mercoledì 5 novembre 2014

Thomas Mann, La Montagna Incantata

Aveva consumato, si può dire, la settimana aspettando per sette giorni il ritorno di quella stessa ora, e aspettare significa precorrere, significa considerare il tempo non come un dono, ma soltanto come un ostacolo, negarne il valore, annullarlo e scavalcarlo con la mente.
Aspettare, si dice, è noioso.
Ma è invece altrettanto, anzi propriamente, il contrario in quanto inghiotte periodi di tempo senza che siano vissuti o sfruttati per se stessi. Si potrebbe dire che soltanto chi aspetta somiglia a un divoratore il cui apparato digerente fa passare una grande quantità di alimenti senza estrarne l'utile valore nutritivo. Si potrebbe fare un passo avanti e dire: come il cibo non digerito non dà forza,
così il tempo trascorso nell'attesa non fa invecchiare. Vero è che in pratica l'attesa pura e semplice non esiste.
Thomas Mann


Ci sono due strade che conducono alla vita: una è la solita, diretta, onesta. L’altra è brutta, porta attraverso la morte ed è la strada geniale

Due strade ha davanti ognuno di noi, e quella che percorrerà il protagonista Hans Castorp è la seconda, quella della morte e della malattia, nella quale si addentra in una sorta di rito iniziatico. Hans è un ragazzo come tanti alla vigilia della Grande Guerra, più volte descritto come mediocre dallo stesso Mann. Perché allora dedicare undici anni della propria esistenza nella scrittura di un personaggio così semplice? Perché il vero protagonista di questo romanzo non è il giovane orfano Hans, ma la storia, una storia che merita di essere raccontata.

Un sanatorio fa da sfondo a questa vicenda: il Berghof, circondato dalla purezza della neve e dalle immense montagne, un mondo “altro”, regolato da leggi proprie cui i suoi abitanti si attengono scrupolosamente: le ore di cura a sdraio, la misurazione della temperatura, le sontuose cene nella mensa. Hans ne rimane sconvolto, tanto differente dalla pianura risulta il ritmo del sanatorio. Vorrebbe anticipare la partenza, ma proprio nel momento in cui sta preparando i bagagli viene colto da una leggera infezione ai bronchi. Per precauzione, gli viene consigliato di rimanere qualche mese. Ma non sa che il suo soggiorno durerà ben più del tempo previsto, e le tre settimane iniziali in cui avrebbe dovuto fare una visita al cugino Joachim si trasformeranno in sette lunghi anni.
La vita della montagna comincia ad assumere per Castorp i risvolti di una vera e propria realtà. Compra un sacco a pelo, il tratto distintivo degli abitanti del Berghof, impara i movimenti fluidi con cui avvolgersi nelle due coperte di cammello, si misura la temperatura quotidianamente, come quotidianamente intraprende delle passeggiate in compagnia dell’umanista Settembrini, che lo introduce al ragionamento razionale e all’approccio pedagogico all’esistenza. I giorni sono un susseguirsi di conversazioni e riflessioni sul tempo, la malattia, la morte, la bellezza, intervallate dalle ore di cura e dall’amore per la bella russa Clavdia Chauchat, dagli occhi da lupo della steppa e dai modi volutamente trascurati, ma caratterizzata da una naturale sensualità e innata eleganza, cui riuscirà a rivolgere la parola solamente anni più tardi.
Il tempo scorre veloce, le settimane sembrano giorni, e i mesi settimane, sempre uguali a sé stessi. Hans cresce, ma non è solo. Intorno a lui sfilano le più grandi correnti di pensiero del ‘900, e il suo temperamento ne è continuamente sollecitato: la morte e la malattia, incarnate dal medico Behrens, l’amore di Clavdia Chauchat, la passione per la vita e il razionalismo di Settembrini e il maligno pessimismo di Naphta, i piaceri terreni e la lussuria di Peeperkorn. In questo clima culturale il giovane Hans cresce, ma senza essere mai pienamente convinto dall’idea di uno dei suoi “mentori”. Solo alla fine, preso dal “vorticoso subbuglio delle partenze arbitrarie”, deciderà di lasciare il clima profondamente insano e soffocante del sanatorio, per cominciare finalmente una vera vita. Ma approderà (e qui emerge tutto il tragico umorismo di Mann) in un luogo ancora più ostile e alienante, sfiorato dalle pallottole nemiche e immerso nel fango di una trincea.

La stesura della Montagna incantata cominciò all'inizio del 1913, quando Thomas Mann dovette accompagnare la moglie in un sanatorio delle Alpi svizzere, per degli accertamenti. Lo stesso Mann fu invitato a rimanervi, per una sospetta “zona molle”, indizio di tubercolosi. Con forza egli rifiutò l’offerta (se avesse accettato, probabilmente avrebbe fatto la fine del giovane Hans). Ritornato in pianura si diede a quello che doveva essere un racconto, una sorta di continuazione satirica de La morte a Venezia. Non avrebbe mai immaginato che il romanzo avrebbe occupato un decennio, e raggiunto il volume di due grossi libri.

La Montagna Incantata vuole essere un’aspra critica al metodo dei sanatori, che ingabbiano giovani (la tubercolosi era una malattia perlopiù giovanile) e li costringono a ritmi dilatati, ad abitudini ipnotiche, i quali, una volta sani, si sentono parte di quel mondo rigettando la gioia di vivere, rappresentata dalla realtà della pianura.
Ma soprattutto, la Montagna incantata è un romanzo di iniziazione. Castorp è il giovane semplice, plasmabile, che compie il suo rito iniziatico tra le mura dell'ospedale, circondato dai suoi "educatori" Settembrini, Naphta e Peeperkorn, ma anche dal medico Beherens. Come dice lo stesso Mann, “Hans Castorp è il viaggiatore in cerca di cultura, ha un ben nobile e mistico-cavalleresco albero genealogico: è il tipico neofito, quanto mai curioso, che volontariamente – fin troppo volontariamente – abbraccia la malattia e la morte, perché già un primo contatto con esse gli promette una comprensione straordinaria, un avventuroso progresso… Congiunto beninteso a un congruo rischio.
Una sola volta arriva vicino al “sapere”: sperso sulla montagna, vicino alla morte, fa un sogno attraverso il quale raggiunge una consapevolezza nuova, una sentenza sul senso della vita: “Per rispetto alla bontà e all’amore l’uomo ha l’obbligo di non concedere alla morte il dominio sui propri pensieri. E con ciò mi sveglio… con ciò ho terminato di sognare e sono alla meta.” 
Ma ben presto dimenticherà l’immensa conoscenza raggiunta quel giorno, disperso nella neve: una volta uscito dal Berghof, non farà altro che immergersi nel vano massacro della Prima Guerra Mondiale.
Il Gral che egli, anche se non lo trova, intuisce nel suo sogno quasi mortale prima di essere trascinato dalla sua altezza nella catastrofe europea, è l’idea dell’uomo, la concezione di un’umanità futura, passata attraverso la più profonda conoscenza della malattia e della morte. Il Gral è un mistero, ma tale è anche l'umanità: poiché l’uomo stesso è un mistero, e ogni umanità è fondata sul rispetto del mistero umano.”





7 commenti:

  1. Scrivere bene significa quasi pensare bene, e di qui ci vuole poco per arrivare ad agire bene.

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    1. Mi ritorci contro (in senso positivo ovviamente) lo stesso Mann, cara Angelica? Lo prenderò come un complimento, anche se non sono completamente d'accordo... Agire bene è sempre qualcosa di veramente, ma veramente difficile.

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  2. Nell'ultima pubblicazione è stato preferito chiamarlo 'la montagna magica'. Non l'ho letto ma pare che questa traduzione, oltre ad essere più fedele al tedesco, sia anche più appropriata al libro stesso.

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    1. Certo, indubbiamente l'aggettivo "magico" si addice molto di più al testo, anche se personalmente la considero una parola fin troppo comune e "logora" nella lingua italiana. In ogni caso nel dubbio, credo sia sempre meglio tener conto dell'originale.

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  3. indimenticabile il capitolo in cui Hans e il cugino vanno in giro per il sanatorio per farci conoscere i vari ospiti e il loro atteggiarsi verso la malattia

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    1. Concordo pienamente con te Lucia, descrizioni così ben riuscite ne ho lette raramente.

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  4. Nutro alcune riserve sul, valore, di questo libro...di, stile e forma e contenuto..forse sono dubbi derivanti dal fatto che mi e capitato di, leggerlo, subito dopo, il Voyage di Celine, al cui confronto,, personal, opinion,, appare, un obsoleto mastodonte

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