mercoledì 20 maggio 2015

David Grossman, Col Corpo Capisco

Forse farò a Nili solo un elenco sommario delle varie storie, delle delusioni, dei tormenti. I dettagli, per fortuna, non li ricordo. Ricordo solo nomi e volti, e soprattutto le spalle che mi sono state voltate. È anche vero che ogni tanto faccio confusione tra ciò che è avvenuto veramente e ciò che ho inventato nei miei racconti. Ma per tre, quattro, o cinque anni, questo è certo, sono passata di mano in mano, sono stata ridotta in briciole, ho raschiato il fondo del barile, finché una volta ho sentito accanto a me una voce che diceva: forse basta così. E quando mi sono ribellata, quando ho scalciato e menato colpi con tutti i gomiti che nel frattempo mi erano spuntati, quella stessa voce ha detto: se dovevi provare qualcosa a qualcuno, ho l’impressione che tu l’abbia già fatto. Poi, con assoluta tranquillità, ha aggiunto: lo hai provato a tal punto da esserti quasi disintegrata. Io ho cominciato a ringhiare, via, vattene, sono infetta, ma lei ha riso, mi ha caricato sulle spalle come un sacco, o come un ferito, e mi ha trasportato attraverso grandi deserti, assorbendo in silenzio i veleni che spurgavano da me, e per l’intero tragitto ha continuato a ripetermi che tutto ciò era accaduto perché io ero un’ignorante e un’incompetente per quanto riguarda la vita di coppia, ero una specie di selvaggia allevata dai lupi; un poco alla volta, però, il piacere di una vita a due avrebbe smesso di farmi male.
Alla fine rinuncio a raccontare tutto questo. Mi pento della mia durezza di cuore, mi giro verso Nili, sciogliendomi dall’avvitamento che ho compiuto senza rendermene conto, poso i fogli, mi stiro. Basta, dico a me stessa, e poi anche a lei, basta adesso. Ma lei non domanda: basta cosa? 
David Grossman

Col corpo capisco è una raccolta di due racconti lunghi, due storie che avvengono unicamente nella mente dei protagonisti, e non si sa con certezza se abbiano un vero e proprio riscontro nella realtà della storia.
Il primo, Follia, si svolge in un’automobile. Shaul racconta per tutta la durata del viaggio alla cognata la totale certezza che la moglie lo tradisca. Non ha nessuna prova che ciò accada, ma lui sente, sa descrivere per filo e per segno l’eccitazione di lei che corre trafelata sulle scale per arrivare dall’amante, il percorrergli la spina dorsale con l’indice, il sorriso pieno di meraviglia quando sussurra “eccomi”, la richiesta di lui di cucinargli la minestra anche se occuperà tutta la durata del loro incontro, solo per ammirare i suoi movimenti mentre prepara qualcosa da mangiare, l’aura di amore che si percepisce, palpabile, durante i loro amplessi. E lui è sempre lì con loro. Shaul sa che tutto questo accade da dieci anni, ogni giorno, nello spazio di cinquanta minuti in cui la moglie sostiene di andare in piscina. E il suo è un dolore muto, una gelosia tanto radicata e profonda da arrivare ad essere ormai un’abitudine, qualcosa che fa parte delle loro esistenze. Ester, la cognata, che poi rappresenta me, rappresenta noi che leggiamo, si limita a fare qualche domanda, sempre quelle giuste, mentre nel frattempo nella sua testa si apre il mondo dei pensieri sulla sua vita, su quella relazione che doveva portare avanti ma non ne aveva avuto il coraggio, sul “perché si deve e perché è impossibile e perché non c’è vita senza e perché ci si lacera sempre nello stesso punto e si maledice l’attimo, si risorge e poi ancora, all’infinito.”

Col corpo capisco è il secondo racconto, che da il titolo alla raccolta. Nili è un’insegnante di yoga cui è affidato un ragazzino con il compito di “diventare un uomo”. Pare che lo scopo del padre sia affidare il figlio a quella che crede sia una sorta di prostituta, di modo che cominci ad entrare in confidenza con il corpo delle donne. Non sappiamo nulla del passato di Nili, e nemmeno di ciò che veramente accade in quella sala, quello che Grossman ci racconta è la sua abilità straordinaria nell’usare il suo corpo, nello sfiorare e risucchiare dall’altro la negatività per dare in cambio energia pura. All’improvviso ci rendiamo conto che quello che stiamo leggendo non è la storia vera e propria del rapporto tra Nili e Kobi, ma quello stesso rapporto filtrato dagli occhi della figlia, che vede la madre innamorarsi del ragazzino e poi rimanere distrutta da quella relazione. E il modo in cui racconta la storia della madre trasuda odio, pensieri taciuti e marciti, cose che non si dovrebbero vedere e cose che si è creduto di vedere, ma non sono mai accadute. 

Allora, partiamo dal presupposto che leggere Grossman non è mai facile, e come già immaginavo non lo è stato nemmeno questa volta. Quello che richiede è un processo di totale annullamento di sé per entrare letteralmente nello spirito e nella coscienza di un’altra persona (sì, parlo di persona e non di personaggio, ho una percezione talmente vivida e profonda di quegli uomini di cui ho letto da considerarli reali) operazione al termine del quale si rimane prosciugati, privi di forze e incapaci di distinguere per qualche ora la normalità dalla pazzia, cosa è reale da cosa non lo è; si rimane talmente lacerati dentro da provare una sensazione di vero e proprio disagio emotivo.

Credo sia per questo che le critiche sui romanzi di David Grossman si dividono equamente tra chi lo adora e chi non riesce a capirlo, e di conseguenza disprezza la sua scrittura. Non è da tutti abbassare le difese e a lasciarsi circondare da un’altra anima, che, come anche in Che tu sia per me il coltello, ha una personalità che rasenta la follia, una pazzia lucida che ci porta a dubitare di qualunque convinzione. 

Titolo originale: Baguf ani Mevina
Prima edizione: 2002
Arnoldo Mondadori Editore
Traduzione di Alessandra Shomroni

mercoledì 13 maggio 2015

David Foster Wallace, Brevi Interviste con Uomini Schifosi

Di vederti come una cosa, sono capaci di vederti come una cosa. Lo sai che vuol dire? È spaventoso, noi sappiamo quant'è spaventosa come idea, e che è sbagliato, e ci crediamo di sapere tutte queste cose sui diritti umani e la dignità umana e quant'è terribile privare qualcuno della propria umanità di quella che noi chiamiamo l’umanità di qualcuno, ma metti che succede a te, allora sì che lo sai per davvero. Adesso non è più solo un'idea o una causa da reazioni stereotipate. Aspetta che succeda a te e allora sì che assapori il Lato Oscuro. Non l'idea di oscurità, l'autentico Lato Oscuro. E adesso ne conosci il potere. Il potere assoluto. Perché se sei davvero capace di vedere un altro soltanto come una cosa allora sei capace di fargli qualsiasi cosa, non si accettano più scommesse, umanità e dignità e diritti e correttezza... non si accettano più scommesse. Io dico... e se lei dicesse che è come un rapido costoso giretto su un versante della condizione umana di cui tutti parlano come se lo conoscessero ma in realtà manco se lo immaginano, non per davvero, a meno di non esserci passati. E se tutto si riducesse al fatto che la sua visione del mondo si è ampliata, se ti dicessi questo? Che ne diresti? E di se stessa, di come considerava se stessa. Che adesso capiva di poter essere considerata come una cosa. Ti rendi conto di quanto questo le cambierebbe... strapperebbe, di quanto questo strapperebbe via? Di se stessa, di te, di quella che pensavi fosse te stessa? Strapperebbe via tutto quanto. E poi che resterebbe? 
David Foster Wallace
Avete presente quella scena del film Arancia Meccanica in cui Alexander è sottoposto alla cura Ludovico ed è legato ad una sedia con gli occhi sbarrati, costretto a vedere una serie di fotogrammi di violenza? Ecco, questa è l’immagine che descrive esattamente come ci si sente leggendo Brevi interviste, un misto di nausea e angoscia e “voglio scendere adesso e andarmene”, con la differenza che volontariamente si decide di prendere una corda, legarsi mani e piedi e inserirsi quell’aggeggio negli occhi per tenerli aperti (magari prima si inserisce l’aggeggio negli occhi, a mani legate risulterebbe alquanto difficile). 
Ma andarsene è impossibile. La cosa sconvolgente è che si prova un certo piacere perverso nel leggere le storie di questi uomini schifosi, momenti in cui abiezione, umiliazione e la più completa disumanità danno una sensazione di profondo appagamento e soddisfazione. E ti ritrovi a pensare “ma che sto dicendo, questa è pazzia.” E proprio qui sta l’arte di Wallace, nel prenderti e trascinarti dove vuole, dettando le regole, decidendo come si gioca e quanto si gioca, nell’afferrarti per i capelli e lasciarti a testa in giù per ore, costringendoti a guardare le cose da un altro punto di vista. A volte fa male, a volte è crudele, ma è tale la sensazione di catarsi da dimenticare tutta la violenza subita, da dimenticare qualunque cosa, da perdonare Wallace e gli uomini schifosi e te stesso per aver comprato il libro. E se prima ti chiedevi se per caso non fossi diventato pazzo, ti rendi conto, all’ultima riga dell’ultima pagina, di essere, forse, semplicemente più umano. 

È sempre un’impresa dover parlare di racconti. Ma per le Brevi interviste è un’impresa ancora più ardua, dato che non riuscirò mai a trasmettere attraverso questa mezza paginetta tutte le sensazioni che mi hanno attraversato nelle ultime due settimane, tutta la nausea e la successiva risalita, senza necessariamente fare un torto a Wallace. 
Dopo qualche riflessione ho deciso che la cosa più saggia era proprio quella di lasciarvi dei fotogrammi, di chiedervi cortesemente di legarvi mani e piedi e lasciarvi andare a questa mia versione-surrogato del romanzo di Wallace. 
Ecco, diciamo che il risultato sarà un po’ come guardare quattro schizzi di un bambino vicino a un quadro di Pollock.

Ragazzo nell’attimo di tuffarsi dal trampolino di una piscina, imprigionato in quell’attimo, come non esistesse tempo al di fuori di sé; Grande Amatore che ci spiega che andare con una donna con l’intento di provare piacere o procurarle piacere è esattamente la stessa cosa, mentre il grande segreto è farle capire che mai è stato con una tanto brava a fare sesso; persona depressa con l’ossessione che chi le ha davanti provi un misto di noia e pietà nei suoi confronti, ed è tanto opprimente, e i suoi problemi tanto futili da portare la sua terapeuta al suicidio; adulto ossessionato dal ricordo da bambino di suo padre che si masturbava davanti a lui (ma poi, era avvenuto veramente?); focomelico che sfoggia il proprio moncherino facendo leva sulla pietà per portarsi a letto le donne; un “sessuologo dei polli” che alla prima occhiata riesce a capire se una donna ci starà o no a essere legata, per finire a piangere al capezzale del letto raccontando il suo rapporto tormentato con la madre; il significato che assume la vita e la differenza tra essere umano e cosa quando si è violentati con una bottiglia di Jack Daniel’s, forse ad essere violentata è stata una ragazza di sedici anni, o la moglie del narratore… oppure il narratore stesso; quiz vari a risposta multipla, a volte a una sola risposta, a volte senza risposta; padre che disprezza il figlio malato di una malattia purulenta alla faccia per la malvagità profonda che vede in lui, ma tutti amano il ragazzo e non si capisce più se è il padre ad essere pazzo o il figlio effettivamente malvagio; figlio con una madre dall’infanzia repressa, con conseguente adolescenza repressa e maturità repressa, che decide di diventare un delinquente per sfogare attraverso di sé tutti i suoi (della madre) istinti repressi.

I personaggi di Wallace non amano, hanno un focus totalmente su di sé e non sanno donare nulla che non sia quanto c’è di peggio in loro al prossimo. E alla fine, dopo tutto questo campionario di mostri misogini e depravati, ci si rende conto che il segreto, senza specificare, il segreto di tutto, è l’amore.
E niente, speriamo che gli schizzi del bambino vi facciano venire voglia di andare al museo e vedere Pollock dal vivo.

Titolo originale: Brief Interviews with Hideous Men
Prima edizione: 1999
Giulio Einaudi Editore
Traduzione di Fernanda Pivano

mercoledì 6 maggio 2015

John Steinbeck, Uomini e Topi

La voce di George si fece più cupa. Ripeteva le parole, cadenzate, come le avesse pronunciate tante volte. “Gente come noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo. Non hanno famiglia. Non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga, poi vanno in città e gettano via la paga, e l'indomani sono già in cammino alla ricerca di lavoro e d'un altro ranch. Non hanno niente da pensare per l'indomani.”
Lennie era felice. “È così, è così. E adesso dimmi com'è per noi.”
George riprese. “Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all'osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c'è un altro posto dove andare. Ma se quegli altri li mettono in prigione, possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi invece è diverso.”
Lennie interruppe: "Noi invece è diverso! E perché? Perché... perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché."
Rise beato. “Va’ avanti, George.”
“Lo sai a memoria. Puoi dirlo da te.”
“No, tu. Hai dimenticato qualcosa. Dimmi come sarà un giorno.”
“Va bene. Un giorno… Avremo messo insieme i soldi e ci sarà una casetta con un pezzo di terreno e una mucca e i maiali e…”
E vivremo del grasso della terra,” urlò Lennie. “E avremo i conigli. Va’ avanti, George! Di’ quel che avremo nell’orto e i conigli nelle gabbie e la pioggia d’inverno e la stufa; di’ come sarà spessa la panna sul latte che non la potremo tagliare. Di’ tutto questo, George.” 
John Steinbeck

Ho scelto di leggere Uomini e topi, banalmente, per la simpatia che provo per i topi.
Quindi senza sapere nulla della trama, senza nemmeno leggere la quarta di copertina, mi sono avventurata in una storia che pensavo parlasse appunto, oltre agli uomini, anche dei miei amati roditori. Sono rimasta abbastanza scioccata quando il primo topo che compare fa capolino dalla tasca di Lennie, morto; e il secondo si ritrova la testa schiacciata tra l’indice e il pollice, sempre di Lennie (muore anche lui, ma forse era superfluo dirlo). Poi beh, mi sono abituata allo stile di Steinbeck, e mi ha sorpreso meno (per quanto l'abbia trovato orribile) quando è un cucciolo di cane a fare la fine dei primi due topini; e infine una donna, che si ritrova soffocata dalle grosse mani del protagonista.
Questo Lennie, che forse non conoscete, forse avete già avuto il piacere di incontrare, descritto semplicemente dalle sue azioni può sembrare un sadico, un maniaco, un personaggio malvagio. In realtà Lennie, che Steinbeck sa dipingere con tanta maestria senza dare giudizi morali, raccontando i fatti semplicemente come sono accaduti (non a caso il primo titolo conferito a Uomini e topi era proprio Something that happened), è un ritardato mentale, un uomo dalla forza immensa che la sua mente non riesce a controllare, minata com’è dai disturbi psichici. E fa quasi tenerezza quel suo “accarezzare troppo forte” che lo porta a far appassire ogni forma di vita che gli passa fra le mani, anche i topi, così morbidi, che continua a sfiorare per giorni dopo la loro morte. 
Il fedele compagno George, molto più scaltro e intelligente di lui, è la sua unica possibilità di sopravvivenza nella California degli anni ’30. Con George Lennie si ritrova a vagare da un ranch all’altro, lavorando a cottimo, nella speranza di realizzare il sogno di avere un appezzamento di terreno tutto per loro dove allevare dei conigli, per toccarne la morbida pelliccia. Ma l’ingenuità e la pazzia di Lennie lo portano a scontrarsi con il mondo reale, dove stringendo troppo forte i morbidi capelli biondi della moglie del figlio del padrone del ranch, alle urla di lei, rimane terrorizzato e d’istinto le tappa la bocca, ritrovandosi tra le mani un cadavere; e il sogno di un appezzamento di terreno, con i maiali e le mucche e i conigli, e la panna che non si riesce a tagliare, svanisce d’un tratto con un colpo di pistola alla nuca; una vita schiacciata tra l’indice e il pollice, come quella di un topo.

Steinbeck mette in scena (e mai vocabolo fu più appropriato, dato che leggendo Uomini e topi si ha spesso la sensazione di trovarsi nel bel mezzo di una pièce teatrale) un’America reduce della crisi economica post ’29, dove i migranti (i cosiddetti hobo) si trascinano da un ranch all’altro alla ricerca di un lavoro occasionale, nella speranza di mettere da parte qualche soldo per mettersi in proprio. Sotto una scrittura colloquiale, che talvolta sfocia nella volgarità, si disgrega totalmente quell’ideale di “sogno americano” che aveva fatto sognare un’Europa che guardava agli Stati Uniti come a una sorta di paradiso. Questa è l’altra faccia dell’America di Wall Street, ad essa opposta e speculare, regolata da una legge barbarica, quasi animalesca, per la quale chi lavora è costretto a spezzarsi la schiena coltivando campi, e chi non lavora muore, inesorabilmente. E Lennie, che nonostante la mole fisica rappresenta il debole, l’esiliato dal consorzio umano, è il primo a pagarne le conseguenze. Viene soppresso per il suo bene, da una mano amica, come lui soffocava i suoi amati animali per il troppo amore che voleva donare. Perché non c’è spazio per la fragilità, né per gli ingenui o per gli sciocchi; e chi sopravvive in questo “paradiso” non può permettersi di essere trascinato a fondo.

Titolo originale: Of Mice and Men
Prima edizione: 1937
Casa editrice: Bompiani
Traduzione di Cesare Pavese

mercoledì 29 aprile 2015

Fëdor Dostoevskij, Povera Gente

Ohibò, dopo questo non si potrà vivere tranquillamente nella propria intimità, nel proprio cantuccio, quale che sia; vivere, secondo il detto, senza agitare le acque, non urtando nessuno, conoscendo il timor di Dio e se stessi, in modo che non ti urtino, che non ti si introducano nella cuccia, non osservino come – per modo di dire – ti comporti nell’intimità della tua casa, se, per esempio, hai un bel panciotto, se hai quanto occorre per un po’ di biancheria, se hai gli stivali, e come sono suolati; che cosa mangi, che cosa bevi, che cosa copi. Ma che c’è poi di speciale, diletta, se, per non sciupare gli stivali, cammino in punta di piedi nel punto in cui la strada è pavimentata piuttosto male; perché scrivere del prossimo che qualche volta si trova in difficoltà, e che non beve il tè? Ma, proprio tutti devono bere assolutamente il tè? E forse io guardo in bocca alla gente per vedere che boccone mastica? Chi ho mai insultato in una tal maniera? No, diletta, perché offendere gli altri, se non ti danno noia? 
Fëdor Michajlovič Dostoevskij
Quella che ci viene raccontata in Povera Gente è la storia di un amore non corrisposto, narrato attraverso un fitto scambio di epistole; un sentimento che nasce nei sobborghi di Pietroburgo tra due amanti affacciati alle finestre di un medesimo cortile. 
Makar Djevuskin riempie l’oggetto della sua adorazione, Varvara, di regali e fiori, si priva dei pochi averi che ha a disposizione pur di renderla felice. Varvara, dal canto suo, lusingata dalle attenzioni dello spasimante, si limita ad un paio di parole dolci pur di tenerselo stretto.
Ma proprio quando sembra che tra i due possa finalmente nascere una relazione, la sorpresa: Varvara ha un altro pretendente, più bello, più ricco, ma infinitamente più rozzo e meno sensibile di Makar. Convinto che l’amore sia un sentimento puro e privo di interessi, e votato solo alla serenità di Varinka (come la chiama affettuosamente), Makar si prodiga affinché il matrimonio fra i due sia perfetto: si occupa delle commissioni, compra le stoffe ed esaudisce ogni capriccio della sua amata, sminuisce se stesso innalzando il suo rivale, per il solo piacere di renderla felice.
Da povera e indifesa che era, Varinka si trasforma in una creatura fredda e insensibile, piegata alla logica del guadagno. Sposa Bykov, l’"altro", il proprietario terriero, lasciando al malato e completamente distrutto Makar la sola consolazione di qualche lettera. E proprio queste lettere, che avevano innalzato l’uomo verso la felicità più grande, finiscono per rigettarlo in una pazzia disperata, nell’ingenua speranza che Varinka possa, un giorno, amarlo.

Dostoevskij ha un modo particolare di intendere i sentimenti. Mi manda in crisi leggere i suoi romanzi, dopo “un Dostoevskij” mi sento una persona diversa da come ero prima, tanta è la potenza delle sue parole. Ecco, in particolare Povera gente mi ha fatto sorgere dei dubbi sul significato della parola amare, o almeno, ho rimesso in discussione quella che per me è la concezione dell’amore. Nei suoi scritti (i primi che mi vengono in mente: Le notti bianche e L'eterno marito) emerge questa visione dell’amore come puro e disinteressato, una totale identità tra la felicità dell’altro e la propria felicità. Non importa che il mio compagno ami un’altra persona, se questo è ciò che desidera devo aiutarlo in tutti i modi a concretizzare il suo volere, anche se va contro il mio, anche se il solo pensiero mi distrugge, anche se so che sta sbagliando. Ma morirei piuttosto di veder realizzati i suoi sogni. Questo è l’amore dostoevskiano. 
Scrivere dei pensieri del genere è facilissimo. Quello che mi sconvolge e mi fa amare questo scrittore, follemente, è la totale coerenza della sua opera con il modo di vivere. Perché non è un’astrazione, una storia fittizia: Dostoevskij amava così. Un episodio mi aveva colpito parecchio studiando la sua biografia: verso i trentacinque anni Fëdor si innamora perdutamente di una donna, una certa Mar’ja Isaeva, che ricambia, ma allo stesso tempo prova dei sentimenti per un giovane, Vergunov. Beh, Dostoevskij ne diventa amico e fa di tutto perché tra i due possa funzionare, nonostante impazzisca all’idea di perderla: “Non bisogna dar l’impressione che si lavori per se stessi”, le scrive. Che dire, era un grande. E alla fine riesce pure a sposarla.

Acclamato dalla critica di Belinskij come “Il nuovo Gogol” (che per altro viene citato, uno dei racconti consigliati da Varinka a Makar è proprio Il Cappotto), e screditato dall’opposta fazione politica come un romanzo noioso, frutto di un accumulo di particolari uniformi, Povera Gente è un romanzo da leggere, se non altro per la curiosità di scoprire gli esordi letterari dello scrittore.
Primo romanzo di Dostoevskij, scritto all’età di soli 25 anni, conserva in sé il germe della polifonia, che si manifesterà in tutta la sua potenza nei grandi romanzi, da Delitto e castigo a I fratelli Karamazov. Ogni personaggio è autonomo, e porta con sé la propria visione del mondo, la propria idea, che scaturisce dal dialogo e dal confronto con gli altri protagonisti, in una sorta di concerto a più voci. 
Il bene e il male si intersecano, uniti indissolubilmente, e la stessa Varinka, ad una prima occhiata calcolatrice e spregiudicata, può essere compresa alla luce di un diario che spedisce a Makar, dove descrive un episodio tragico della sua infanzia che la rende forse più umana, forse più confusa di quello che in apparenza sembra essere.

Titolo originale: Bednye Lyudi (Бедные люди)
Prima edizione: 1845
Rizzoli Editore
Traduzione di Ebe Perego

mercoledì 22 aprile 2015

Hermann Hesse, Narciso e Boccadoro

Senza dubbio, dal punto di vista del convento, della ragione e della morale, la vita dell’abate era migliore, più giusta, più costante, più ordinata e più esemplare, era una vita di ordine e servizio rigoroso, un sacrificio continuo, uno sforzo sempre nuovo verso la chiarezza e la giustizia, era molto più pura e più buona che la vita di un artista, di un vagabondo e di un seduttore di donne. Ma da un punto di vista più alto, dal punto di vista di Dio, l’ordine e la disciplina di una vita esemplare, la rinuncia al mondo e alla felicità dei sensi, la lontananza dal fango e dal sangue, il ritiro nella filosofia e nella devozione, erano veramente meglio che la vita di Boccadoro? L’uomo era davvero creato per condurre una vita regolata, di cui ogni ora ed ogni azione fossero annunciate dalla campana che chiama alla preghiera? L’uomo era davvero creato per studiare Aristotele e Tomaso d’Aquino, per sapere il greco, per mortificare i propri sensi e per fuggire il mondo? Non era egli creato da Dio con sensi ed istinti, con oscurità sanguigne, con la capacità del peccato, del piacere, della disperazione? Intorno a queste domande si aggiravano i pensieri dell’abate quando erano vòlti all’amico.
Sì, e forse non era soltanto più ingenuo e più umano condurre una vita come quella di Boccadoro; in fin dei conti era forse anche più coraggioso e più grande affidarsi alla corrente crudele e tumultuosa, commetter peccati e prender su di sé le loro amare conseguenze, anziché condurre una vita pulita in disparte dal mondo, con le mani lavate, e formarsi un bel giardino di pensieri pieno d’armonia, e camminare senza peccato fra le sue aiuole ben protette. Era forse più difficile, più valoroso e più nobile camminare con le scarpe logore per i boschi e per le strade maestre, soffrire il sole e la pioggia, la fame e la miseria, giocare coi piaceri dei sensi e pagarli con le sofferenze. 
Hermann Hesse

Oggi mi sento di cominciare con una di quelle belle massime banali che tutti almeno una decina di volte nella vita si sono trovati a dire: gli opposti si attraggono. Questo è, brutalmente riassunto, uno dei temi di Narciso e Boccadoro.
Per Hesse esistono due grandi correnti nei quali si dividono le personalità più elevate: i figli della razionalità, del logos, della stabilità data dalla figura paterna, e gli artisti, i vagabondi, i figli dell’eros, che prendono la loro forza dalla Madre. È possibile una sintesi delle due nature? No. Per quanti sforzi si facciano per conciliarle ed equilibrare dentro di sé mente e istinto, ci sarà sempre un lato che domina sull’altro. La soluzione è una sola: cercare e saper riconoscere una natura affine e contraria alla propria, per trovare un’armonia che non sia precaria e permetta di raggiungere la pace interiore. Come il sole e la luna, il cielo e la terra, Narciso e Boccadoro si riconoscono come esseri superiori, opposti e complementari, e per quanto lontani e divisi dalla vita si attraggono l’un l’altro, in continua tensione verso la perfetta sintesi di spirito e carne, stabilità e ribellione.


Narciso è un monaco del monastero di Mariabronn, brillante, austero, glaciale. La sua disciplina e la cultura sterminata lo portano a diventare maestro giovanissimo, e proprio qui, in veste di guida e insegnante, conosce l’allievo Boccadoro. Qualcosa in questo ragazzo lo affascina; per la prima volta l’erudito si rende conto di avere di fronte un suo pari: proprio Narciso, che aveva sempre disprezzato gli uomini, si ritrova a fare i conti con un’anima superiore, così vicina alla sua. Boccadoro tenta in tutti i modi di emulare il maestro, ma Narciso lo dissuade: la sua vita è ben lontana dal monastero, la sua vocazione è un’altra. La ricerca della figura di quella madre sconosciuta, libera e ribelle, è il fuoco che anima Boccadoro. Con questa unica aspirazione parte pellegrino, senza una meta, seducendo donne e lasciandosi sedurre egli stesso, imparando i segreti dell’amore, diventando assassino e vagabondo, in un continuo oscillare tra voluttà e cupa disperazione. E proprio in un momento di sconforto scorge in una cappella la scultura di una Madonna, e comprende che l’arte è l’unico modo per rappresentare la Madre, sua madre. Ma la prima scultura, intensa e bellissima, è dedicata all’amico Narciso. Dopo anni di vagabondaggi, di fame e miseria, fa ritorno al convento di Mariabronn vecchio e stanco, in fin di vita, ma sereno, per la prima  volta. La grande Eva-Madre, lo scopo della sua vita, gli si è presentata nella mente, ma non può rappresentarla: il suo mistero è insondabile. 
E con le sue ultime parole mette in discussione le più salde convinzioni di Narciso, lo sdegnoso e irremovibile Narciso, fermo nella convinzione che la mortificazione della carne e l'esercizio dello spirito siano l'unico modo per raggiungere la verità. In un soffio, terribile e profetico, smuove alle radici la ferrea regola dell'amico, del suo opposto, del suo completamento.
“Ma come vuoi morire un giorno Narciso, se non hai una madre? Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire”.

Titolo originale: Narziss und Goldmund
Prima edizione: 1930
Arnoldo Mondadori Editore
Traduzione di Cristina Baseggio

mercoledì 15 aprile 2015

Patrick Modiano, Nel Caffè della Gioventù Perduta

In fondo, la strada finiva contro il cielo, come se conducesse sull’orlo di una scogliera. Continuavo a camminare con quel senso di leggerezza che a volte ti coglie nei sogni. Non temi più niente, i pericoli sono tutti risibili. Se poi gira veramente male, basta risvegliarsi. Sei invincibile. Camminavo, impaziente di arrivare in cima, là dove c’erano soltanto il blu del cielo e del vuoto. Che parola potrebbe tradurre il mio stato d’animo? Il mio vocabolario è poverissimo. Ebbrezza? Estasi? Rapimento? In ogni caso, quella strada mi era familiare. Mi pareva di averla percorsa anche prima. Avrei presto raggiunto l’orlo della scogliera e mi sarei gettata nel vuoto. Che felicità volteggiare nell’aria e conoscere infine quella sensazione di leggerezza che cercavo da sempre. Conservo un ricordo così netto di quella mattina, della strada e del cielo, laggiù in fondo…
E poi la vita ha continuato il suo corso, con alti e bassi. 
Patrick Modiano

“Per l'arte della memoria con la quale ha evocato i destini umani più inafferrabili”. Questa la motivazione con cui Patrick Modiano, lo scorso anno, è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura. E non c’è parola più adatta per descrivere Louki, inafferrabile, tanto indefinita da essere insondabile perfino a se stessa. Questo suo essere sfuggente deriva dall’ossessione di Louki per la prospettiva nietzschiana dell’Eterno Ritorno, dal terrore dell’uguale, che la spinge a vivere costantemente al limite, incostante e incurante di se stessa e degli altri.
"Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!». Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina»?"
Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza
Non ha paura di provare, non ha paura del rischio, l’unico suo terrore è il costante ripetersi degli eventi. Per questo le esperienze con la cocaina, il matrimonio a vent’anni con un uomo che non ama, cui non smette di dare del lei, le nottate con l’amante nelle zone neutre di Parigi, le uniche in cui ha la possibilità di sentirsi libera. Il tempo trascorso al caffè Condé agli orari più disparati cercando di non attirare su di sé l’attenzione degli avventori del locale, cosciente del fascino che proprio questo suo non avere radici irradia, seduta in un tavolino in fondo, un libro in mano. Esperienze che Louki fa con leggerezza, alla costante ricerca di una novità che non involva in se stessa e si trasformi in quell’Eterno Ritorno che tanto teme.
Proprio questo rinnegare il ripetersi degli eventi la porta a cadere nella trappola tessuta dal demone di Nietzche. La fuga, l’espressione più oscura e torbida della libertà, diventa la sua gabbia, quelle briglie dalle quali per tutta la sua vita aveva cercato di divincolarsi disperatamente (“Non ero veramente me stessa se non nel momento in cui fuggivo”).  È proprio la fuga a diventare il suo Eterno Ritorno.
Questa tragica consapevolezza la porta a cercare di spezzare questo ciclo nell’unico modo in cui è certa non si possa tornare indietro, annientandosi, ma sconfiggendo il demone.

O, forse, è ancora il demone ad aver vinto su di lei.

Titolo originale: Dans le Café de la Jeunesse perdue
Prima edizione: 2007
Casa editrice Einaudi
Traduzione di Irene Babboni

mercoledì 8 aprile 2015

Alessandro Mari, L'Anonima Fine di Radice Quadrata

In estate ho conosciuto Alberto, un ragazzo di fuori venuto qui a godersi il mare, e ci siamo scritti parecchio. Intere nottate. Una cotta, le mie solite cotte “a scadenza”, ma quando rivedevo Alberto di giorno, in spiaggia o chissà, non trovavo più la persona delle nostre conversazioni notturne via sms. Così mi sono fatta quest’idea: quando ti scrivi con qualcuno, le parole sono abissali caverne dove l’eco è infinita, ma quando poi rivedi quel particolare qualcuno con cui ti sei scritta, dell’eco infinita può restare poco. Ho fatto confusione? Riprovo: scrivendo a qualcuno puoi toccare cose intime, ma quando ti ritrovi davanti quel particolare qualcuno, quella stessa intimità può impedirti di guardarlo o lasciarti guardare. Come aver fatto l’amore a parole senza manco un bacio. Sopravvivere alle superiori non è un gioco da ragazzi. 
Alessandro Mari

Alessandro Mari è la classica personalità che quando entra in una stanza non puoi fare a meno di non notare. Barba lunga, curata, tatuaggio sul petto che occhieggia dalla camicia un po’ aperta (“Perdonami, ti voglio fare una domanda indiscreta: cosa c’è scritto su quel tatuaggio?” “Non posso risponderti, mi piace pensare che solo chi mi sfila la camicia possa vederlo”. Al diavolo le mie domande indiscrete), si siede sul tavolo a gambe incrociate, prende il libro arrotolato tra le mani e brandendolo come un’arma comincia a parlare.
Come l’ho conosciuto? Mi ero messa in testa che volevo imparare a scrivere e ho deciso di frequentare un corso della scuola Holden di Torino, un corso “collaterale” (chiamiamolo così), a Milano. Ecco, grazie ad Alessandro ho imparato una delle cose che più mi sono servite per migliorarmi non solo nella scrittura, ma anche nella mia percezione del mondo: ciò che rende uno scritto o una personalità interessante è andare fuori tema. Dopo anni di liceo in cui era tutto un “Più di cinque non posso darti. Fuori tema”, ho finalmente superato il trauma e imparato a convivere con questa mia deformazione. Un po’ come Holden Caufield insomma. Se guardiamo qualcosa nel suo insieme tutti, con lievi differenze, siamo portati a descriverla nello stesso modo; ma se quella stessa cosa la osserviamo con attenzione, ognuno sarà catturato da un frammento diverso, da quel guizzo visibile a lui e a lui soltanto. Da lì, da quel guizzo ha inizio una storia. Mi ha divertito leggere i temi dei ragazzi del romanzo, dove ho ritrovato un po’ anche quelli di noi allievi. Quello della classica bambolina bella e superficiale su una modella che perde la gamba e scopre di avere un talento nel salto in lungo (gli si sarà rivoltato lo stomaco a doverlo scrivere), passando per il delfino che vuole creare un branco vegetariano, e per farlo uccide gli esemplari più forti prendendo con sé gli esclusi; fino a Radice Quadrata, che con cura maniacale raccoglie piccoli dettagli di uno sconosciuto (un casco, un abete natalizio riciclabile, un nome orientale) assemblandoli e riassemblandoli fino a creare una nuova vita, un nuovo universo. Questa, gli scritti di Radice Quadrata, sono a mio parere la parte più bella e suggestiva del romanzo: alla richiesta di dare vita a un racconto su un eroe il ragazzino trae ispirazione dalla storia di un uomo comune, facendola diventare straordinaria. Un po’ fuori tema forse, ma comunque straordinaria. Come la sua del resto.

Sofia e Radice Quadrata rappresentano concezioni della vita opposte e apparentemente inconciliabili: "Sofia sa molte cose ma di tutto sa poco e si annoia presto. Nuota in superficie. Radice Quadrata sa poche cose ma di quelle poche moltissimo. Nuota solo in apnea e non si muove lungo la spiaggia”. Nonostante questa disparità di fondo, i due ragazzi fanno parte dello stesso mondo scolastico, e qui si ritrovano, vicini e irraggiungibili, a dover fare i conti con un tema cui dovranno lavorare insieme: la descrizione di un eroe.
La loro conoscenza non sembra partire con i migliori auspici. “Sei una radice quadrata senza numero dentro!” urla il ragazzo a Sofia come fosse il peggior insulto sulla terra, e Sofia, che mai si fa mancare l’ultima parola, gli affibbia con scherno il soprannome di Radice Quadrata, ferita, in cuor suo, da quest’offesa di cui non capisce appieno il significato. Pian piano la diffidenza lascia spazio a una curiosità morbosa della ragazza nei confronti di questo personaggio così misterioso, sul perché appunti ogni singolo accadimento su decine di quadernetti o trascorra i pomeriggi nella cantina di uno sconosciuto, rubando oggetti che non gli appartengono. Lo scoprirà ben presto, guidata dal suo istinto da detective; ma proprio nel momento in cui i loro universi paiono avvicinarsi il caso si frapporrà tragicamente tra loro, lasciando tra i due un forte, indelebile legame.

Ritornando alle considerazioni della serie “dettagli insignificanti che non calcola nessuno”, sono rimasta colpita da una parte che di solito nei libri leggo per farmi quattro risate, e invece qui, per la prima volta, mi ha fatto riflettere: i ringraziamenti. Non so sinceramente perché mi piaccia tanto leggerli, fatto sta che ogni volta mi ritrovo a spulciare tra una lista infinita di nomi che non conosco e mai conoscerò, con annesse una o due righe di una banalità impressionante sull’amore, l’amicizia, l’infinita stima che lega lo scrittore al cugino di secondo grado o alla moglie. Qui invece qualcosa ha catturato il mio interesse: “Grazie alla ragazza minuta che, quasi come accade nel romanzo, mi ha confidato in che modo, per lei, Oriana Fallaci incarna un’eroina: allora non lavoravo ancora su Radice Quadrata e Sofia, però mi interessavano già lo sguardo dei ragazzi e le loro idee sugli eroi nel contemporaneo. Inconsciamente ho custodito nella memoria le parole di quella ragazza minuta”. Ci sono ogni giorno persone che catturano la nostra attenzione, e da un paio di dettagli finiamo a immaginarci cosa faranno una volta a casa, se hanno un cane o mangiano cibi precotti, oppure tiriamo a indovinare che lavoro fanno, o se hanno un’amante. E va beh, finché lo facciamo noi rimane un puro esercizio di immaginazione, ma è incredibile quanto queste piccolezze possano diventare grandi fra le mani di uno scrittore! Così è successo alla ragazza minuta, che probabilmente è stata per Alessandro Mari quel “brivido d’ispirazione” di cui parlava Nabokov per Lolita, e così succede allo sconosciuto “intercettato” da Radice Quadrata, che diventa l’eroe del suo tema, uomo comune trasformato in personaggio eccezionale. Così accade anche a Radice Quadrata stesso, divenuto oggetto delle attenzioni di Sofia. Solo dal loro modo di guardare il mondo scopriamo che i due ragazzi non sono poi tanto diversi. Due tipi di intelligenza opposti, ma la stessa identica attenzione per i dettagli, per le storie che si nascondono dietro agli occhi di chi gli sta di fronte. E una forte, fortissima empatia, che solo alla fine, per salvarsi l’un l’altro, li porterà a guardare nella stessa direzione, non più gli altri ma se stessi, come fossero un unico essere.

Prima edizione: 2015
Casa editrice Bompiani