mercoledì 31 dicembre 2014

Fëdor Dostoevskij, Le Notti Bianche

Mio Dio! Un intero minuto di beatitudine! È forse poco, sia pure in una intera vita umana?
Fëdor Dostoevskij

Le notti bianche sono quel fenomeno tipico di gran parte delle capitali scandinave e russe per cui da maggio a luglio il sole non tramonta, o almeno, non tramonta completamente: rimane nel cielo un barlume di luce, e i raggi danno l’impressione che la notte non voglia giungere.
Il sognatore, il protagonista, si aggira per Pietroburgo durante queste notti straordinarie, osserva e conosce alla perfezione orari, abitudini, gioie e dolori di chi gli passa accanto, di chi inavvertitamente lo sfiora attraversando i grandi viali pietroburghesi. Egli percepisce ogni emozione e sentimento di quegli attori che attraversano il suo mondo, e ciò che non conosce, immagina.
Ma queste stesse persone, questi attori, non sanno nulla di lui e della sua esistenza, tanto il sognatore è sì presente fisicamente, ma vive la propria vita ricreando realtà che esistono solo nella sua mente. Una sera tutto cambia, e durante uno dei soliti tragitti lungo la Prospettiva Nevskij assiste alle molestie di un ubriaco nei confronti di una donna in lacrime. Qui, per la prima volta, decide di interagire con la realtà, allontanando bruscamente l’uomo; e, sempre per la prima volta, una donna, Nasten'ka, decide di aprirsi completamente a lui. Per quattro notti, che paiono dilatarsi nello spazio e nel tempo, i due si incontrano e parlano di se stessi e delle proprie vite, dei propri rimpianti, dei propri desideri. Ma il mattino del quinto giorno Nasten'ka invierà una lettera che spezzerà l’incanto di quelle magiche notti pietroburghesi, lasciando il protagonista in un mondo ormai sbiadito e offuscato dalla sua mancanza, nella speranza che un solo minuto con lei basti per poter affermare di aver vissuto con intensità..

Un famoso saggio di René Girard, Dostoevskij, dal doppio all’unità, racconta di come lo scrittore fosse completamente paralizzato dalla vista delle donne, tanto da svenire un giorno in cui gli venne presentata una bellezza pietroburghese. Sappiamo ben poco sulla sua vita sentimentale, ma quel poco che sappiamo traspare con forza dai suoi romanzi: sono moltissime le analogie tra i personaggi de Le notti bianche e la sua esperienza a Semipalatinsk, dove si innamorò perdutamente della moglie del suo amico, il quale morì poco dopo. Dostoevskij chiede a Marija Dimitrevna di sposarlo, lei accetta. Ma, come la protagonista de Le notti bianche, gli confessa di amare un altro; e proprio come il sognatore, Dostoevskij aiuta in tutto e per tutto il rivale, lo raccomanda per assicurargli un aumento di salario, finiscono per incontrarsi, stringono un’amicizia fraterna: “Non bisogna, le scrive “dare l’impressione che si lavori per se stessi”. E devastato dal dolore, si ubriaca delle belle parole, della propria vittoria sull’”egoismo delle passioni”.

“Mi vidi come sono adesso, esattamente quindici anni dopo, invecchiato nella medesima stanza, sempre nella medesima solitudine”. Per dare un senso a questa vita desolata e alienata dal mondo il protagonista ci chiede, quasi fosse una conferma: è forse poco un minuto di beatitudine, sia pure in una intera vita umana? Risponderà lo stesso Dostoevskij successivamente con un altro suo grande personaggio: l’uomo del sottosuolo. Un’evoluzione del sognatore, che vede marcire dentro se stessi i suoi sogni e le sue speranze, i suoi desideri, trasformandosi in un mostro, una creatura malsana e maligna, che ci assicura che no, un misero minuto di felicità nell’arco di un’esistenza non basta.

mercoledì 24 dicembre 2014

Javier Marías, Un Cuore Così Bianco

Ciò che avviene è identico a ciò che non avviene, ciò che scartiamo o ignoriamo identico a ciò che accettiamo o afferriamo, ciò che sperimentiamo identico a ciò che non proviamo, tuttavia la vita passa e passiamo la vita a scegliere a rifiutare a selezionare, a tracciare una linea che separi quelle cose che sono identiche e faccia della nostra storia una storia unica da ricordare e da raccontare. Impieghiamo tutta la nostra intelligenza e i nostri sensi e le nostre ansie al fine di discernere ciò che sarà uniformato, o che lo è già, e per questo siamo pieni di rimpianti e di occasioni perdute, di conferme e riaffermazioni e di occasioni sfruttate, quando l’unica certezza è che nulla si afferma e tutto si perde. O forse non c’è mai stato niente. 
Javier Marías

“Le mie mani sono del tuo stesso colore, ma mi vergogno di avere un cuore così bianco”.
Questa è la frase pronunciata da Lady Macbeth, la perfida moglie di Macbeth dell’omonimo dramma Shakespeariano. Le streghe hanno predetto al marito che sarebbe diventato re, succedendo al sovrano in carica. Perché non anticipare i piani del destino e assassinarlo? Con le mani sporche del sangue del suo re, del suo amico, Macbeth si presenta alla moglie, “I have done the deed” dice , “Ho fatto il fatto”. I rimorsi lo lacerano, le mani tremano sotto il peso del sangue: ma la moglie è inflessibile, lei stessa avrebbe commesso il crimine, se non fosse che all’ultimo il viso del re Duncan avesse risvegliato in lei il ricordo di suo padre. Le sue mani sono rosse di sangue per aver sporcato la faccia delle guardie alla porta del re. Ma il vero assassino è Macbeth, lei non ha commesso un omicidio. E se ne vergogna.

Una tavola imbandita, lo spaccato di quotidianità di un pranzo di famiglia, come ce ne sono tante. Improvvisamente la giovane figlia del padrone di casa si alza dalla tavola, deve andare in bagno, dice. I commensali proseguono la conversazione, ridono, parlano. Uno sparo.
La tavolata si alza all'unisono, diretta verso il bagno, verso la donna, giovane sposa tornata dal viaggio di nozze che avevano appena visto andarsene. Ed effettivamente la trovano là, dove aveva detto sarebbe andata, con un seno squarciato e il sangue che sgorga a fiotti dal cuore. La sorella più piccola cerca come può di tamponare la ferita con il suo asciugamano azzurro, ma è troppo il sangue che fuoriesce dal petto lacerato della sorella. Uno dei presenti si guarda allo specchio e si sistema distrattamente un ciuffo di capelli scomposto, il padre nasconde per pudore il reggiseno della figlia, che si era levata prima di togliersi la vita. E intanto l’asciugamano non regge l’ondata di sangue, diventa rosso. 
Alla ragazzina non resta che rassegnarsi all’idea che la sorella non tornerà più.
Questa è la storia raccontata a Juan, figlio del marito della suicida, Ranz, e della bambina che portò il commovente asciugamano azzurro per fermare la morte di sua sorella. Juan è un interprete di successo, e l’ascolto è il suo lavoro e la sua vita, il ricevere informazioni e riportarle, comprenderle e interpretarle in ogni lingua a lui conosciuta. Nonostante questa sua predisposizione, mai aveva avuto il coraggio di chiedere al padre cosa fosse successo quel giorno, né aveva mai chiesto a Luisa, la moglie che aveva sposato quasi per gioco (un’esperienza che nella vita si deve provare), se l’avesse tradito durante i suoi lunghissimi soggiorni all’estero per lavoro, come sospetta. Non aveva mai chiesto perché non voleva sapere, non voleva sentire, perché ci sono segreti destinati a rimanere sepolti e non essere portati alla luce.
Sarà proprio Luisa a chiedere a Ranz il motivo del suicidio della sua prima moglie, una sera in cui Juan si trova sdraiato a letto, tornato inaspettatamente dal lavoro. E dalla sua camera sarà costretto ad ascoltare e ascoltare ancora le parole atroci del padre, segreti con cui nessun orecchio dovrebbe mai entrare in contatto, sentirlo narrare “il fatto” che portò Teresa a far esplodere quel cuore così bianco, che era stato macchiato da un crimine che non aveva voluto.

Ci sono frasi che restano nella memoria, e quando si leggono per caso, di sfuggita, toccano delle corde profonde dell’interiorità di un individuo. “Un cuore così bianco” è una di quelle. Macbeth è una tragedia cui sono particolarmente legata: quello che più mi ha affascinato della moglie non è tanto la cattiveria e lo
spietato arrivismo, quanto il tema dell’inconscio, e della coscienza che condanna quasi fosse una creatura estranea al corpo e alla razionalità della persona. Lady Macbeth afferma di vergognarsi di avere un cuore ancora puro (è il marito il vero artefice del delitto), ma nel sonno si fa strada la consapevolezza che gli schizzi del sangue di Duncan siano giunti fino a lei, a intaccare quel cuore che sostiene essere immacolato. E così trascorre le notti a sfregarsi le mani, con gesti nervosi, spasmodici, tentando di levare quelle macchie di sangue che non possono andarsene: fanno parte della sua anima. E continuerà ogni notte a cercare di scrollarsi di dosso questo omicidio, fino al gesto estremo, che la porterà a togliersi la vita.
Questo è quello che succede anche a Teresa, la giovane sposa. La confessione del marito è un delitto immenso, troppo difficile da sostenere. Teresa non ne ha preso parte, ma in cuor suo sente che il male di questa azione ha contaminato anche lei e la sua coscienza.
Ma come può il marito riuscire a sopportare i tormenti della mente? “I dormienti, e i morti, non sono che figure dipinte” dice Lady Macbeth al marito, divorato dal dubbio e dal rimorso. E questo lo sa bene Ranz, che lavora come critico d’arte. I morti non sono che figure dipinte, e ciò che le può risvegliare è solo il riportarle alla memoria e condividere con altri i propri pensieri. Solo ciò che rimane un segreto continua a non esistere.
O, forse, non c’è mai stato niente.

mercoledì 17 dicembre 2014

Amos Oz, Giuda

“E Gesù? Mentre andava morendo sulla croce, nell’ora nona, l’ora in cui la gente lo prese in giro gridando Salva te stesso se puoi e scendi dalla croce (Marco 15,30), ancora lo rodeva il dubbio: sono io l’uomo? Ciononostante, tentò forse ancora, nei suoi ultimi istanti, di tener fede alla promessa di Giuda. Con le poche forze che gli restavano tirò le mani e i piedi inchiodati alla croce, tirò e si torturò, tirò e urlò di dolore, tirò e invocò suo Padre ch’è nei cieli, tirò e morì con sulle labbra le parole tratte dal libro dei Salmi, Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato (22,1). Queste parole potevano affiorare solo alle labbra di un uomo morente che crede, o cerca di credere che Dio possa effettivamente aiutarlo a strappare via i chiodi, produrre un miracolo e scendere sano e salvo dalla croce. Con queste parole Gesù morì dissanguato come un uomo comune, come chi è fatto di carne e sangue.
“E Giuda, il cui scopo e senso della vita si infransero sotto i suoi occhi sgomenti, Giuda che capì di aver causato con le proprie mani la morte dell’uomo che più amava e ammirava, se ne andò a impiccarsi. Così,” scrisse Shemuel nel suo quaderno, “così morì il primo cristiano. L’ultimo cristiano. L’unico cristiano.” 
Amos Oz

Siamo alla fine degli anni ’50. Shemuel Asch è un giovane studente prossimo alla laurea, una brillante carriera universitaria, una famiglia facoltosa alle spalle, una ragazza che lo ama. Una vita sicura, inattaccabile, se non fosse che improvvisamente ogni certezza crolla davanti ai suoi occhi: la compagna lo lascia per sposarsi con il precedente ragazzo, i genitori sono in bancarotta e i suoi studi diventano un onere troppo gravoso: decide di abbandonare l’università e anche l’importante tesi cui stava lavorando sulla figura di Gesù in una prospettiva ebraica.
La sua crisi esistenziale è forte, e né il socialismo, nel quale si rifugiava con fervore, né la religione, cui nonostante si professi ateo si appella in cerca di risposte, si rivelano adatti a restituirgli un equilibrio. L’unica alternativa è allontanarsi da Gerusalemme per ritrovare se stesso, lasciare tutto per riflettere e cercare una via, non importa verso dove: una via che lo porti a ritrovarsi. Proprio quando la decisione è stata presa, un dettaglio cattura la sua attenzione, un minuscolo foglio di carta vergato da una grafia femminile; un annuncio di lavoro inusuale, misterioso: gli si chiede semplicemente di occuparsi di un vecchio per qualche ora, in cambio di vitto e alloggio e un modesto stipendio. Ciò che deve fare Shemuel è ascoltare, ascoltare e contraddire i discorsi dell’anziano dalla cultura sterminata, ma per niente al mondo dovrà mai rivelare ad alcuno l’identità dei suoi datori di lavoro.
Qui Shemuel impara, e scopre gli avvenimenti sconcertanti che hanno segnato le vite dell’anziano Gershom Wald e della nuora, l’attraente Atalia. Scopre che il padre di Atalia, Shaltiel Abrabanel, fu accusato di alto tradimento per essersi opposto al fondatore dello stato di Israele Ben Gurion, ma soprattutto alla sua idea di costituire un minuscolo fazzoletto di terra che avrebbe votato gli ebrei a una guerra eterna e sanguinosa. Scopre che il figlio del vecchio Wald, marito di Atalia, morì in circostanze atroci durante il conflitto palestinese.
Ma soprattutto ha la possibilità di riflettere sul concetto di tradimento, che investe la figura dello stesso Gesù. Attraverso i discorsi notturni con Gershom Wald e i suoi quaderni ci addentriamo per le vie di una Gerusalemme antica, e riscopriamo quello che è da sempre considerato il tradimento per antonomasia attraverso gli occhi dello stesso Giuda. Sentiamo l’amore con cui elargiva consigli al suo maestro e la convinzione con cui lo rassicurava del fatto di essere il figlio di Dio. E come proprio in nome di questa convinzione costrinse i romani ad arrestare Gesù e crocifiggerlo, nella più totale certezza che Dio l’avrebbe tirato giù dalla croce, e solo allora il popolo l’avrebbe riconosciuto tra le centinaia di falsi profeti che invadevano la città. Assistiamo alle preghiere sotto la croce, alle sette ore di agonia in cui Gesù pregò la madre di aiutarlo, e al finale in cui Giuda stesso, la cui fede non aveva mai vacillato, si rese conto con orrore che non sarebbe arrivato nessun Dio a salvare il messia: Gesù, che mai aveva chiamato il padre, si
lascia andare in punto di morte alla supplica che sancisce la fine di ogni speranza - Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato. Giuda in preda alla disperazione ripercorre le strade di Gerusalemme, in lacrime sfiora ogni oggetto, ogni via, ogni più piccolo animale, indica le stelle e tra le lacrime sussurra “Non credete”. Sceglie un albero di fico per impiccarsi. Un albero morto, nero, senza foglie, lo stesso albero che Gesù maledì solo per non avergli offerto frutti, il gesto che doveva fargli capire che dopotutto era solo un uomo, un uomo di carne e sangue.
E con l’immagine di un fico lasciamo anche Shemuel, intento a cercare dei frutti al di sotto delle grosse foglie. Ma non è stagione. Riprende così la sua strada, sulle labbra una muta domanda e le poche risposte date da un vecchio e da un’arida, bellissima donna .

Amos Oz rilegge uno dei più controversi e oscuri episodi della Bibbia, la Passione, in una chiave poco ortodossa se facciamo riferimento alla cultura in cui siamo immersi: come ci rivela lo stesso dizionario, la parola “giuda” è sinonimo di “traditore”. In questo romanzo però i traditori non portano con sé una connotazione negativa, sono coloro che difendono i propri ideali fino alla morte quando il mondo scorre dal lato opposto; basti pensare, tra i tanti esempi, agli ufficiali che tradirono Hitler e furono giustiziati.
“Solo chi tradisce, chi esce fuori dalle convenzioni della comunità cui appartiene è capace di cambiare se stesso e il mondo” dichiara a La Repubblica Oz. Giuda è un romanzo che fa riflettere, sulla religione, sulla guerra e sulla soggettività delle parole che usiamo per chiamare ciò che ci circonda, soprattutto se pensiamo a un conflitto come quello tra arabi e israeliani nel quale traditori e traditi si confondono indissolubilmente, in cui giusto e sbagliato diventano due concetti relativi e cessano di significare in senso assoluto. E così, il tradimento di Abrabanel verso il sionismo e quello di Giuda agli ebrei assumono tutta un’altra forma, la dimostrazione di una fede talmente ampia e potente da valicare il presente per spostare lo sguardo più in là, in un secolo futuro in cui il loro sacrificio potrà finalmente essere compreso.

mercoledì 10 dicembre 2014

José Saramago, Cecità

“Non dimentichiamoci cosa è stata la nostra vita fintanto che siamo stati internati, abbiamo sceso tutti i gradini dell’indegnità, tutti, fino all'abiezione, anche se in maniera diversa potrebbe succedere anche qui, ma là, almeno, avevamo la scusa dell’abiezione di quelli che stavano fuori, adesso no, adesso siamo tutti uguali davanti al male e al bene, per favore, non domandatemi cosa sia il bene e cosa sia il male, lo sapevamo ogniqualvolta abbiamo dovuto agire quando ancora la cecità era un’eccezione, giusto e sbagliato sono appena due modi diversi di intendere il nostro rapporto con gli altri, non quello che manteniamo con noi stessi, di quest’ultimo non c’è da fidarsi, perdonatemi la lezione moralistica, ma voi non sapete, non potete saperlo, cosa significhi avere gli occhi in un mondo di ciechi, non sono regina, no, sono soltanto colei che è nata per vedere l’orrore, voi lo sentite, io lo sento e lo vedo” 
José Saramago

Ho provato tante volte da bambina a chiudermi gli occhi con una benda e camminare per casa, per capire come ci si sentisse a essere ciechi. Probabilmente allora la riflessione si limitava all’angoscia di cadere e farmi male, al senso di spaesamento di essere convinti di avere la porta subito a destra, mentre ancora mancavano un paio di passi.
Se penso ora a cosa possa voler dire essere cieca, mi viene in mente solo la grandissima paura della solitudine: saremmo soli, per sempre, io e il buio.
Ecco, leggendo questo romanzo mi sono sentita proprio così, profondamente sola. Con la differenza che la cecità con cui abbiamo a che fare in questo romanzo è un po’ particolare, di un bianco denso  e accecante, che in una sorta di pena del contrappasso condanna l’uomo a volgere gli occhi sempre al suo interno, per non aver saputo mai guardare con sguardo sincero e solidale quelli degli altri.
Siamo in un tempo imprecisato, in un luogo imprecisato; nemmeno i personaggi vengono nominati. Del resto poco importa: Cecità vuole essere una riflessione sulla malvagità dell’uomo nei confronti del prossimo, l’assenza di una morale, l’istinto crudele di arricchirsi ai danni di colui che abbiamo di fronte. Non c’è persona che ne sia esente; l’uomo ha un’indole maligna, che esula dallo spazio e dal tempo: ce ne parlano Dante nella Divina Commedia, il pensiero di Hobbes racchiuso nella massima latina <Homo homini lupo>, possiamo leggerlo nel Signore delle Mosche di William Golding, e, abbandonando per un momento la letteratura, pensiamo alla schiavitù o alle armi di distruzione di massa create nel XX secolo. Tutte queste manifestazioni di violenza hanno un denominatore comune: l’istinto autodistruttivo dell’uomo, che sbrana i suoi simili per arrivare a soggiogarli.
Ma partiamo dall’inizio: siamo su una strada trafficata, una fila di macchine aspetta lo scattare del verde. Il verde arriva, ma l’uomo all’interno della prima auto non accenna a muoversi. “Sono cieco” urla, il volto straziato dal panico, le guance rigate dalle lacrime. “Sono cieco” continua a gridare, ma nessuno lo sente, il suono dei clacson e le urla degli altri automobilisti soffocano la sua voce. A poco a poco si forma intorno a lui una piccola folla, e un passante decide di soccorrerlo. Il suo primo pensiero è di solidarietà, ma non fidiamoci della prima impressione: la carità è il motore che muove all’azione, ma come ricompensa il benefattore deciderà di tenersi la macchina del malcapitato.
Da qui ha inizio la parabola discendente nel mondo dell’abiezione. Quella che è considerata un’epidemia si spande velocemente, e per evitare il panico il capo del governo decide di internare i “malati” in un vecchio manicomio dismesso. Qui assistiamo, in un crescendo di disperazione, alla degenerazione umana allo stato puro, al ritorno ad uno stato di natura infinitamente lontano da quello rousseauiano, il desiderio di mangiare, bere e procreare tinto dalle più cupe perversioni: le donne vengono stuprate, il denaro rubato, i dissidenti uccisi; tutto questo in nome di un tozzo di pane, di un potere esercitato dai miseri sui miseri.
Nel caos generale, la speranza di un piccolo gruppo di ciechi risiede in una donna cui il caso non ha tolto la vista, non una Beatrice dantesca, guida incorrotta e pura, ma una donna come le altre, che uccide e non si fa scrupoli a nascondere il cibo dalla bocche estranee al suo piccolo gruppo, e nel suo stesso gruppo evita di confessare la sua immunità all’epidemia per non diventare serva. Con mano a volte incerta e stanca la donna li guida attraverso l’abbagliante bianco della loro cecità all’esterno del manicomio, verso la salvezza. Ma qui li aspetterà qualcosa di ancora peggiore, peggiore persino della vita da internati: un’intera Umanità cieca, affamata, bestiale. Ma una sera, durante la lettura di un libro, accadrà qualcosa di sorprendente, un barlume positivo  in un mondo di morte e distruzione, uno spiraglio di luce che però non ha la forza di cancellare i fiumi di odio e sangue versati.

Vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1998, Saramago ci regala una riflessione sull’umanità di una lucidità spietata, incredibilmente reale e attuale. Assistiamo come davanti ad un unico e ininterrotto flusso di coscienza alla catastrofe della guerra fratricida degli uomini contro se stessi, nella più totale assenza di morale e amore dell’uomo per l’uomo.
E alla fine ci chiediamo: cosa significa essere Umani? L’uomo, nel suo stato primitivo, non è altro che il più crudele e depravato degli animali, e la parola perde qualunque sua accezione alla sensibilità, alla fratellanza, al rispetto reciproco. È paradossale, ma Saramago vuole forse dirci che l’uomo quando mostra il suo vero io diventa dis-umano? Leggendo queste pagine non ci rimane che un unico, martellante pensiero, impietoso e difficile da sopportare: noi tutti siamo già ciechi.

mercoledì 3 dicembre 2014

Franz Kafka, Lettera al Padre

Tu, l’uomo per me così autorevole, non Ti attenevi ai precetti che mi imponevi. Perciò il mondo era diviso per me in tre parti: nell’una vivevo schiavo, sottoposto a leggi inventate solo per me e alle quali io, non so per quali ragioni, non sapevo pienamente assoggettarmi; nella seconda, infinitamente lontano dalla mia, vivevi Tu, partecipe al governo, occupato a dare ordini e irritarTi quando non erano obbediti; e infine c’era un terzo mondo dove la gente viveva felice e libera da comandi e obbedienze. Io vivevo sempre nella vergogna, sia che eseguissi i Tuoi ordini, e ciò era un’onta perché valevano per me solo, sia che mi ribellassi, perché come osavo oppormi a Te? sia che non mi fosse possibile obbedirTi perché non avevo, mettiamo, né la Tua abilità, né la Tua forza né il Tuo appetito né la Tua abilità, benché tu le pretendessi come qualcosa di ovvio. Questo, naturalmente, era la vergogna più grande.

Franz Kafka

Spesso, mentre leggiamo, dimentichiamo che dietro ai grandi scrittori ci sono state persone come noi. Persone che, anche se è difficile a credersi, avevano una vita al di là dei fiumi d’inchiostro che gettavano sulla pagina, e oltre alle grandi narrazioni che abbiamo tra le mani ancora oggi vivevano fallimenti e successi, momenti di smarrimento, mancanza di autostima, profonda inadeguatezza.
Per questo ogni tanto mi concedo una pausa dalle loro storie per addentrarmi nell’intimità di queste personalità per capire chi erano, perché scrivevano ma soprattutto da dove scaturivano i protagonisti e gli ambienti che mi trovo sotto gli occhi ogni giorno. Franz Kafka è uno di quegli autori che esplode dalla pagina, percepiamo immediatamente che dietro ogni personaggio possiamo trovare qualcosa di più profondo, un significato nascosto che non può che riferirsi a un’esperienza vissuta da lui stesso. In tanti ci siamo chiesti da dove scaturisca l’insetto Gregor Samsa, il protagonista della Metamorfosi. Non è un caso che il protagonista sia un impiegato, non è un caso che la metamorfosi comporti proprio la trasformazione in un insetto, né che sia la sorellina piccola a dargli da mangiare, che il padre sia il primo a rinnegarlo e la madre nasconda i suoi sentimenti per non contrariare il marito. Nulla è un caso.
Leggendo la Lettera al Padre ogni significato nascosto ci viene svelato, come scostassimo un velo da un oggetto di cui intuiamo la forma, ma ancora non riusciamo a percepire in tutta la sua nitidezza. In questa lunga epistola Kafka mette a nudo se stesso, privandosi per un momento di quella immaginaria lastra di vetro da cui sembrava perennemente avvolto, come leggiamo da parecchie sue descrizioni lasciateci da conoscenti e amici.
Con la sua scrittura cristallina e una pacatezza esemplare, un perfetto connubio di reverenza e totale disaccordo con la figura paterna nella sua interezza, Kafka mostra un profondo coraggio davanti al padre, verso il quale provava un timore e una soggezione senza eguali. O meglio, sarebbe stata un atto di coraggio se la lettera fosse stata consegnata. Ma questa non passò mai sotto lo sguardo severo del destinatario.
Hermann Kafka era un commerciante, un uomo pratico, energico, duro e iracondo, niente di più differente dal giovane Franz. La sua vita era il lavoro in un negozio di chincaglierie, il commercio, le merci, i soldi, e il suo ideale consisteva nel forgiare una prole di uomini come lui, rudi e forti, della quale costituiva lui stesso il metro di paragone. Però, sorprendentemente, il primogenito maschio della famiglia Kafka si dimostra inadatto a questo tipo di vita: troppo magro per spostare le merci, troppo sensibile per contrattare soldi, troppo incline alla conoscenza e alla cultura per lasciar appassire la sua vita nel negozio di famiglia. La sua natura, invece di essere assecondata e lasciata crescere, viene schiacciata, e Franz è spronato con la forza a seguire le orme del cugino soldato, a dedicarsi a occupazioni da uomo. La soggezione nei confronti del padre cresce con il passare degli anni, e sempre più si sente un insetto al suo cospetto, un insetto inutile da raddrizzare con la forza.
Cercando di rispondere a una domanda di spiegazioni del padre (Mio caro papà, non è molto che mi hai chiesto perché asserisco di aver paura di Te. Come al solito non ho saputo rispondere, un po’ per la paura che Tu m’incuti, un po’ perché, per motivare questa paura, occorrono troppi particolari che non saprei cucire in un discorso), la Lettera al Padre risulta una serie di rimproveri mossi alla figura paterna da un Kafka ormai maturo, prossimo alla morte.
Sono innumerevoli gli episodi citati a sostegno della sua causa: l’abitudine del padre di ignorare i romazi del figlio, consacrato successivamente nell’empireo degli autori più influenti del XX secolo, lasciandoli ricoprire di polvere sul comodino per finire altre occupazioni in negozio; il suo osteggiare ogni proposito di matrimonio, nella certezza che gli amori del primogenito avrebbero infangato irrimediabilmente il nome dei Kafka; ma anche passaggi legati all’infanzia, difficili da sopportare per un bambino per questo ancora più tristi e commoventi, da cui lo scrittore fu profondamente influenzato nella sua vita e nella produzione letteraria successiva.
E nonostante l’affinità di temperamento con la famiglia materna dei Löwy, sognatori, eruditi ed estremamente sensibili, la madre non prese mai apertamente le difese del figlio, aderente alla sua idea di famiglia patriarcale nella quale desiderava vivere, in armonia con il marito che amava. La paura e le ingiustizie subite erano attenuate dall’affetto della sorellina Ottla, con cui passava intere giornate intento nelle più disparate conversazioni. Ma la vera salvatrice è la scrittura, nelle quale si rifugiava durante la notte, una volta terminato il suo lavoro da impiegato alle assicurazioni Generali, un lavoro sfiancante, che detestava (sono alle assicurazioni Generali, nutro però la speranza di sedermi un giorno sulle sedie di paesi molto lontani, di guardare dalle finestre dell’ufficio su campi di canna da zucchero o cimiteri musulmani…). Ma più torna a casa esausto, massacrato dalle nove ore di ufficio, tanto più sente la voracità della vita, e come una bestia si avventa insaziabile sul pezzo di carta vergine, pronto ad accogliere i suoi pensieri.

La Lettera al Padre può essere considerato un testo di formazione: la lenta crescita di una personalità che nonostante sia più volte calpestata, annichilita e umiliata, trova comunque la forza di crescere lenta, ma tenace ed estremamente resistente ai colpi di una figura da sempre considerata guida e modello, ma talvolta anche ostacolo da superare per affermarsi nel mondo: il padre.

mercoledì 26 novembre 2014

David Grossman, Che tu sia per me il Coltello

Come mi ha commosso il tuo viso. Io, che parto sempre dal corpo. Ma non ho trascurato nemmeno quello. Mi sembra che tu abbia cercato di nasconderlo nella lettera (“piuttosto alta…”). La penna mi trema in mano al pensiero che fra poco descriverò il tuo corpo, la sua bellezza, la sua generosità celata dagli abiti. E non dimentico la rotondità un po’ curva delle spalle, come se qualcuno cercasse rifugio dentro di te e tu lo difendessi.
O il modo in cui hai piegato la testa e hai tremato un po’ sotto il vestito. E come, con un gesto lento e quasi trasognato, ti sei stretta nelle braccia, quasi provassi dolore per lui. Sembra strano, ma mi è parso che fosse proprio così, che tu provassi dolore e pietà per lui. E con un solo sguardo ho saputo qualcosa di te. Forse ti sto facendo di nuovo arrabbiare, pretendo di descriverti senza alcuna incertezza, ma sono sicuro di aver capito. Il tuo viso era senza veli, in quel momento, non avevo mai visto un adulto così nudo sotto la pelle. Si vedeva come ogni emozione ti si rispecchi subito sul volto. Era evidente fino a che punto sei incapace di nascondere, e quanto tutto ciò sia pericoloso. Ma dov’eri quando la vita ce l’ha insegnato?

David Grossman

“E forse non è vero amore se dico che tu mi sei la cosa più cara; amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso.”
Con queste parole Franz Kafka scriveva del suo amore per Milena, la giovane traduttrice ceca cui aveva affidato molti dei suoi romanzi e racconti. Poco è il tempo che trascorre tra il formale carteggio lavorativo e le parole appassionate dello scrittore nei confronti della ragazza: un fuoco vivo, la chiama, una donna generosa, brillante, che vive la vita in tutta la sua intensità. Il contenuto delle lettere raggiunge altezze inaspettate, un ardore, una passione che Kafka non aveva mai provato. Ma più è alta la salita, più rovinosa è la caduta, complice il fatto che Milena non abbia intenzione di lasciare il marito. Lo scambio epistolare si trasforma in qualcosa di fin troppo intimo e profondo, di una profondità a tratti inquieta e angosciante. La nuova vita che lei improvvisamente gli aveva donato, comincia a marcire dentro se stessa.
Non è un caso che questa citazione venga ripresa da David Grossman. La corrispondenza tra Myriam e Yair comincia per caso, durante una festa. Yair nota una donna al centro di una piccola folla, ma non è la sua bellezza a colpirlo: è un movimento impercettibile, che lo porta intravedere nello spazio di pochi secondi la sua estrema sensibilità, la certezza che lei sarà la donna adatta: Myriam si stringe nelle braccia, un sorriso che lascia intendere un disagio, la voglia di allontanarsi. Le scrive una lettera, poi una seconda, una terza. Yair desidera quello che appare come una semplice corrispondenza, uno scambio di epistole libero ma totalizzante ed estremamente personale, dove poter mettere a nudo se stesso. Non è contemplata la possibilità di vedersi, solo le parole sono consentite, parole che si concluderanno, come subito sancisce Yair, all’arrivo delle prime piogge, per il bene di entrambi. Le lettere si susseguono, sempre più intense e viscerali; e se Myriam in un primo momento ne risulta quasi spaventata, pian piano si ritroverà sedotta da quest’uomo così misterioso, a tratti folle. In uno svelamento totale, uno “scrostamento” dai pregiudizi e dai luoghi comuni da cui siamo infangati per tutto l'arco della nostra esistenza, assistiamo in punta di piedi, quasi con imbarazzo davanti a un qualcosa di segreto, alla capacità della parola di penetrare come un coltello negli abissi dell’animo umano, al suo toccare le corde più sensibili della psiche. E come un coltello dilaniare e squarciare, e attraverso il dolore riportare alla luce i ricordi e le impressioni più inconfessabili. L’immaginazione li porta a unirsi, in un mondo inventato intriso di profonda sensualità, dove attraverso la potenza della parola possono arrivare a toccarsi, a sentire l’odore l’uno dell’altro, in un crescendo di intimità che culminerà inaspettatamente, dolorosamente, nel loro incontro.

Che tu sia per me il coltello non è un libro per tutti, e non ha la pretesa di esserlo. I giudizi intorno a questo romanzo si polarizzano nettamente, e se c’è chi grida al capolavoro, si trovano anche coloro che definiscono il romanzo troppo prolisso, un elenco sterile di parole senza una svolta degna di nota. Ma dal mio punto di vista, i romanzi che creano dissidio e dividono il parere del pubblico senza comunque mai lasciare indifferenti, sono sempre frutto di una grande mente.
David Grossman si serve di un personaggio inconsueto, che porta con sé un’aura malsana, qualcosa di folle, alienato e rasente il delirio. E tanto più l’impresa è faticosa, e le pagine scorrono pesanti, dense di significati e dure come lame, tanto più nel finale si tira un sospiro di sollievo, di liberazione da qualcosa di doloroso. È finita. Ma in tutto questo quello che resta è una sorta di catarsi, nel momento in cui il lettore si congeda dal libro purificato, come l’acqua della pioggia sul corpo di Yair. Ma qualcosa, dentro di noi, è irrimediabilmente cambiato: l’addentrarsi così i profondità nell’intimità di un uomo non è mai privo di conseguenze.

mercoledì 19 novembre 2014

Irène Némirovsky, Il Vino della Solitudine

"Il tempo passava. Alcuni uomini entravano, altri uscivano.
Vide strani personaggi, donne anziane che reggevano una borsa con mani ancora malferme dal tanto oro che avevano maneggiato.
Non era il primo casinò che Hélène vedeva; uno dei suoi più lontani ricordi risaliva a quando aveva attraversato la sala giochi a Ostenda, dove a volte le monete d'oro rotolavano tra i piedi dei giocatori indifferenti. Ma, adesso, i suoi occhi sapevano vedere più in là del mondo visibile.
Guardava quelle donne imbellettate, impiastricciate di trucco, e pensava: «Chissà se hanno dei bambini... Se sono state giovani... E chissà se sono felici...».
Perché arriva un'età in cui la compassione che fino a quel momento abbiamo riservato solo ai bambini assume una forma diversa, un'età in cui scrutiamo i volti avvizziti dei «vecchi» e intuiamo che un giorno assomiglieremo a loro...
E lì finisce la prima infanzia." 
Irène Némirovsky

La ricchezza e lo sfarzo spesso nascondono drammi insanabili, piccole tragedie che si consumano all'interno delle mura domestiche. Questo è il tema, narrato magistralmente, de Il Vino della Solitudine, dramma autobiografico frutto della brillante penna di Irène Némirovsky, spezzata non ancora quarantenne nel campo di concentramento di Auschwitz.


L’intera vicenda è vista attraverso gli occhi della piccola Hélène (alter-ego di Irène), una bambina infelice, trascurata dai genitori, ma tanto matura da dover abbassare il suo linguaggio per rendersi lei, bambina, comprensibile agli occhi degli adulti: “[…]parlando, era obbligata a collocare le parole in frasi più semplici, più comuni e maldestre, e questo provocava nel suo modo di esprimersi una sorta di esitazione, un balbettio che irritava sua madre[…]”
Mediata dallo sguardo acuto della ragazzina si scopre la vera esistenza della famiglia Karol sotto il belletto, le serate di gala, i milioni, accumulati dal padre grazie alle speculazioni in borsa… Una vita miserabile, dove si annida il tarlo del gioco d’azzardo e il terrore della vecchiaia, asservita alle rigide costrizioni che la borghesia impone, dove un tovagliolo ben sistemato sulle ginocchia vale molto più di una carezza materna.
Quando anche la sua amata governante, la signorina Rose, sarà spazzata via dalla capricciosa superficialità della madre per coprire una tresca con il cugino Max, Hélène comincerà a covare un sentimento di rivalsa e odio profondo verso questo sistema sterile e alienante.
Passano gli anni velocemente. Karol e Bella sono degli spettri di esseri umani: Karol, morente, consumato dalla febbre del gioco e dall’alcol, e Bella, ormai vecchia, soffocata da strati e strati di cerone, solcati dai rigagnoli neri delle lacrime per Max, ormai non più innamorato di lei. Hélène, florida, giovane donna, attua la sua vendetta: seduce con facilità l’amante della madre, per poi, inorridita dal pensiero di diventare parte della società da lei stessa odiata, rifiutarlo.
Durante il funerale del padre, prende la sua decisione. Cominciare a vivere realmente, lottare per essere felice, per non lasciar scorrere tra le dita la sua esistenza tanto preziosa. E il suo viaggio comincia con la solitudine, una solitudine “aspra e inebriante”, investita dal freddo vento parigino sotto l’Arco del Trionfo.

Pubblicato nel 1935, Il Vino della Solitudine è uno dei romanzi più personali e amati dall'autrice stessa, tanto da aver appuntato come dedica sulla copertina "da Irène Némirovsky a Irène Nemirovsky".
Le descrizioni del romanzo sono sublimi, basti pensare alle fredde giornate pietroburghesi, o ai movimenti languidi e sensuali della madre di Hélène in compagnia degli amanti.
La rivoluzione d'Ottobre, una delle più grandi battaglie del '900, etra in scena quasi con leggerezza, per uscirne subito e far posto alle piccole grandi tragedie di una famiglia come tante, dilaniata dalla ricchezza.
La Némirovsky è riuscita a rendere in maniera del tutto credibile il disagio borghese, dove ciò che è giusto e sbagliato si mescolano indissolubilmente, al fine di trovare un equilibrio: Bella tenta la via della lussuria, del capriccio, circondandosi da uomini, partecipando a balli e feste, Hélène invece intraprende la strada della solitudine, ma non senza passare prima attraverso il cammino indicatole dalla madre, da cui nel finale si staccherà con forza, consapevole comunque che "da un'infanzia infelice non si guarisce mai".

venerdì 14 novembre 2014

La forza delle parole: Edoardo Vigna intervista David Grossman

Teatro Dal Verme, 13 novembre 2014


La città di Milano, in occasione dell’inaugurazione dell’evento BookCity, ha conferito a David Grossman (scrittore e saggista di fama internazionale) il sigillo della città. La scelta del sindaco Pisapia è ricaduta sullo scrittore israeliano per tre ragioni fondamentali:
- Il suo rapporto con l'Italia ed in particolare Milano, dove ha spesso presentato i suoi romanzi, circondato dall'affetto e dal sostegno dei suoi numerosi lettori;
- Essere uno dei più importanti scrittori contemporanei che, nelle sue opere, ha affrontato le varie sfumature dei più profondi sentimenti umani;
- Il suo impegno in prima persona nel sostenere fortemente il dialogo e la ricerca di una soluzione pacifica della questione palestinese.
Edoardo Vigna, caporedattore del Corriere della Sera e responsabile della sezione Attualità del settimanale Sette, ha avuto il piacere e l’onore di fargli qualche domanda, per capire meglio l’uomo che si nasconde dietro i suoi romanzi, in particolare l’ultimo, Applausi a scena vuota.

Nella speranza di ritrovarmi io, un giorno, a intervistare queste grandi personalità, riporto di seguito l’intervista.


La forza delle parole

Edoardo Vigna: Due parole per presentare il suo nuovo libro [Applausi a scena vuota]. Sta parlando uno dei coprotagonisti del romanzo, che racconta dell’amore della sua vita: “Tu che eri più giovane di me di quindici anni e adesso lo sei di diciotto, e ogni giorno di più. Tu che quando mi avevi chiesto di sposarti avevi promesso di guardarmi sempre con occhi buoni, gli occhi di un testimone amorevole, avevi detto. E mai in vita mia nessuno mi aveva detto niente di più bello”. Che cosa sono gli occhi buoni? Come si riconoscono?
David Grossman: Io penso che capiti spesso di vedere persone che si guardano con occhi ostili, a volte indifferenti, che è forse addirittura peggio che essere osservati con occhi cattivi. Deve esserci nell’esistenza almeno un essere umano che ci possa accompagnare per un periodo della nostra vita per farci capire che esistono delle cose buone, che ci ricordi sempre cosa significa essere buoni. Anche perché molto spesso cadiamo nella trappola e collaboriamo con questi sguardi ostili che riceviamo e diventiamo noi stessi critici. Perciò io ritengo sia importantissimo per tutti avere almeno un testimone compassionevole, perché questo ci dà automaticamente una responsabilità: noi stessi dovremo esserlo nei confronti di questa persona.

EV: Il titolo di questo incontro è “La forza delle parole”, e come inaugurazione di Bookcity non potrebbe avere titolo né testimone migliore. C’è ancora questa forza nelle parole, lei l’ha vista all’opera? In particolare, le è capitato di vedere anche la forza delle sue parole?
DG: Sì, la forza delle parole sicuramente esiste. Però è vero anche che esse possono essere spesso manipolate: le parole e il linguaggio diventano fondamentali soprattutto in un paese dove la situazione è estrema, dove tantissima è la paura, dove c’è un’assenza di volontà di partecipazione. È importante una cosa in particolare: insistere sulla precisione, sull’accuratezza. È importantissimo chiamare le cose con il proprio nome, perché a volte le parole vengono piegate in modi diversi, ad esempio dai governi piuttosto che dagli eserciti o dalla nostra ansia, e in questo senso forse gli scrittori possono, a volte, aiutare.
La seconda cosa è insistere sulle nuances tra le parole. Il mondo molto spesso viene definito dai mass media, che quasi per natura tendono ad essere molto generalisti. Secondo me bisognerebbe prendere queste definizioni e rimescolare il tutto per trovare quella che è veramente la realtà. Più ricca è la lingua più è forte il nostro contatto con la vita e più diventiamo capaci di capire quelle piccole sfumature che ci portano alla delicatezza dell’esistenza.
Il potere delle parole, mi è stato chiesto se io l’ho mai percepito. Quando ho raccontato cose davvero disperate e terrificanti mi sono reso conto che molto spesso viene creata una sorta di barriera: la gente si protegge dalla realtà, non riesce ad accettarla. A volte raccontare quella stessa realtà con parole diverse può essere di grande aiuto perché provoca sorpresa nelle persone, che a quel punto si vedono esposte e devono  necessariamente pensare a come riformulare le risposte. In quel momento l'essere umano è in grado di capire e di cambiare le cose.
Come voi saprete io amo molto Bruno Schulz, scrittore comico dell’inizio del XX secolo, che è poi morto nell’Olocausto. Lui diceva che la lingua, agli albori della civiltà, fosse un lunghissimo serpente che era stato tagliato in migliaia di pezzi, le parole. Queste sono poi state distribuite in tutto il mondo. Secondo  me uno scrittore cerca di fare qualcosa di simile. È un po’ come quando si cercano di unire due parole che di solito non vengono accostate l'una all’altra: può suonare bizzarro inizialmente però poi scatta un qualcosa, si accende una luce, e questo permette davvero all’anima dell’individuo di aprirsi, di ampliarsi. Queste due parole poi si riconoscono nel buio, ed è in quel momento che si riesce a toccare qualcosa di vero.

EV: Le chiedo di fare un gioco: se dovessimo scrivere una lettera e lasciarla a un uomo che vivrà nel 2114, tra 100 anni,  quali termini potrebbero descrivere la contemporaneità?
DG: Una parola potrebbe essere distacco, alienazione, un termine che caratterizza la nostra società. Come seconda parola forse utilizzerei incertezza e probabilmente la terza parola, l’unica in grado di portarci veramente al XXII secolo, sarebbe speranza. Parlerei all’uomo del futuro dei problemi contraddittori che caratterizzano la nostra collettività, e noi come singoli individui.

EV: C’è una parola che lei non utilizzerebbe mai nei suoi libri?
DG: No, il dizionario è aperto.

EV: Ha citato prima Bruno Schulz. C’è un altro scrittore che ha segnato la sua vita, Shalom Aleichem. So che c’è stato un libro molto importante, che le ha regalato suo padre quando aveva solo otto anni e mezzo. L’aveva amato così tanto da impararlo tutto a memoria. 
DG: Shalom Aleichem era uno scrittore ebreo russo, raccontava nei suoi libri la vita che si viveva nei piccoli villaggi di Russia e Lituania alla fine del XIX secolo. Mio padre veniva proprio da quelle zone: nel ’36, quando aveva nove anni, si è trasferito in Palestina dalla Russia con sua sorella e sua madre. Mio padre non mi parlava mai della sua storia passata nell’altra parte del mondo… Ma io volevo tanto sapere. A un certo punto si è rivolto a me, mi ha mostrato questo libro dicendomi “prendilo: là si viveva così”. E io ho subito capito perché nel darmelo mi sorrise in un modo strano, come un bambino che si voglia scusare. Ho capito che mi aveva dato la chiave per capire la sua infanzia e la sua vita.
Mi sono messo a leggerlo e ho scoperto questo mondo magico, che parlava di ebrei in un mondo nel quale esistevano anche i non ebrei, cosa che io non sapevo assolutamente… Me ne scuso, ma ero così da bambino. Sono entrato in questa realtà completamente nuova.  Penso che sia stato per me un po’ come è adesso per i ragazzini leggere Harry Potter. Era un libro con un codice diverso, un linguaggio diverso. C’erano strani rapporti con le persone, e addirittura le pagine erano contrassegnate da lettere.
Leggevo dell’uomo che va a raccogliere l’acqua dal pozzo, piuttosto dello stregone-dottore, dei rabbini, dei bambini che andavano a scuola e cominciavano a tre anni a studiare. Era un mondo assolutamente vivo che si muoveva in parallelo con la mia vita di tutti i giorni, negli anni ’60.
Poi un giorno, il giorno della Memoria, eravamo tutti a scuola, e gli insegnanti non sapevano bene come raccontarci di questa storia, eravamo bambini e non potevamo capire. Non riescono a capire i bambini e non riescono a capire neppure i grandi perché ci sia stato questo grandissimo mistero del male: cercare di comprendere la Shoah è come essere davanti al sole e rimanerne accecati. Ricordo che ci dissero di metterci in camicia bianca e pantaloni neri, e di stare ben attenti, perché ci avrebbero fatto dei discorsi, ma per noi non avevano nessun senso. A un certo punto mi è venuto in mente che tutte queste persone che erano state uccise erano proprio quelle di cui avevo letto le storie, il lattaio, il ragazzo che scommetteva per strada… Ricordo di essere rimasto scioccatissimo, anche perché come israeliano mi chiedevo “dov’erano i carri armati? Dov’era l’esercito? Perché non abbiamo colpito anche noi?”. In quel momento mi sono reso conto che il mio mondo, che correva parallelo a quello reale, era scomparso.

EV: Nato e cresciuto a Gerusalemme: la guerra e il conflitto erano intorno a lei. Quando e come ha preso coscienza di cosa era realmente la guerra?
DG: Mi ricordo benissimo, avevo tredici anni e avevo ascoltato tradotto il discorso di Nasser, l’allora presidente dell’Egitto, un mito per il mondo arabo. Ricordo che nella sua dichiarazione aveva detto “Li butteremo tutti a mare”. Io l’avevo presa assolutamente sul serio, ho preso lezioni di nuoto.
Nel ’67 e c’è stata la guerra dei sei giorni. Ricordo di aver avuto tantissima paura: pensavo che non saremmo sopravvissuti, che saremmo morti. Tanti lo pensavano, noi eravamo circa tre milioni, e avevamo intorno circa trecento milioni di musulmani che non ci volevano e lo avevano dichiarato apertamente. La prima notte siamo andati nel rifugio. A un certo punto era arrivato un bollettino di guerra che dichiarava che Israele era riuscito ad uscirne. Io non ho provato felicità, ma solo una sensazione di grandissimo sollievo: ho pensato “ci siamo salvati”. Per sanare da questa situazione è importante capire cosa è successo all’inizio, è importante ricordare quella notte e la paura terribile che abbiamo sentito tutti.

EV: Abbiamo ancora un po’ di tempo per parlare del suo romanzo, Applausi a scena vuota. Perché ha utilizzato un linguaggio così brutale nella prima parte del libro?
DG: È il modo di parlare dei cabarettisti. Ma nel romanzo succede qualcosa di particolare. Una donna, durante uno spettacolo, riconosce il protagonista, Dova’le, poiché l’aveva visto da bambino. È un personaggio strano, quasi borderline, ma si rifiuta completamente di accettare la volgarità e brutalità di Dova’le, “non puoi essere realmente così, eri un bambino così bravo”. Con questo ‘bravo bambino’, con un atteggiamento così naif, va a rompere un clichet, l’armatura che il protagonista indossa. Dova’le si apre, per far emergere da sé una nuova storia, molto più dolce, pura, tenera. E il linguaggio si trasforma in intimo e privato.

EV: La coscienza è il problema è anche la soluzione di tutti i problemi?
DG: Difficile rispondere a una questione filosofica come questa. Grazie a Dio abbiamo tutti un’anima, un corpo e la capacità di guardare alla nostra anima e al nostro corpo nel tentativo di fare le cose migliori con entrambi. Questo è quello che ci differenzia dagli animali, e ci permette di scrutarci dentro per costruire qualcosa di buono.

mercoledì 12 novembre 2014

Irène Némirovsky, Come le Mosche d'Autunno

<Figliola mia, perdonami. Con me non hai bisogno di vergognarti, ti ho vista nascere... Non hai commesso peccato, almeno? Sei ancora ragazza?>.
<Ma certo, nianjuška> disse Loulou. Le tornò in mente una notte di bombardamenti a Odessa, quando era rimasta in casa del barone Rosenkranz, l'ex governatore della città; lui era in prigione e suo figlio abitava lì da solo. I cannoni avevano iniziato a sparare così all'improvviso che lei non aveva avuto il tempo di tornare a casa, ed era rimasta fino all'alba nel palazzo deserto con Sergej Rosenkranz. Che ne era stato di lui? Morto probabilmente... Il tifo, la fame, una pallottola vagante, la prigione...Non c'era che l'imbarazzo della scelta, davvero. Che notte... I dock incendiati... Dal letto dove facevano l'amore vedevano le falde di petrolio in fiamme spandersi sul porto...
Ricordava la casa sull'altro lato della strada, con la facciata distrutta e le tende di tulle che oscillavano nel vuoto... Quella notte... la morte era stata così vicina...
Ripeté meccanicamente:
<Certo njanjuška...>
Ma Tat'jana Ivanovna la conosceva bene: scosse la testa, serrando in silenzio le vecchie labbra.
Georgij Andronikov gemette, si voltò pesantemente, poi mezzo addormentato balbettò:
< Sono ubriaco fradicio>.
Andò barcollando verso la poltrona, affondò la faccia tra i cuscini e rimase lì inerte.
<Lavora tutto il giorno in un garage adesso, e muore di fame. Se non ci fosse il vino... e il resto, varrebbe forse la pena vivere?>
<Tu offendi Dio, Loulou>.
Tutt'a un tratto la ragazza nascose il viso tra le mani e scoppiò in singhiozzi disperati.
<Njanjuška... Vorrei essere a casa! Nella nostra casa!> ripeteva torcendosi le dita con un gesto strano e nervoso che la vecchia non le aveva mai visto fare. <Perché veniamo puniti così? Non abbiamo fatto niente di male!...>.
Tat'jana Ivanovna le accarezzò con dolcezza i capelli spettinati, impregnati di un odore intenso di fumo e vino.
<È la santa volontà di Dio>.
<Ah, mi hai seccata, non sai dire altro!>. Si asciugò
gli occhi, alzò con violenza le spalle.
<Dai, lasciami stare!... Vattene, sono stanca e ho i nervi a fior di pelle. Non dire niente ai miei... A che servirebbe? Daresti loro un dispiacere inutile, e non otterresti niente, credimi... Niente. Sei troppo vecchia, non puoi capire>.

Irène Némirovsky


Una donna si fa spazio silenzioso all'interno delle vite dei Karin, una famiglia della grande nobiltà russa. Un personaggio dimesso, che sfiora le loro esistenze in modo dolce e impercettibile da generazioni, e che con la sua fiera umiltà costituirà il caposaldo della famiglia, l’illusione che tutto rimarrà per sempre immutabile.
È la vecchia balia Tat’jana Ivanovna, la figura della njanja russa molto cara a Irène Némirovsky.
Con lei cresce Nicolaj Aleksandrovič, il grande proprietario terriero, da lei viene allevata la sua prole, Jurij e Kirill, Loulou e Andrej, e sempre con Tat’jana dovrebbero vedere la luce i futuri nipoti. Ma questo ciclo è spezzato dall’arrivo della rivoluzione bolscevica, che a poco a poco strappa dalle mani dei Karin ogni cosa: prima i due figli maggiori, richiamati dalla guerra che bussa spietata alle porte della Russia, poi le ricchezze, i capitali, le sontuose dimore, infine la dignità così gelosamente custodita.
I Karin si ridurranno all’ombra di loro stessi, caduti rovinosamente dall’alto dell’immensa grandezza e potenza che aveva contraddistinto la loro stirpe, “come le mosche d’autunno, allorché, passati il caldo e la luce dell’estate, svolazzano a fatica, esauste e irritate, sbattendo contro i vetri e trascinando le ali senza vita”. Ma questa stessa vita agonizzante lentamente, inaspettatamente si riorganizza: Nicolaj Aleksandrovič si darà da fare per recuperare l’onore perduto, aprendo un mercatino di oggetti usati con la triste consapevolezza di non comprarli per sé stesso, ma al solo scopo di rivenderli. Loulou si darà all'alcol, persa nella nebbia del fumo al suono soffuso di un grammofono, avvolta da calde braccia impudiche. La madre, Elena, costretta a fare a meno dei diamanti tra i capelli, riscoprirà la piccola felicità di una semplice cena con i vicini. Compaiono le prime timide risate, accompagnate dagli incerti tentativi di riprendere una parvenza della tranquillità perduta, anche se, in cuor suo, ogni membro della famiglia porta con sé l'insostenibile macigno del proprio passato, che inevitabilmente deve essere sepolto per ricominciare a vivere. E in questo riallineamento Tat’jana si rivela un elemento di fastidio, troppo nostalgica, troppo intimamente, dolorosamente legata alla loro terra, l’amata Russia dalla quale sono stati traditi.
La balia non si muoverà dalla sua posizione in un’ostinata attesa dell’inverno, immobile al vetro della finestra del minuscolo appartamento parigino in attesa della prima neve dalla bellezza fatale, la sola in grado di riportarla nella sua amata, gelida terra natia.

Irène Némirovsky come sempre aggiunge un tocco autobiografico alla narrazione, ricordando gli algidi inverni russi della sua infanzia, le sconfinate distesa di neve candida, i fiumi del color dell’acciaio. Lei stessa dovette scappare dalla rivoluzione bolscevica del 1917 per trasferirsi in Francia, ancora bambina.
Dalle prime pagine veniamo condotti nella vita dell’anziana balia, della sua felicità nel servire gli altri fino alla sua prigionia, alla profonda solitudine di chi si trova trapiantato in un luogo lontano, che non può considerare casa propria. Come le mosche d’autunno rivela la cattività di un’anziana donna, che come un animale braccato percorre in ampi cerchi la sua gabbia, il piccolo e soffocante appartamento parigino nella quale viene lasciata per intere giornate, inutile ormai nei ritmi veloci della vita cittadina.

Ma la vecchia balia non è mai completamente sola: a tenerle compagnia ci sono i suoi ricordi, e ogni più piccolo gesto o parola è un richiamo, un rimando a un passato lontano di prosperità e ricchezza, ormai irraggiungibile. E la neve, l'immacolata neve che attende con commovente determinazione fino a quando anch’essa, implacabile, la tradirà.

mercoledì 5 novembre 2014

Thomas Mann, La Montagna Incantata

Aveva consumato, si può dire, la settimana aspettando per sette giorni il ritorno di quella stessa ora, e aspettare significa precorrere, significa considerare il tempo non come un dono, ma soltanto come un ostacolo, negarne il valore, annullarlo e scavalcarlo con la mente.
Aspettare, si dice, è noioso.
Ma è invece altrettanto, anzi propriamente, il contrario in quanto inghiotte periodi di tempo senza che siano vissuti o sfruttati per se stessi. Si potrebbe dire che soltanto chi aspetta somiglia a un divoratore il cui apparato digerente fa passare una grande quantità di alimenti senza estrarne l'utile valore nutritivo. Si potrebbe fare un passo avanti e dire: come il cibo non digerito non dà forza,
così il tempo trascorso nell'attesa non fa invecchiare. Vero è che in pratica l'attesa pura e semplice non esiste.
Thomas Mann


Ci sono due strade che conducono alla vita: una è la solita, diretta, onesta. L’altra è brutta, porta attraverso la morte ed è la strada geniale

Due strade ha davanti ognuno di noi, e quella che percorrerà il protagonista Hans Castorp è la seconda, quella della morte e della malattia, nella quale si addentra in una sorta di rito iniziatico. Hans è un ragazzo come tanti alla vigilia della Grande Guerra, più volte descritto come mediocre dallo stesso Mann. Perché allora dedicare undici anni della propria esistenza nella scrittura di un personaggio così semplice? Perché il vero protagonista di questo romanzo non è il giovane orfano Hans, ma la storia, una storia che merita di essere raccontata.

Un sanatorio fa da sfondo a questa vicenda: il Berghof, circondato dalla purezza della neve e dalle immense montagne, un mondo “altro”, regolato da leggi proprie cui i suoi abitanti si attengono scrupolosamente: le ore di cura a sdraio, la misurazione della temperatura, le sontuose cene nella mensa. Hans ne rimane sconvolto, tanto differente dalla pianura risulta il ritmo del sanatorio. Vorrebbe anticipare la partenza, ma proprio nel momento in cui sta preparando i bagagli viene colto da una leggera infezione ai bronchi. Per precauzione, gli viene consigliato di rimanere qualche mese. Ma non sa che il suo soggiorno durerà ben più del tempo previsto, e le tre settimane iniziali in cui avrebbe dovuto fare una visita al cugino Joachim si trasformeranno in sette lunghi anni.
La vita della montagna comincia ad assumere per Castorp i risvolti di una vera e propria realtà. Compra un sacco a pelo, il tratto distintivo degli abitanti del Berghof, impara i movimenti fluidi con cui avvolgersi nelle due coperte di cammello, si misura la temperatura quotidianamente, come quotidianamente intraprende delle passeggiate in compagnia dell’umanista Settembrini, che lo introduce al ragionamento razionale e all’approccio pedagogico all’esistenza. I giorni sono un susseguirsi di conversazioni e riflessioni sul tempo, la malattia, la morte, la bellezza, intervallate dalle ore di cura e dall’amore per la bella russa Clavdia Chauchat, dagli occhi da lupo della steppa e dai modi volutamente trascurati, ma caratterizzata da una naturale sensualità e innata eleganza, cui riuscirà a rivolgere la parola solamente anni più tardi.
Il tempo scorre veloce, le settimane sembrano giorni, e i mesi settimane, sempre uguali a sé stessi. Hans cresce, ma non è solo. Intorno a lui sfilano le più grandi correnti di pensiero del ‘900, e il suo temperamento ne è continuamente sollecitato: la morte e la malattia, incarnate dal medico Behrens, l’amore di Clavdia Chauchat, la passione per la vita e il razionalismo di Settembrini e il maligno pessimismo di Naphta, i piaceri terreni e la lussuria di Peeperkorn. In questo clima culturale il giovane Hans cresce, ma senza essere mai pienamente convinto dall’idea di uno dei suoi “mentori”. Solo alla fine, preso dal “vorticoso subbuglio delle partenze arbitrarie”, deciderà di lasciare il clima profondamente insano e soffocante del sanatorio, per cominciare finalmente una vera vita. Ma approderà (e qui emerge tutto il tragico umorismo di Mann) in un luogo ancora più ostile e alienante, sfiorato dalle pallottole nemiche e immerso nel fango di una trincea.

La stesura della Montagna incantata cominciò all'inizio del 1913, quando Thomas Mann dovette accompagnare la moglie in un sanatorio delle Alpi svizzere, per degli accertamenti. Lo stesso Mann fu invitato a rimanervi, per una sospetta “zona molle”, indizio di tubercolosi. Con forza egli rifiutò l’offerta (se avesse accettato, probabilmente avrebbe fatto la fine del giovane Hans). Ritornato in pianura si diede a quello che doveva essere un racconto, una sorta di continuazione satirica de La morte a Venezia. Non avrebbe mai immaginato che il romanzo avrebbe occupato un decennio, e raggiunto il volume di due grossi libri.

La Montagna Incantata vuole essere un’aspra critica al metodo dei sanatori, che ingabbiano giovani (la tubercolosi era una malattia perlopiù giovanile) e li costringono a ritmi dilatati, ad abitudini ipnotiche, i quali, una volta sani, si sentono parte di quel mondo rigettando la gioia di vivere, rappresentata dalla realtà della pianura.
Ma soprattutto, la Montagna incantata è un romanzo di iniziazione. Castorp è il giovane semplice, plasmabile, che compie il suo rito iniziatico tra le mura dell'ospedale, circondato dai suoi "educatori" Settembrini, Naphta e Peeperkorn, ma anche dal medico Beherens. Come dice lo stesso Mann, “Hans Castorp è il viaggiatore in cerca di cultura, ha un ben nobile e mistico-cavalleresco albero genealogico: è il tipico neofito, quanto mai curioso, che volontariamente – fin troppo volontariamente – abbraccia la malattia e la morte, perché già un primo contatto con esse gli promette una comprensione straordinaria, un avventuroso progresso… Congiunto beninteso a un congruo rischio.
Una sola volta arriva vicino al “sapere”: sperso sulla montagna, vicino alla morte, fa un sogno attraverso il quale raggiunge una consapevolezza nuova, una sentenza sul senso della vita: “Per rispetto alla bontà e all’amore l’uomo ha l’obbligo di non concedere alla morte il dominio sui propri pensieri. E con ciò mi sveglio… con ciò ho terminato di sognare e sono alla meta.” 
Ma ben presto dimenticherà l’immensa conoscenza raggiunta quel giorno, disperso nella neve: una volta uscito dal Berghof, non farà altro che immergersi nel vano massacro della Prima Guerra Mondiale.
Il Gral che egli, anche se non lo trova, intuisce nel suo sogno quasi mortale prima di essere trascinato dalla sua altezza nella catastrofe europea, è l’idea dell’uomo, la concezione di un’umanità futura, passata attraverso la più profonda conoscenza della malattia e della morte. Il Gral è un mistero, ma tale è anche l'umanità: poiché l’uomo stesso è un mistero, e ogni umanità è fondata sul rispetto del mistero umano.”