ma anche passaggi legati all’infanzia, difficili da sopportare per un bambino per questo ancora più tristi e commoventi, da cui lo scrittore fu profondamente influenzato nella sua vita e nella produzione letteraria successiva.
E nonostante l’affinità di temperamento con la famiglia materna dei Löwy, sognatori, eruditi ed estremamente sensibili, la madre non prese mai apertamente le difese del figlio, aderente alla sua idea di famiglia patriarcale nella quale desiderava vivere, in armonia con il marito che amava. La paura e le ingiustizie subite erano attenuate dall’affetto della sorellina Ottla, con cui passava intere giornate intento nelle più disparate conversazioni. Ma la vera salvatrice è la scrittura, nelle quale si rifugiava durante la notte, una volta terminato il suo lavoro da impiegato alle assicurazioni Generali, un lavoro sfiancante, che detestava (sono alle assicurazioni Generali, nutro però la speranza di sedermi un giorno sulle sedie di paesi molto lontani, di guardare dalle finestre dell’ufficio su campi di canna da zucchero o cimiteri musulmani…). Ma più torna a casa esausto, massacrato dalle nove ore di ufficio, tanto più sente la voracità della vita, e come una bestia si avventa insaziabile sul pezzo di carta vergine, pronto ad accogliere i suoi pensieri.

La Lettera al Padre può essere considerato un testo di formazione: la lenta crescita di una personalità che nonostante sia più volte calpestata, annichilita e umiliata, trova comunque la forza di crescere lenta, ma tenace ed estremamente resistente ai colpi di una figura da sempre considerata guida e modello, ma talvolta anche ostacolo da superare per affermarsi nel mondo: il padre.